Titolo: Room(s)
Autore: Machinedrum
Anno: 2011
Elemento:
future footwork. Le prime uscite discografiche di Machinedrum risalgono a una decina d'anni fa e da allora il ragazzo è stato piuttosto prolifico. Su una base essenzialmente hip hop, Travis Stewart (questo il suo vero nome) costruiva piccole suite per cuts jazz e sintetizzatori, spigolose architetture idm e vasti panorami ambient. Nel 2010, l'avvicinamento, a passi che sembrano balzi, a stili musicali sempre più lontani. Quell'anno l'EP Let It e il disco Many Faces portano finalmente un po' d'attenzione a chi la merita davvero, grazie anche a collaborazioni con personaggi semi-noti e al successo del progetto post dubstep (perdonatemi) Sepalcure. Con quei balzi Machinedrum abbandona alcune classicità dell'hip hop e si avvicina alla musica elettronica più funzionalista: hip hop crunk e dubstep nella fattispecie. La plasticità di quest'ultimo movimento musicale, la sua porosità a influenze anche intercontinentali si fonde in Room(s) nell'unico modo possibile, dato il background culturale di Stewart. Da poco più di un anno assistiamo alla (ri)scoperta di una musica strana che arriva dalle classi subalterne di Chicago e Detroit, il footwork (o ghetto house o juke o… ), e proprio questo suono iperattivo è il collante per tutte le diversità di cui Machinedrum è il riassunto. Un lungo preambolo, è vero, ma non inutile. Room(s), infatti, possiede ed esplicita tutte le caratteristiche della storia artistica del suo creatore, fuse saldamente. Il riferimento al mondo della musica r'n'b e hip hop è costante, nelle melodie ("Lay Me Down", ad esempio) e nei ritmi (normali in "Sacred Frequency" o anabolizzati, come in "U Don't Survive"); le voci spezzate, ripetute allo sfinimento e usate come un artefatto si pongono a metà tra la tradizione ghetto house e quella UK garage, mentre i BPM, un po' più bassi delle normali tracce juke, danno comunque la stessa sensazione di compattezza, di impossibilità di fuga che spesso contribuisce ad aumentare il senso di tragicità di cui è cosparso l'album (già i titoli delle canzoni non parlano esattamente di gaudio e tripudio). Infatti, non è raro ritrovarsi, ascoltando Room(s), in quegli stati mentali meditativi, urbani e malinconici resici cari da Burial come dagli stessi Sepalcure, fatti di suoni impercettibili, sintetizzatori pensosi e bordate che risvegliano l'anima. Le prime quattro tracce, con l'indicibile "She Died There", costituiscono una delle migliori ouverture des jeux degli ultimi anni, il cui seguito è gestito con intelligenza nella gestione della tensione e del sentimento. Room(s) è di fatto un disco maturo, furbo ma coraggioso, fatto di espedienti, di esperienza come di salti nel buio, di escamotages come di linguaggi diretti che parlano con franchezza tutte le lingue del mondo, al passo coi tempi ma, simultaneamente, già senza tempo.
87/100
Machinedrumdi Denis Bosonetto