Titolo: Blonde on Blonde
Autore: Bob Dylan
Produttore: Bob Johnston
Anno: 1966
Etichetta: Columbia
Elemento:
E
siste qualcosa che non è stato ancora detto di Blonde on Blonde? O, volendo estendere con cinismo la domanda, esiste qualcosa che non è stato ancora detto riguardo Bob Dylan? Non si contano articoli e libri su Robert Allen Zimmerman, che faticano tuttavia a delineare completamente la sua controversa figura. La sua autobiografia è ancora lontana dall'essere completata e forse solo allora avremo effettivamente un quadro preciso di uno degli artisti più sfuggenti del '900. Valutare Blonde on Blonde oggi, a quarant'anni di distanza, in un tempo e un luogo che attorno all'opera si è evoluto e spostato verso confini inimmaginabili perfino per Dylan stesso, è impresa pressoché impossibile. Possiamo parlarne col senno di poi, possiamo avvicinarci con timorosa reverenza, non possiamo certamente mancargli di rispetto. Oggi è la reputazione che presenta il disco, il volto accigliato e imperfetto di Dylan in copertina sembra interrogare l'ascoltatore e mettere in dubbio le sue conoscenze sul rock. L'impresa per la nostra generazione è quanto mai ardua. Gli oltre 30 album che Bob Dylan ha creato nell'intero arco della sua carriera sono una montagna troppo alta da scalare per noi aspiranti amatori, destinati a consumare gli mp3 nella speranza di poter dire "conosco Dylan", e mettersi il cuore in pace come quando si legge il bignami della Divina Commedia e si apre bocca su Dante. Fosse il peer-to-peer la questione, potremmo mettere da parte i soldi e acquistare i dischi di Dylan. Problema risolto? Non del tutto. Come ogni opera il cui tempo non viviamo sulla nostra pelle, la distanza in termini cronologici si pone come il più grosso ostacolo da superare in una fruizione che mai potrà essere completa.
In questo senso, l'approccio a Blonde on Blonde, limitandoci a lui ma consci del fatto che andando a recuperare album più vecchi di noi affrontiamo ogni volta la stessa questione, deve essere prima di tutto di contestualizzazione storica. Collocando Blonde on Blonde nel suo tempo, cogliendo la rivoluzione innescata da Dylan negli anni '60 attraverso le parole di altri, potremo premere play con una consapevolezza artificiosa ma essenziale. Non potendo trattare in questa sede tutto quel periodo storico, ci limitiamo a menzionare lo stravolgimento elettrico di Dylan e ad inquadrare il suo percorso. Cominciata con Bringing It All Home e proseguita con Highway 61 Revisited, la svolta di Dylan raggiunge proporzioni epiche in Blonde on Blonde. L'album rimarca, di fronte ai fan inorriditi, la natura ribelle del suo creatore, che incurante della fetta di pubblico che sta perdendo prosegue un discorso decisivo per il suo suono e fondamentale per il rock a venire. Blonde on Blonde eleva di un gradino la poesia delle opere precedenti grazie ad un lirismo surreale e ad estesi rimandi culturali che nobilitano la musica popolare. Ormai portavoce della controcultura americana, Dylan tradisce definitivamente, da novello Giuda, il suo passato e la sua immagine, trasformandosi da cantastorie in letterato dalla lingua pungente e la penna tagliente. Una decisione fin da subito aspramente criticata, una scelta il cui prezzo da pagare non sembra importare a Dylan, che a testa alta affronta concerti e sfida la stampa, e infila il colpo mortale con Blonde on Blonde.
