
A cavallo fra gli ’80 e i ’90, negli Stati Uniti, mentre il movimento grunge nasceva, cresceva e iniziava a perdere i pezzi per strada, si affacciava sul panorama rock un approccio musicale per parecchi versi opposto, al quale venne poi appiccicata l’etichetta
slowcore: grazie a gruppi quali i
Codeine di Chicago, i
Galaxie 500 di Boston o i californiani
Mazzy Star e
Red House Painters, si sviluppava uno
stile intimo ed evocativo, dalle tinte malinconiche, in netta contrapposizione agli eccessi delle rockstar e all’immagine forte e trascinatrice di masse che comportava. Per quanto Alan Sparhawk possa dichiarare di non gradire certe etichette (come ogni artista che si rispetti), i suoi
Low si incastravano perfettamente in quel panorama, forti di quell’evocatività dichiaratamente rubata agli
Swans (anche se priva di certe tinte gotiche) e dell’intimità ereditata da cantautori come
Nick Drake.
“Three inches above the floor
Man in a box wants to burn my soul”I Could Live in Hope rientra tra gli album d’esordio migliori di sempre, minimale in tutto, dalle musiche ai testi, persino nei titoli dei brani.
Minimale è infatti il termine chiave, quello che gli stessi Low preferiscono utilizzare per descrivere la loro musica. Linee di basso profonde e batteria leggera costruiscono basi eleganti sulle quali posare le parole e le note della chitarra, mai invadente anche nei momenti in cui si mette in evidenza con maggior forza. I testi vivono di pochi versi, a volte ripetuti, che dipingono scene o brevi pensieri strappati ad un flusso mentale più ampio, che resta nascosto all’interno dell’individuo. L’intimità riesce a raggiungere una potenza espressiva enorme, la tensione emotiva non trova sfogo in deflagrazioni e distorsioni, continua a serpeggiare per tutta la durata dei pezzi fino a risolversi, a volte sì calcando la mano sulla chitarra, ma sempre in modo composto e pacato. Ne sono dimostrazione la seconda catartica metà della splendida “Lullaby”, oppure i brevi scatti di “Cut” e “Down”. Si diceva degli Swans, ascoltare ad esempio “Slide” per credere, ed è anche un po’ “colpa” della voce della batterista Mimi Parker; a tratti, invece, vengono fuori persino i
Cure più minimali degli inizi o quelli relativamente più recenti di
Disintegration. Sarebbe un delitto lasciarsi andare alla descrizione di ogni brano rischiando di tralasciare qualcosa, perché l’insieme, compatto ma non pesante, è uno dei suoi punti di forza, nonostante l’album sia fatto di canzoni tranquillamente ascoltabili anche prese singolarmente.
L’esordio dei Low racchiude momenti di una bellezza timida, abbagliante e disperatamente chiusa in sé stessa, che rappresentano i vertici artistici ed espressivi di un’attitudine, più che di una scena definita. Difficile rimanere indifferenti, bastano pochi ascolti per lasciarsi prendere e decidere di abbandonarsi totalmente alla sua atmosfera avvolgente e dalle sue melodie efficaci e non banali. Uno dei gioielli degli anni ’90.
01. Words
02. Fear
03. Cut
04. Slide
05. Lazy
06. Lullaby
07. Sea
08. Down
09. Drag
10. Rope
11. Sunshine