Scritto da Gi.C.
Titolo: Splazsh Autore: Actress Anno: 2010 Elemento

electro (s)mash-up. Certe impressioni su un DJ possono essere ribaltate dopo l'ascolto del prodotto finito, lavorato e impacchettato: la prova del LP. Non è una prova difficile per tutti, perché molti mostri del dancefloor non hanno avuto problemi a convertire in materiale eterno, ovvero in vinile, le emozioni che solo live riuscivano a trasmettere. Actress, ovvero Darren Cunningham, sembra già atteggiarsi da grande, dunque, dopo il meritato successo di un disco come Splazsh, uno degli organismi mutanti tra i più sfuggevoli dell'intera annata. Attraverso protesi di beat simil-industial che si mixano con i suoni della matematica ("Bubble Butts and Equations"), Cunningham produce mercanzia musicale al limite dell'arte, mentre, con le linee del basso piacione e grasso di "Lost", il disco spara techno-cartucce, non senza la blindatura, anche perché la opener "Hubble" aveva già mosso fin troppo le acque, rompendole e partorendo un ibrido elettronico non difficilmente digeribile. In realtà tutto il disco è un rilancio continuo alle miriadi di manifestazioni che i vari dispositivi elettronici possono oggi fornire; il tutto senza una vera e propria idea di direzione, ma tastando tanto il polso dei club di Miami con un brano dal titolo daftpunkiano ("Always Human"), quanto certe derive più sperimentali ("Maze"). La marcia procede senza intoppi, ed è un ottimo risultato per un disco d'avanguardia castrata, perché in realtà l'innovazione non sembra anticipare niente ma cantare i vari sound del presente, e forse anche un po' di passato: "Purrple Splazsh" è il glo-fi versione Actress; "Senorita" sembra un Joy Orbison con un caffè-latte sulla spiaggia di Bahia; "Let's Fly" puzza di sperimentalismo da centro commerciale, a disposizione un po' di tutti, anche se poi a casa, aperta la confezione, si scopre che lo si dovrà anche sapere usare, e Cunningham non ha bisogno di leggere le istruzioni per farlo brillare; mentre "Supreme Cunnilingus" è uno sgrillettare elettronico che ben rende la poetica immagine suggerita dal titolo, le conclusive "Kettle Men" e "Casanova" probabilmente fanno con il machete ciò che uno Shed fa con un bisturi, ovvero dissezionare il noise. Quel che resta, dunque, è un disco lungo e variegato, ma davvero questa volta, con una vena creativa che non può lasciare indifferenti. Poco conta che la digestione non sia sempre alla portata di tutti, ma ben vengano dischi-vassoi da cui scegliere a mani basse piuttosto che piatti replicanti, figli di isterismi di massa e poco convenevoli ai dancefloor più ricercati. Raffinato con disgusto.

80/100

Actress
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