Titolo: Damaged
Autore: Black Flag
Produttore: Black Flag, Spot
Anno: 1981
tichetta: SST
Elemento:

D
amaged. Pare che qualcosa si sia rotto, oltre allo specchio immortalato in copertina. A ben vedere in questo vero e proprio manifesto del punk-hc gli elementi di rottura prevalgono nettamente su quelli tradizionali.
C’è innanzitutto una forte cesura con la storia pregressa della band californiana che si presenta al suo primo
full-lenght con due soli EP all’attivo e una fama tutt’altro che fulgida. L’album vede la luce solamente dopo che il chitarrista Greg Ginn, a fronte di varie peripezie discografiche, decide di pubblicarlo sotto l’egida della sua neonata etichetta
SST. Senza considerare poi i frequenti cambi della line-up, che sembra trovare una configurazione stabile solo con il reclutamento alla voce di Henry Rollins, Garfield all’anagrafe, la cui
serietà si rivelerà fondamentale per gli equilibri del gruppo: scompare infatti con lui la vena più puramente goliardica e satirica, non si gioca più. Fin dai suoi primi concerti da vocalist ci si accorge che qualcosa è cambiato e che i quattro ragazzi sul palco non sono i Ramones, cui nei primi tempi i Black Flag erano stati certamente debitori.
Dalle prime note di "Rise Above" poi, clamoroso inno incentrato sugli abusi polizieschi, i ritmi frammentati e le chitarre sporche e nervose (il sopracitato Ginn e Dez Cadena) si insinuano direttamente sotto la pelle dell’ascoltatore fino ai suoi muscoli e nervi, senza necessariamente passare per il filtro del cervello. La carica elettrizzante è probabilmente più forte che mai, più forte di qualsiasi cosa ascoltata prima d’allora in quell’ ambito. La successiva "Spray Paint" racchiude quella che può essere considerata una delle citazioni-simbolo dell’opera:
"My life is their disease."Una duplice accezione di disagio: disagio e incomprensione suscitati negli altri dal proprio modo di vivere ma anche il volere in prima persona essere fastidioso, elemento di disturbo. Si tratta di un dissenso pensato, ragionato, più di quanto le note e le urla sguaiate facciano intendere. Un germe precoce che aprirà la strada ad innumerevoli altre esperienze di lì a poco (citare tutte le band che hanno subito o rielaborato l’influenza dei Black Flag sarebbe ardua impresa).
In questo suo essere seminale Damaged non può inventarsi da sé e raccoglie quindi al suo interno anche input esterni, tanto a livello musicale quanto di contenuti. Da un lato le strutture scarne e ripetitive fino all’assillo, "Gimmie Gimmie Gimmie" e "Room 13" ne sono l’esempio, dall’altro liriche che insistono sul rifiuto della frivolezza e dell’essenza vuota della società americana a cavallo tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ‘80. Un senso di confusione e inquietudine portato all’estremo e sbattuto in faccia all’ascoltatore, senza vergogna ("I
don't want to see / make me close my eyes / i want to live / i wish i was dead"). Allo stesso tempo non mancano i riff di matrice più puramente californiana, guidati dal basso di Dukowski, che uniti a testi vagamente più scanzonati danno vita a pezzi come "Six Pack" (altro cavallo di battaglia) e "TV Party". Il mescolarsi di influenze e spunti geniali dettati dall’urgenza espressiva più che da una reale consapevolezza costituisce quindi la linfa vitale di
Damaged, capolavoro di cui oggi, a quasi tre decenni di distanza, a stento si riconosce la portata.
Volendo infine trovare un significato, uno degli innumerevoli possibili, al titolo, è inevitabile affidarsi alle parole stesse della title-track:
"Damaged by you, damaged by me.
I'm confused, confused. Don't wanna be confused.
Stupid attempts, no conclusions.
Put the gun to my head and I don't pull.
My emotions are bruised.
I no longer feel a thing.
I no longer want to see."Ecco svelato anche il segreto di quello specchio rotto, forse.