Scritto da D.S.

Titolo: ...If I Die, I Die Autore: Virgin Prunes Produttore: Colin Newman Etichetta: Mute Elemento:


S

e il 1977 è l'anno in cui il punk mette a ferro e fuoco i luoghi comuni del rock, la cattolicissima Irlanda vive di riflesso quella furia espressiva, giungendo solo nei primi anni Ottanta ad ottenere qualche riflettore sulla propria scena. La Dublino sotterranea e sovversiva si incontra al villaggio di Lypton, dove nasce un'originale quanto stravagante comune a cui i giovani aderiscono per creare e per convivere isolati dalla retta via.

Ciò che va in scena da quelle parti è uno spettacolo anormale, selvaggio e pagano. Ad allestirlo sono i Virgin Prunes, un gruppo di ragazzi mascherati sotto pseudonimi improbabili che fa capo a Gavin Friday (al secolo Fionan Harvey), leader assoluto e maggiore compositore della band, attorno al quale gravitano i fratelli Guggi e Strongman (rispettivamente secondo cantante e bassista), il batterista Pod, ed il fantasioso chitarrista Dik Evans. Le parti vocali sono quindi affidate agli stessi Gavin Friday e Guggi, nonché a Dave-id Busaras Scott, un personaggio del tutto näif, indelebilmente segnato da una meningite che lo ha colpito nell'età dello sviluppo.
Tra i personaggi che si aggirano in quel microcosmo concettuale ci sono anche David, il fratello di Dik, e Paul Hewson, destinati a diventare noti ai più come il chitarrista e il cantante della rock band più famosa degli ultimi venticinque anni, ovvero The Edge e Bono degli U2. Per dirla tutta, Peter Rowan, il fratellino di Guggi e Strongman, è il bambino raffigurato prima immacolato poi affranto nelle copertine di
Boy e War, nonché su numerosi altri artwork utilizzati da Bono e soci. Le due realtà, progressivamente sempre più dissimili seppur radicate nelle stesse origini, intrecceranno raramente le loro strade. Accadrà tuttavia nel 1993, quando Bono e Friday, come simboli di quell'Irlanda tutta, compileranno insieme la colonna sonora di "In The Name Of The Father" di Jim Sheridan, che si aggiudicherà l'Orso d'Oro alla mostra di Berlino.
I
vergini infami sono l'altra faccia della città, ed ecco che i Dubliners delle brevi storie di Joyce si danno appuntamento in un campo di periferia per stringere un patto d'alleanza in nome della comune sofferenza o semplice diversità. Questo è il Lypton Village: un ritrovo di giovani dissidenti che non vivono l'esperienza della collettività spinti dalla noia o dalla disoccupazione in senso lato, ma piuttosto per esprimere un disagio autentico e sconveniente. I Virgin Prunes sono veri, non fanno arte per fare o vivere di arte. I Virgin Prunes si trovano a fare musica nella loro condizione di naturale disadattamento alla società, per questo ne creano una in miniatura dove sopravvivere secondo propri ideali.
...If I Die, I Die è il primo full-lenght della band e probabilmente il più importante: fatta eccezione per qualche singolo sparso, contiene il meglio del loro repertorio. Si tratta di un disco che canta di un mondo tanto decadente quanto strambo, oscuro, solo apparentemente in linea con lo stile dark-wave dell'epoca, perché carico di significati e peculiarità in ogni suo poro.
L'atmosfera disegna dunque un approccio malato e deviante all'arte, tanto che la scelta dei suoni pare perfettamente evocativa di un qualcosa di reale, che va ben al di là del bizzarro cabaret dadaista cui ci si trova a far fronte. Il basso pulsante e cavernoso, le percussioni improbabili a rendere imprevedibili gli schemi-canzone che anche altrimenti non dovrebbero apparire canonici, l'immaginazione di Dik Evans per raffigurare lo straniamento umano-melodico delle voci (si ascolti la temeraria "Dave-id Is Dead"): tutto concorre a riempire di sfumature un impasto di colori già ben amalgamato.
I suoni proto-industriali sono razionalmente da ricondurre a
Closer dei Joy Division, essendo alquanto improbabile che i nostri avessero già ascoltato Pere Ubu o Throbbing Gristle. Si nota invece l'influenza dei Clash (punto di partenza anche dei cugini U2), in particolare in "Ballad of the Man" e "Walls of Jericho", due dei pochi pezzi di più semplice assorbimento, che si concentrano prevalentemente nella seconda parte del disco. Il ritmo incalzante di "Baby Turns Blue" non è forse un prototipo già perfezionato della canzone industrial rock firmata Trent Reznor?
I movimenti più sinistri ed ambigui si affrontano nel primo lato dell'album: "Decline and Fall" fornisce un assaggio dei pericoli messi in scena dai Virgin Prunes. La canzone si allunga su una cantilena immobile dove non servono che due accordi per far addentrare l'ascoltatore nell'universo deviato. In "Pagan Lovesong", se non fosse per l'anomalo coro di voci, riconosceremmo con facilità i Cure di
Seventeen Seconds. Ma per quanto genuinamente oscuri possano essere Smith e soci, i Virgin Prunes spostano il concetto stesso di darkriadattandolo alla propria condizione, svincolandosi da ogni eventuale identicità.
Infine, gli stacchi "Fádo" e "Yeo" sembrano aver fornito al Reznor di
The Downward Spiral più di uno spunto per amalgamare e connettere il tessuto della sua opera maggiore.
...If I Die, I Die è dunque un lavoro che fotografa in istantanee la musica - dark-wave - del periodo, nonché la condizione sociale di personaggi finora ai margini della società e comunque lontani dalla ribalta. Inoltre, per quanto non possa essere considerato un album influente come un Nevermind the Bollocks o un London Calling, ...If I Die, I Die resta come una concreta risposta non tanto ai cugini U2 che certo avevano altre ambizioni artistiche, quanto ai maggiori portavoce dell'identica scena in Inghilterra, quindi Joy Division e Cure in primis.

 

 

01. Ulakanakulot
02. Decline And Fall
03. Sweethome Under White Clouds
04. Bau-Dachong
05. Pagan Lovesong
06. Dave-Id Is Dead
07. Fado
08. Baby Turns Blue
09. Ballad Of The Man
10. Walls Of Jericho
11. Caucasian Walk
12. Theme For Thought
13. Chance Of A Lifetime
14. Yeo

You are here:   RecensioniDischi ChiaveVirgin Prunes (1982) ...If I Die, I Die
Joomla! is Free Software released under the GNU/GPL License.