Titolo: You Make Me Real
Autore: Brandt Brauer Frick
Anno: 2010
Elemento:

classical techno. I tentativi di ritrasformare la musica elettronica, specialmente la techno, in musica analogica con strumenti provenienti dalla musica "colta" non si contano. Tra i più famosi, quello di Jeff Mills con la Montpelier Philarmonic Orchestra, che però pare troppo ripiegato su se stesso e sulla missione del'"esperimento" per lasciare un'emozione qualsiasi (di facile reperimento il classico rivisitato "The Bells" su youtube) e quello di Carl Craig e l'orchestra Les Siècles, molto più interessante poiché, di fatto, volto a creare qualcosa di certo e unitario piuttosto che a provare la possibilità di una creazione da una possibilità mentale. Non a caso, il lavoro di Craig ha più di un punto di contato con questo You Make Me Real. Anche i Brandt Brauer Frick (fantasiosamente dai cognomi dei componenti), infatti, intelligentemente si allontanano dall'ossessione quasi obbligata degli (e dagli) strumenti che gridano per essere utilizzati. Sempre, anche a sproposito. Abbandonati gli orrori prevenuti verso tecnicismi progressivi e forzature varie, dunque, possiamo ascoltare in tutta tranquillità un album coraggioso e vario che si sbilancia senza paura verso la ripetizione o l'improvvisazione, verso la musica classica o il jazz, verso momenti cacofonici e caotici o minimali o, addirittura, etnici! ("R.W.John" è geniale) , verso ricordi techno o arie chillout. Quante differenze tra canzoni come "Paparazzi" e "Mi Corazon"! Arpe, moog, fiati, violini e, ovviamente, tanti strumenti ritmici, tutto è usato al momento giusto. Nulla, come diceva Gombrich, sembra fuori posto. Questa è arte. Il difetto, però, c'è, anche se non si vede ed è connaturato sia all'idea che alla realizzazione: troppa perfezione. Lo studio melodico minuzioso va di pari passo con quello del beat, molto buono, è vero, ma in tutto questo bel suono, anche vintage per certi versi, non sembra esserci l'ombra di un filtro, di una frastagliatura del suono, di un'esagerazione. Risultato? Anche nei momenti più concitati c'è sempre (fatto salvo per la superlativa "Bop", non a caso dotata di loop e rumorini) una certa mancanza di calore, uno spleen al contrario: invece della decadenza senza speranza che un po' desidereremmo da questa bella cassa in 4/4, ci ritroviamo un'algida bellezza. Siamo proprio incontentabili!
71/100
Brandt Brauer Frick