Scritto da D.B.
Titolo: Shades of Blue Autore: Madlib Produttore: Madlib Etichetta: Blue Note Anno: 2003 Elemento:

S
pesso, in un contesto proteso verso il rock, i discorsi su album rap o hip hop assumono connotazioni apologetiche, di profilo decisamente più basso rispetto a corrispettivi di altri generi. Sono convinto, tuttavia, che questo sia l'ambiente adatto affinché questo non avvenga, libero dai pregiudizi verso la musica nera moderna o, anzi, contemporanea e verso la musica in generale.
Non c'è mai stata rottura tra le culture musicali di tre generazioni di afroamericani. Questo può avere diverse concause: l'evoluzione funky e r'n'b della musica nera, la comparsa di raggae e dub sul suolo USA con gli immigrati giamaicani, la condizione umana purtroppo ancora di grande degrado (che costituisce, loro malgrado, un marcatore sociale identitario), e, ultime ma non per importanza, l'elettronica e l'esigenza di venir incontro ad un pubblico di fruitori della musica come strumento ludico e quindi più avvezzo a ritmi più presenti e seguibili.
La capacità di campionare e riutilizzare aveva così affascinato la scena afro già dall'inizio degli anni '70 con DJ Kool Herc, che divenne lo strumento per eccellenza di quella controcultura. I critici non amavano loops e rips, giudicandoli poco meno di plagi, tanto che sul limitare degli anni '90, forse per dare visibilità e lustro e un cuore highbrow al mondo rap e hip hop, o semplicemente per naturale evoluzione di stili, artisti come Gang Starr, De La Soul, Greg Osby, A Tribe Called Quest (autori di un altro album capolavoro del jazz rap che titola The Low End Theory), US3, Digable Planets facevano della campionatura la loro bandiera artistica, inserendo loop jazz come basi alle loro tracce rap, alcuni con più consapevolezza artistica ed estro di altri. Che la voce futura della comunità afroamericana e dei beatniks della nuova era apparteneva all'hip hop, lo aveva capito anche Miles Davis, tanto che il suo ultimo album, Doo-Bop, presenta tracce jazz hop allo stato brado.

Madlib è un artista decisamente colto e raffinato, che sa esattamente cosa vuole e come metterlo in pratica. Già con altri moniker aveva espresso una profonda conoscenza della musica jazz, principalmente con il nome di Quasimoto nell'album The Unseen e nei Yesterdays New Quintet, tuttavia è sotto il nome di Madlib che Otis Jackson Jr. dà vita alla parte più sperimentale del suo estro. Lo si è visto alle prese con ritmi brasiliani e rap hardcore, ma l'oggetto preferito del suo campionare è sicuramente il jazz. Tanto che l'etichetta jazz per eccellenza, la Blue Note ha aperto le porte dei suoi archivi per lui. Questa è la nascita di Shades of Blue, un album la cui distanza dagli estremi hip hop e jazz non è facilmente definibile ma sicuramente non equidistante. Presentato quasi come un programma radiofonico, a causa delle numerose tracce a fungere da introduzioni in cui presenziano collaboratori e MC, è un capolavoro in cui risulta palese il divario esistente tra un mashup o un remix qualsiasi ed un'opera composta dalle materie prime di cui è fatta l'arte. Il risultato è entusiasmante, godibile in molti modi diversi, sia sull'asse delle ascisse dei generi, sia su quello delle ordinate della decifrabilità.

Su questo album ci si può divertire. Anzi, il divertimento ne è una componente essenziale, così come lo è della musica nera tutta e che curiosamente spesso viene messa un po' da parte quando, oggi, si parla di jazz. Forse il gioco di parole del titolo riguarda anche questo: varie tonalità di blu (colore anglosassone della tristezza, della malinconia) che sfociano in sfumature più scure, adatte al loungin' che si respira in tutte le tracce, come in quelle più chiare.
Madlib non ha usato molte basi free o bop (si limitano, forse al bebop funky di Wayne Shorter, uno dei fondatori dei Weather Report, e a Herbie Hancock, del quale ci delizia una splendida versione live di Dolphine Dance, caratterizzata da un intenso uso dell'elettronica). Attingere maggiormente dalla collezione funky della Blue Note è un ragguardevole passo in avanti nella concezione della musica colta per eccellenza, che aiuta forse a riportarla alla natura originaria, sfrondandola di molte delle elucubrazioni artificiose a cui è stata sottoposta in tempi successivi. In molti avrebbero voluto vederlo alle prese con un Davis, un Coltrane, un Monk, ma la sua precisa scelta stilistica lo ha portato a recuperare, tra il tutto il catalogo sdoganato per lui, artisti ugualmente eccellenti ma privi di quell' hype, di quel muro di sacralità dietro al quale stanno le statue dorate del jazz degli anni '50. Donald Byrd, Horace Silver, Gene Harris, Bobby Hutcherson (la cui “Montara” è stata rimaneggiata egregiamente anche dai The Roots), artisti che hanno contribuito in maniera sostanziale all'evoluzione della musica non solo nera, non sono presenti in questo album con tracce sezionate, smembrate e ricostruite. Le canzoni sono quelle originali, ripresentate dopo aver seguito una contaminazione, un'invasione, come la chiamerebbe Madlib stesso, che le hanno dato qualità diverse, aggiunte e mai sottratte o modificate fino alla radice.

L'album è stato criticato molto, soprattutto dai fan e dagli ascoltatori più legati al jazz piuttosto che all'hip hop e le ragioni sono tutto sommato riconducibili ad un'aspettativa alta verso qualcosa che poi si dimostra diverso (non nella qualità in senso stretto) da quanto prefissato. Le aspettative vertevano su di un ipotetico sconvolgimento dei canoni Blue Note ad opera di un astro nascente dell' hip hop sperimentale. In un certo senso è quello che è successo (specialmente in “Please Set Me at Ease”) ma invece distruggere e ricreare, Madlib non ha mai perso di vista i capolavori del passato, lasciando alle canzoni originali molto spazio. Così facendo ne mantiene pressoché la forma dandogli però nuova sostanza, al contrario di quanto successo per tutti gli anni '90 e che dopo le numerose uscite Jazzmatazz di Guru non avrebbe più avuto senso. Qui il valore aggiunto non si ferma all'hip hop e alla scomposizione ma si spinge molto lontano nell'elettronica, come dimostra “Funky Blue Note”, alcune ritmiche vicine al drum&bass o lo splendido sconvolgimento – questo sì – di “Footprints” di Wayne Shorter e “Song for my Father” di Horace Silver.

Mantenere lo spirito di certa corrente all'interno della Blue Note, dandole però valenza moderna, chiavi diverse, valori nuovi e innovazioni, è questa l'opera moderna di un autore sperimentale. Shades of Blue è un album ormai punto di riferimento nel genere a dimostrazione del fatto che, al di là delle pur numerosissime critiche, l'arte trova un posto nella storia.
 
 
 
 
 
01. Intro
02. Slim's Return
03. Distant Land
04. Mystic Bounce
05. Stormy
06. Interlude
07. Please Set Me at Ease (feat. Medaphoar)
08. Funky Blue Note
09. Alfred Lion Interlude
10. Stepping Into Tomorrow
11. Andrew Hill Break
12. Montara
13. Song for My Father
14. Footprints
15. Peace / Dolphin Dance
16. Outro
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