Lou Reed è stato innegabilmente un personaggio chiave – a volte anche in modo inconsapevole – del panorama rock, nonché un artista dalla personalità affascinante. Dai seminali album con i Velvet Underground al loro abbandono qualcosa era inevitabilmente cambiato, ma non si trattava certo della sua necessità di creare altra
stupid music, come la definiva lui. Eppure l’esordio da solista non era stato troppo esaltante e rischiava addirittura di compromettere la sua futura vita artistica; evidentemente servivano stimoli esterni e aria nuova, visto che la rinascita avvenne grazie a David Bowie e alla scena glam rock inglese. Bowie era un suo grande ammiratore e i Velvet Underground lo avevano pesantemente influenzato nelle sue scelte artistiche e perciò, un po’ perché si sentiva in debito nei suoi confronti, un po’ perché era eccitato dall’idea di lavorare con uno dei suoi idoli (dedicata a lui la "Queen Bitch" di Hunky Dory), gli aveva proposto di trasferirsi a Londra, dove lo avrebbe supportato nella produzione del suo nuovo album. Il glam londinese era perfetto per il Lou Reed del 1972, un ambiente diversamente decadente rispetto alla corte di Andy Warhol. Lì avrebbe potuto esorcizzare i propri demoni senza doverli necessariamente mettere a nudo; e proprio per questo la sua esperienza glam non ebbe lunga vita, dopo un po’ Lou avrebbe realizzato che si trattava di una maschera che non avrebbe potuto sopportare, una menzogna troppo grande che non avrebbe potuto rappresentarlo oltre. Ma in quel preciso momento era esattamente ciò di cui aveva bisogno.
Con un nuovo look (necessario, faceva parte del gioco), una manciata di brani inediti scritti ai tempi dei Velvet Underground misti a nuove composizioni, il sostegno morale e vocale di David Bowie e con un certo Mick Ronson a curare parti di chitarra ed arrangiamenti (ricordiamo che era stato fondamentale per il successo dell’alieno Ziggy), viene confezionato e pubblicato Transformer, una nuova forma per un artista in rinascita. Il disco è ritmato, ammiccante, ironico e ambiguo, la poetica e il talento compositivo di Lou vengono impreziositi dal gusto di Ronson nell’utilizzo di chitarra, piano e archi. "Vicious", "Andy’s Chest", "Hangin’ Round", "Wagon Wheel", "I’m So Free" sono dei perfetti pezzi Glam Rock, ma in questo album c’è anche dell’altro, e l’esempio più alto è "Perfect Day". Se è lecito parlare di bellezza riferendosi ad un canzone, si tratta semplicemente di una delle ballate più belle mai scritte, il manifesto di un disco e la fotografia del momento per l’uomo-artista Lewis Allan "Lou" Reed:
"Just a perfect day, you made me forget myself.
I thought I was someone else… someone good"A questo va associato l’altro brano simbolo, "Walk On The Wild Side", un gioco di ambiguità sessuale rappresentativo della precisa scelta artistica del disco.
"Hey babe, take a walk on the wild side", calati in questa atmosfera scintillante e libertina, liberati da tutto il resto e la tua anima ti ringrazierà.
"Sugar Plum Fairy came and hit the streets lookin' for soul food and a place to eat". C'è la consapevolezza che questo stile di vita in realtà porterà alla distruzione, e Lou osserva e ci racconta il rock decadente senza mezzi termini.
"Then I guess she had to crash, valium would have helped that bash". Come non citare poi l’altra famosissima ballata, "Satellite Of Love", questa dal sapore marcatamente glam, in cui i backing vocals di Bowie, fondendosi al particolare timbro del protagonista, diventano la proverbiale ciliegina sulla torta. L’ironia è quasi una costante, quando nelle musiche, quando nei testi, quando nel tono, ma è evidente che tutto questo non poteva durare: troppo falsa era questa maschera per un artista che stava canticchiando "I’m So Free". Congedandosi con "Goodnight Ladies" affiora qualcosa di malinconico, ben mimetizzato in modo da non farlo notare troppo.
"Oh, I'm still missing my other half. It must be something I did in the past". La scena glam andava esaurendosi ed i suoi stessi miti, David Bowie in primis, a breve sarebbero andati alla ricerca di ben altre sonorità. Lou Reed decise di tornare ad una dimensione più personale come il successivo Berlin, e un paio di anni dopo avrebbe pubblicato il massimo sberleffo verso chi pretendeva "Vicious" e compagne ai concerti, quel discusso Metal Machine Music che assieme ai Velvet Underground anticipava di poco il rumorismo insolente ed estremo della nascente scena Industrial. Ma tutto ciò non sarebbe venuto alla luce senza l’apporto fondamentale di questo artista, tantomeno senza Transformer e tutto quello che vi girava attorno. Pur trattandosi effettivamente un disco di transizione, viene ricordato tra le opere più rappresentative di un genere. E in più ha lasciato alla musica brani indimenticabili, restituendole un protagonista.
01. Vicious
02. Andy's Chest
03. Perfect Day
04. Hangin' Round
05. Walk on the Wild Side
06. Make Up
07. Satellite of Love
08. Wagon Wheel
09. New York Telephone Conversation
10. I'm So Free
11. Goodnight Ladies