La febbre autobiografica di 2562Il nuovo LP del malato immaginifico Dave Huismans
"A
thorough reinterpretation of underground disco music from the mid Seventies to the early Eighties, with his own birth year 1979 as the gravitational point". Questo è quanto riporta la copia promozionale di Fever e questo è l'obiettivo di Dave Huismans nella realizzazione del suo terzo LP. Il gioco, però, è un altro, ovvero quello di essere massimamente

vintage, negando alla tecnologia il suo corso naturale e decidendo di comporre, come un mosaico sonoro, tracce che si basano solo ed esclusivamente su suoni campionati da registrazioni già preesistenti. Dimentichiamoci, dunque, evoluti beat al passo coi tempi o prodotti prestabiliti e confezionati dalle etichette: qui si tratta di una poetica forte, di un collage totale assolutamente antimoderno. Il risultato è quello di 11 tracce estremamente polimorfe e cangianti, appese all'esistenza solamente grazie ad un'esistenza pregressa: la citazione musicale come spina dorsale di un organismo musicale al confine con il decostruzionismo radicale, al limite con la dispersione e perennemente in sfida con le leggi di gravità musicali. Insomma, un album che nasce da un progetto preciso, che ricorda, negli intenti più che nel sound, l'idea primigenia di The Field. Il perché di una scelta così radicale si potrebbe trovare nella necessità, molto spesso impellente negli
autori, di tratteggiare, di pari passo con la propria opera, anche un'immagine di sé, una narrazione della propria vita: attraverso la cover del LP è facile pensare ad un giovanissimo Huismans (mai cognome fu più decadente..) intento a rivestire i panni di un se stesso bambino, mentre col contatto attraverso i vinili già si preannunciavano le esperienze della maturità artistica (e che maturità visti i risultati eccellenti, da 2562 ad A Made Up Sound!). Insomma, una rappresentazione acustica di una vita di musica, che è come dire una sorta di racconto per suoni di momenti, ascolti, situazioni, corpi e oggetti di un artista quanto mai alle prese con il suono di se stesso.
La proemiale "Winamp Melodrama" è una sorta di dichiarazioni di intenti, con una struttura quanto mai sbilanciata verso uno sperimentalismo accentuato, sia nella scelta dei suoni sia nella combinazione delle parti. A seguire, "Cheater"

sviluppa già maggiormente quello che è il discorso generale del disco, offrendo davvero un campionario (nel campionario!) di quello che sarà poi l'album nella sua interezza: il gusto per il basso e per il suono a volte anche ruffiano si unisce ad un'idea di ritmica ormai assodata, riconoscibile. Fin dal primo impatto, dunque, una certa continuità con quanto fatto nei lavori precedenti non viene a mancare, anzi, semmai viene rilanciato il discorso di
Unbalance, ma rendendolo ancora più vivido e frondoso. Ne è la prova "Juxtaposed", una traccia che ben rappresenta il nuovo corso del producer olandese, perché ben lontana da certi technismi di Aerial e più tesa nella cura maniacale di ciò che succede fra un beat e l'altro, tra il synth (rigorosamente campionato) e uno snare modificato proveniente da chissà quale consumato vinile. Siamo davanti, spesso, a tracce progressive, che nell'incedere guadagnano energia tanto quanto lasciano nell'ascoltatore un sentimento di paradossalità artificiosa, quasi volutamente ostentata: è un sentimento che nasce dal cozzare fra una ridda di suoni-vivi nel loro movimento e il proprio statuto di suoni-fossili. Una delle perle più luminose del disco, "Aquatic Family Affair", è proprio questo paradosso portato alle estreme conseguenze, con un groove azzeccato e trainante, in una sorta di conchiglia da cui si può trarre non solo la consistenza di un suono liquido, ma anche la concretezza della struttura stessa, il proprio calcare sonoro. È il vero successo di Fever, questa ambivalenza che nasce dalle tracce viniliche del passato che si

disgelano colando nelle undici tracce del presente, in una sintesi che non si perde mai, e che rilancia, con la spregiudicata "Intermission" o con la
vex'diana "Flavour Park Jam", il culto della macchina che sa riscaldare, sciogliere per dare vita. L'inorganico si dispiega nell'organico. "This Is Hardcore", infatti, è un ribollire di vita, con i beat a scoppiare come tante bolle calde, esplosive, in un magma vulcanico che illumina la successiva e grandiosa "Brasil Deadwalker", capace di esprimere immagini di una forza rara, mentre i suoni diventano dei muscoli che si contraggono e che si rilasciano, esprimendo un muovere in avanti come di un cammino letale, ma con gioia: il carnevale di Rio in un incubo cyber-horror. "Final Frenzy" è una traccia che prova ad essere techno ma fallisce per la testardaggine di un ritmo che non vuole mai essere-soltanto, un ritmo che si rilancia sempre in avanti, la vera direzione di un suono, quello di 2562, davvero giunto ad essere uno dei più interessanti in circolazione. Certe citazioni, infine, di "Wasteland", soprattutto nel repertorio sonoro, chiudono perfettamente un disco che nella titletrack ribadisce tutta la sua classe.
Fever è un disco che ha rischiato tanto con la sorte: poteva fallire, rendersi ridicolo, diventare un volgare pagliaccio. Huismans, invece, è riuscito a far fruttare le proprie memorie sonore, trasformandole, con l'azzardo tipico di un giocoliere del suono, in quelle di un clown di bölliana memoria, con tutti i pregi che certe operazioni d'arte, quando riuscite, comportano.
85/100
2562di Giacomo Colombo