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egli anni in molti hanno deciso di cantare la vecchia America, il continente dalle infinite risorse e dalle mille contraddizioni. Chi con grande riscontro, chi meno, ognuno ha portato alla luce un diverso souvenir del paese: sono state cantate con orgoglio le proprie radici, la propria giovane storia, le sfavillanti luci al neon di Las Vegas e le sue distese desertiche, le miserie e le difficoltà raccontate tra il bancone di un bar. Le radici della musica folk americana passano anche per il Colorado, ed è proprio qui che decidiamo di fare una sosta al nostro viaggio. Qui David Eugene Edwards ci mostra il suo personale pezzo d'America introducendoci in una visione mistica e spirituale della sua realtà, intensamente influenzata dalle proprie credenze religiose e dal suo immaginario visionario. In maniera diversa David, con i 16 Horsepower ieri e ancora con i Woven Hand oggi, ha sempre decantato la parte più oscura delle radici americane, i peccati, la redenzione, la fede, tra riferimenti biblici e deliri estatici.
La differenza principale tra le due formazioni, entrambe espressione quasi unica di David, sta probabilmente in una diversa tappa del medesimo percorso interiore, dall'iniziale veemenza alle sonorità più dilatate dello stesso conflitto spirituale.
Definire i 16 Horsepower una band folk è sempre sembrato abbastanza limitativo, proprio per merito di questo scenario messo in gioco a metà tra sacro e profano. Durante la loro carriera sono riusciti a sperimentare diverse sonorità sotto un unico denominatore comune, attraverso le parole profetiche di Dave e attraverso i suoni dei nativi americani, raccontando storie di terra e dannazione. Già l'esordio Sackcloth 'n' Ashes aveva posto la band sotto l'attenzione di un pubblico forse stanco di un certo cantautorato country intimistico ed esistenziale, mettendo sotto la luce del sole il talento dei componenti del gruppo e l'abilità di ricreare atmosfere ombrose e teatrali. Non è un caso infatti se i 16 Horsepower, e la personalità del suo leader in particolare, siano stati spesso associati alla figura di Nick Cave, in particolare Birthday Party-era, nel profondo timbro vocale come nella loro malata, ma creativa, ricerca di redenzione. E ancora una volta è proprio questa stessa teatralità e l'urgenza espressiva che contraddistingue le loro sonorità che rende più facile l'accostamento dei 16 Horsepower ad altre band di matrice anglosassone o dark wave - come i Joy Division tanto per citare una delle loro influenze più forti – piuttosto che ai grandi classici americani.
La band di Denver, dopo l'eccellente debutto, continua a dimostrare le proprie capacità con il lavoro successivo, Low Estate, prodotto da John Parish, ma è con il terzo capitolo, Secret South, che riesce a raggiungere il vertice di massima espressività. Se da un lato il disco si caratterizza da una rinnovata pulizia del suono che potrebbe far (mal)pensare qualche insensibile sostenitore delle sonorità più grezze degli esordi, dall'altro viene aumentata esponenzialmente l'intensità del messaggio di fondo. Questo grazie all'incessante ricerca interiore di Edwards riflessa nei testi, veri e propri sermoni profondi ed evocativi.
“Give my conscience a pounding, come and shake my ground Lord, with the sound of Heaven's hounding”
La sua voce si sofferma su ossessioni e disperazioni degli uomini, dannazione, spiritualità e nichilismo, ma anche sull’amore. Non mancano neanche questa volta banjo, viole, organo e altri tipi di strumentazione tradizionale già sperimentati in passato dal gruppo, pur focalizzando l’attenzione sulla creazione, attraverso i riverberi degli strumenti elettrici, di un’atmosfera più cupa. In tutto questo c'è da dire che, a differenza del passato, anche Jean-Yves Tola, percussionista della band, partecipa in modo più cospicuo all'elaborazione delle musiche – è suo, infatti il piano in “Burning Bush”. Oltre a lui la registrazione del disco vede la presenza anche di Asher, figlia di David, Rebecca ed Elin, incaricate di riempire in maniera evocativa quei pochi silenzi lasciati dal possente arrangiamento della formazione ufficiale, completata da Steve Taylor e Pascal Humbert rispettivamente chitarra e basso. È comunque l'incontenibile ego di Edwards il principale motore del prodotto finale. A partire da “Clogger”, cupa e pesante apertura del disco, si legge già una marcata differenza con le cavalcate del passato, ma probabilmente è la teatralità funerea di brani come “Splinters” e “Cinder Alley” a segnare il passo decisivo.
“He is beyond the shadow, of your doubt and mine
He's no man's opinion, He is truth divine”
Così viene rimodellata la violenta urgenza espressiva dei primi album, trasformando la vitalità compositiva in una componente più atmosferica e drammatica, con il risultato di ottenere un intenso spaccato di amara realtà. Eppure non manca nemmeno il ritorno alle origini, alle vere radici americane, con la rivisitazione della tradizionale “Wayfaring Stranger” e dell'agrodolce “Nobody 'Cept You”, cover di Bob Dylan, forse unico barlume di speranza. Entrambe, pur restando nel loro stesso territorio, prendono nuova vita coprendosi di sfumature surreali dal sapore lontano. “Praying Arm Lane”, a metà tra tradizione e poetica apocalittica, fortifica la dichiarazione di intenti di Edwards. La redenzione e la ricerca di conforto nella spiritualità diventa una condizione esistenziale attraverso la sua voce da baritono. Le restanti tracce mantengono un unico filo conduttore, tra proselitismo cristiano e cupo nichilismo all'interno di un immaginario gotico-americano. Di fatto Secret South potrebbe essere in tutto e per tutto il ritratto del viaggio interiore di una personalità tanto complessa e inquieta come quella di David Eugene Edwards, un personaggio dal carisma magnetico e dal talento indiscusso, che merita di essere riscoperto.
1. Clogger
2. Wayfaring Stranger
3. Cinder Alley
4. Burning Bush
5. Poor Mouth
6. Silver Saddle
7. Praying Arm Lane
8. Splinters
9. Just Like Birds
10. Nobody 'Cept You
11. Strawfoot