Scritto da D.S.

Titolo: Zen Arcade Autore: Hüsker Dü Produttore: Spot, Hüsker Dü Anno: 1984 Etichetta: SST Elemento:


S
omething I learned today

Black and white is always grey

Ciò che molti giovani fruitori di musica rock oggi, in piena era ADSL - acronimo che ai tempi dell'uscita di questo disco poteva semmai far confondere con quello di una malattia - spesso non sembrano osservare nel loro vorace e quotidiano assorbimento di quanto accade e di quanto è accaduto nel rock prima di loro, è, oltre ad una ormai irrecuperabile analisi dei contenuti lirici, la mancata integrazione di un pezzo d'arte all'interno del proprio contesto sociale, e musicale nello specifico.
Contemplato dall'inevitabile distanza, qualsiasi album non vissuto e assorbito nel proprio momentum, non può che perdere del suo valore più intrinseco e allo stesso tempo sfacciato: l'urgenza espressiva - specie in un album dal carattere di Zen Arcade - è la chiave di volta per la valutazione critica di una qualsiasi opera che possa dirsi compiuta entro il proprio sfondo integratore.
Presupposto questo limite ormai invalicabile, il nostro ritardo non scalfisce il monumento alla giovinezza edificato dalle tre ombrose figure della copertina del disco, in sole 80 ore di registrazioni e post-produzione.
Ma questo, senza prenderci in giro, è fondamentalmente un disco punk, e un tempo gli onesti punk si ponevano quasi per definizione rissosamente contro tutto ciò che era capitato attorno, in un atteggiamento riconducibile all'agitazione dadaista post-Grande Guerra. Lo spirito di Zen Arcade è però furia interiore, e con osservazione critica non si serve della tipica frivolezza e dei colpi ad effetto del punk per rappresentare in musica lo spirito di rinnovamento e l'autentica rabbia giovanile, ma vive ed ha ragione di essere nell'essenziale sfogo emotivo che il gruppo veicola lungo la sconsiderata durata dell'opera, spropositata per i canoni di un album hardcore.
Zen Arcade è in questo senso un disco assolutamente adolescenziale, immaturo, dispotico. E' stato però un lavoro in grado di accompagnare una generazione di ragazzi come Mould, Norton, Hart e di immortalarne i pensieri.
Le chitarre abrasive che si rincorrono (preannunciando in parte anche il lavoro di Denison nei Jesus Lizard), la freschezza innodica di pezzi che potrebbero essere candidamente pubblicati anche oggi come "What's Going On" o "Turn On The News" (in prospettiva resteranno secondi solo a poche canzoni dei Clash), le improvvisazioni rumoristiche di "Reoccurring Dreams" o semplicemente lo stile compositivo, apparentemente semplice ma mai scontato, tanto che molti complessi degli anni Novanta mutueranno riff su riff da alcuni di questo disco (si ascolti ad esempio "Beyond The Thresold": e dire che si riteneva Vitalogy l'album più originale e riuscito dei Pearl Jam...): tutto è perfettamente funzionale ai fini dell'album, che mantiene un livello di omogeneità e compatezza invidiabile.
Se si riflette sulla portata che potrebbe avere un'opera simile sulle bisognose giovani generazioni degli ultimi due lustri, che in casi disperati ricorderanno l'adolescenza passata ad ascoltare Limp Bizkit, Muse e Oasis, se non addirittura improbabili "dei del metal" in rovina, si ottiene già l'intensità autentica di questo disco, che non è affatto interventista, ma anzi disegna l'ideale intimo diario di un giovane adolescente oppresso dal circostante e dalle circostanze.
Spiegare perché Zen Arcade valga così tanto, può essere così difficile quanto far capire ad un fan dei Dream Theater il valore artistico superiore dei Pixies o dei Nirvana. Eppure proprio per la sua ingenuità, certo non näif, l'album degli Hüsker Dü porge il fianco a critiche rispetto al valore artistico dell'opera, oltre l'approvata ed innegabile forte urgenza espressiva che esso sprigiona. L'altro metro di giudizio, l'ingegno, non è però assente come erroneamente un modesto e superficiale critico d'arte potrebbe oggi sottolineare (ma d'altronde, nell'era ADSL appunto, non c'è da aspettarsi altro). L'ingegno risiede proprio nell'espressione totale dell'Io dell'artista, che sfacciatamente mette in gioco se stesso, a costo di risultare bambinesco e immaturo. Crediamo quindi consapevole la scelta di Mould e soci, e ascoltiamo "Pink Turns to Blue" come fosse frutto di uno sforzo intellettuale, un'ammissione su una pagina di memorie che Mould sa diverrà poi pubblica. E' oltretutto bigotto osservare la presunta immaturità lirica solo nella scena punk e hardcore, senza fare caso che mostri sacri del rock hanno lasciato ai posteri più banalità che poesie, e che non è certo esclusiva dello stile barocco e teatrale di alcuni il saper cantare nell'idioma dell'arte.
La chiave di volta per capire Zen Arcade è dunque all'interno della stessa carica espressiva che esso, come alcuni dischi hardcore della sua generazione, porta in dote alle generazioni future. A ventidue anni dalla sua uscita, l'album mantiene intatto il suo valore maggiore quindi, e come non accade per tutte le opere d'arte destinate a rimanere negli anni, esso preserva il suo carattere superando i vincoli del proprio contesto socio-musicale e dunque la fatidica prova del tempo. Un doppio LP manifesto di se stesso, passato indenne ai mutamenti radicali del pop degli ultimi due decenni.

 

01. Something I Learned Today
02. Broken Home, Broken Heart
03. Never Talking To You Again
04. Chartered Trips
05. Dreams Reoccurring
06. Indecision Time
07. Hare Krsna
08. Beyond The Threshold
09. Pride
10. I'll Never Forget You
11. The Biggest Lie
12. What's Going On
13. Masochism World
14. Standing By The Sea
15. Somewhere
16. One Step At A Time
17. Pink Turns To Blue
18. Newest Industry
19. Monday Will Never Be The Same
20. Whatever
21. The Tooth Fairy And The Princess
22. Turn On The News
23. Reoccurring Dreams

 

You are here:   RecensioniDischi ChiaveHüsker Dü (1984) Zen Arcade
Joomla! is Free Software released under the GNU/GPL License.