Un'arma dai numerosi colpi, dei quali ne prendiamo in esame solo alcuni, consapevoli di passare per un territorio già esplorato. Il fuoco è aperto con "Rainy Day Woman", una deviata e sarcastica accusa di tutta l'ipocrisia che ruotava attorno alla droga, con particolare riferimento alla marijuana. L'insistente ripetizione in ogni verso delle parole "They'll stone you", l'orchestra che suona fuori da ogni schema e lo stesso Dylan che evita di seguirne i tempi: tutti elementi che sembrano confermare la nostra tesi. Come spesso succede con Dylan, la chiave di lettura non è una sola, le facce più di una e quella che appare come un'invettiva dissacrante può contemporaneamente assumere le sembianze di un inno al consumo di marijuana, specialmente se teniamo conto delle condizioni di Dylan quando eseguiva "Rainy Day Woman" dal vivo. A noi la scelta, insomma. Un'altra di quelle canzoni con le quali Dylan è entrato nella Storia è "Visions of Johanna". E' qui che avviene il salto alla poesia più fine, qui che l'armonica accompagna un visionario viaggio di oltre sette minuti che ancora oggi confonde gli appassionati. "Mona Lisa musta had the highway blues / you can tell by the way she smiles", canta Dylan, e nemmeno il paragone con William Blake riesce a decifrare passaggi che, in ogni caso, rimangono ancora evocativi e riusciti più di tanti altri suoi lavori. Lascivo e falsario dei sentimenti, Dylan si scusa con una donna scomparsa dalla sua vita in seguito a chissà quale trattamento in "One of Us Must Know (Sooner or Later) ", giustificandosi per aver almeno provato a rimediare. "I Want You" è forse la più sorniona del lotto, ruffiana nella melodia, beffarda nelle parole: una ballata non certo per il più caro degli amori come può sembrare in apparenza. Le coordinate sono di nuovo blues in "Stuck Inside of Mobile with the Memphis Blues Again", che verrà presa in prestito da Grateful Dead e Cat Power, giusto per citare due nomi e senza perderci a menzionare tutti gli artisti che almeno una volta nella vita hanno suonato un pezzo di Bob Dylan. Il bersaglio del proiettile che risponde al bizzarro nome di "Leopard-Skin Pill-Box Hat" è la moda, e le sue vittime. Rifacendosi ai classici di Lightin' Hopkins, Dylan si scaglia contro il cappello leopardato, uno dei capi d'abbigliamento più in voga fra le donne dell'epoca. Edie Sedgwick, meglio nota nella Factory di Andy Warhol, pare abbia ispirato questo pezzo e il successivo "Just Like a Woman", un'altra classica e indimenticabile ballata. Non è da sottovalutare la relazione di Dylan con la cantante folk Joan Baez quando si esamina il contenuto lirico della canzone: "She makes love just like a woman, yes, she does / And she aches just like a woman / But she breaks just like a little girl". Di nuovo, Dylan lascia indizi, non spiegazioni. "Most Likely You Go Your Way (And I'll Go Mine) " si riallaccia a "One of Us Must Know (Sooner or Later) ", concludendo il discorso in merito alla fantomatica relazione interrotta. "4th Time Around" risalta di nuovo il lirismo surreale di Dylan pur essendo forse la più folk e diretta di tutto il lotto: un rapporto romantico è di nuovo in gioco, ma i tratti sono confusi e suggestivi. Il vero capolavoro nel capolavoro rimane in ogni caso la chiusura. "Sad Eyed Lady of the Lowlands", con i suoi undici minuti, non è solo una delle più belle canzoni d'amore del rock, peraltro mai suonata dal vivo, come solitamente viene descritta. "With your mercury mouth / in the missionary times", canta Dylan, assorto in un poema la cui intensità cresce di minuto in minuto, gli strumenti si fanno più tesi, commossi, accecati. L'esecuzione infaticabile porta gli autori e l'ascoltatore fra le pagine strappate di una poesia più grande della donna cui è dedicata.
Interminabile, caldo, istrionico: Blonde on Blonde prende blues e folk e li nobilita in un modo unico, senza tempo. Enigmatico come ma non più del suo autore, Blonde on Blonde è un autoritratto fonte di innumerevoli ispirazioni. Dei falsi, si è perso il conto.

01. Rainy Day Woman
02. Pledging My Time
03. Visions of Johanna
04. One of Us Must Know (Sooner or Later)
05. I Want You
06. Stuck Inside of Mobile with the Memphis Blues Again
07. Leopard-Skin Pill-Box Hat
08. Just Like a Woman
09. Most Likely You Go Your Way (And I'll Go Mine)
10. Temporary Like Achilles
11. Absolutely Sweet Marie
12. 4th Time Around
13. Obviously 5 Believers
14. Sad Eyed Lady of the Lowlands