Scritto da P.R.
Le visioni e le amnesie di Robot Koch
The Other Side, o suggerimenti sotterranei per il pop che verrà
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Q
uante volte ci saremo candidamente domandati quale sarà il futuro del pop? Come potrebbe o dovrebbe essere? Magari sempre più libero da dogmi e imposizioni di genere e media. E certamente ipertecnologico, se per allora non saremo già tornati alla fionda. Eppure in quel futuro tanto vagheggiato nei decenni scorsi, a meno delle automobili volanti e di qualsiasi stravaganza sci-fi, ci siamo già. O meglio, la musica elettronica c'è già arrivata, com'era facile aspettarsi, col suo assorbire e lasciarsi immediatamente alle spalle ogni novità e contaminazione, andando avanti e confondendo impietosamente chi ha perso il filo del discorso - e smarrirlo è soltanto questione di un attimo: chi c'è c'è. E allora la cosa migliore è concentrarsi sul presente, e nel presente del 2011 la pop music ha ormai tutto ciò che le occorre per potersi proiettarsi idealmente ed indipendemente tanto nel passato quanto nel futuro, con il non indifferente vantaggio di vincere in ogni caso pur restando sospesa tra epoche diverse; Neon Indian o James Blake, Baths o Jamie Woon, l'importante è che le canzoni ci siano, e se le esperienze e il ricordo del passato e la continua ricerca del futuro si compenetrano e si confondono, beh, tanto meglio.

In questo contesto si colloca The Other Side di Robot Koch, produttore berlinese già coinvolto in altri altprogetti (Jahcoozi, per la BPitch Control) e con alle spalle un disco in particolare, Death Star Droid, per cui a quanto pare persino i Modeselektor erano usciti di senno. The Other Side ha ormai abbandonato quasi del tutto quelle tendenze hip hop e reggae e supera per qualità media, ispirazione, idee e suono sia il disco d'esordio che Songs for Trees and Cyborgs, dimostrando una maturità artistica e un gusto meno... teutonico, mettiamola diplomaticamente così. Non che non ci fossero pezzi notevoli nei due lavori precedenti, anzi, ma stavolta gli ingranaggi del Droide funzionano alla perfezione dall'inizio alla fine, reggono strutture post dubstep e le stiracchiano fino a far toccare, per loro mezzo, wonky music e Amnesiac dei Radiohead, Aphex Twin e Piano Magic, Germania, USA e UK, si sporcano di estetica neofolk e dark ambient tornando occasionalmente sulla Terra, e da tutto questo lavoro son venuti fuori dei pezzi bass-driven che escono letteralmente dalle casse con particolare fisicità. La partenza soft non tragga in inganno, da "Island" in poi quelle melodie pop verranno disgregate traccia dopo traccia e andranno a comporre il tessuto connettivo delle varie "Lights", "Autodreams", "Midnight on the Moon", "Feel", e riemergeranno nella loro evidenza geneticamente manipolata soltanto in "Glassdrops" e "Tapedeck"; scompaiono e ricompaiono, completamente sommerse ma nel profondo sempre presenti e avvertibili.

Viene naturale chiamare in causa gli altri due protagonisti del 2011, James Blake e Jamie Woon, anche solo per fare le dovute distinzioni; Robot Koch non si fa portavoce di un'impenetrabile intimità come fa Blake, ma come Blake porta a compimento una ricerca sonora nel suo caso durata almeno sette anni (incredibile a dirsi, tanto sono vecchi alcuni spezzoni dell'album). Koch non tira a lucido i brani come fa Woon, ma come Woon non rinuncia all'anima pop e a quel pizzico di soul. Ma allora questo Robot è il futuro, come aveva detto John Peel qualche tempo fa? Non pensateci neanche, rischiereste di prendervela comoda... concentratevi ora, godetevelo oggi e assorbitelo al più presto, solo così potrete avere nuove soddisfazioni, quelle sì, anche domani.


81/100

Robots Don't Sleep

di Pierluigi Ruffolo

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