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968: i Rolling Stones sono, con pochi dubbi, la rock band più famosa del pianeta. Cocainomani, perversi e ubriaconi, provocatori a oltranza come probabilmente nessun altro lo era stato prima, gli Stones godevano di un appeal luciferino e sinistro sui giovani, eccitavano istinti ben diversi da quelli stimolati dai Beatles, facevano infuriare conduttori televisivi, politici e genitori con le loro continuate e insistite allusioni al sesso, alla morte e alla droga. Nel 1967, con il sottovalutatissimo "Their Satanic Majesties Request", uscito a pochi mesi di distanza dall'ipercelebrato "Sgt. Pepper", si erano gettati nella mischia colorata e confusa del rock psichedelico, avevano preso a fare i seguaci del guru di turno, avevano scoperto la marijuana e gli allucinogeni, in un delirio di colori e umori non da tutti ben recepito. Ma nel 1968 la situazione mondiale ha preso ben altra piega: a Parigi si combatte per le strade, gli studenti sono in rivolta, la voglia di cambiare il mondo non passa più (o almeno non soltanto) attraverso l'uso smodato di allucinogeni per abbattere il sistema, adesso sono protagonisti i sassi, le molotov, e ragazzi arrabbiati e forse non poco confusi scesi in strada a urlare le loro frustrazioni alla società conservatrice e bigotta che disprezza personaggi come gli Stones. La loro risposta, sia a quei saccenti paladini della morale, sia a quegli spavaldi e forse ingenui demoni che si riversano sulle strade parigine, è contenuta in questo "Beggars Banquet". E in effetti, il "banchetto dei barboni" si rivela fin da subito meno ricco di suggestioni e sapori rispetto alla scorpacciata psicotropica di "Majesties": le chitarre acustiche e le slide guitar sono in bella evidenza, Jagger ha abbandonato la dolcezza straniata di certi vocalizzi presenti sull'album dell'anno prima, la batteria di Watson è di nuovo sciatta e cruda come nella più fiera tradizione blues. Ma l'opener "Sympathy For The Devil", brano ormai storico della produzione stonesiana, si apre con un tempestoso ritmo quasi salsa di congas, con quei versi strafamosi e ancora così maledettamente minacciosi: "Please allow me to introduce myself/I'm a man of wealth and taste". Il pianoforte accompagna questo osceno e provocatorio esercizio di tribalismo pagano e demoniaco, mentre Jagger predica invasato e lascivo (fino a vomitare i versi più scimmieschi) e gli "ooh-ooh" dei cori aggiungono un tocco di surreale straniamento al tutto. Si tratta di una perfetta introduzione filosofica al resto del disco: gli Stones stanno, una volta per tutte, dalla parte del diavolo. Ma si sa, Jagger è uno a cui piace giocare sui sentimenti, uno che non sai mai se ti prende in giro, o se è semplicemente fuori di testa: "No Expectations" è una di quelle ballate acustiche, rilassate e languide, perfette per il tramonto o per i primi momenti dell'alba: fra treni, aerei, partenze e arrivi, Jagger si sforza di sembrare un tipo sensibile e, tant'è l'efficacia dell'esecuzione, ci riesce alla perfezione. Probabilmente, però, non è il caso di fidarsi di uno come lui: ce lo dimostra la sfacciata "Stray Cat Blues" (ripresa anni dopo dai Soundgarden):
"I can see that you're fifteen years old
No I don't want your I.D.
And I can see that you're so far from home
But it's no hanging matter
It's no capital crime"
A detta di Jagger ispirata dalla velvetiana "Heroin", "Stray Cat Blues" parte quasi in sordina, ma presto si trasforma in un blues-rock arrogante e possente, con un vibrante groove chitarra-batteria come impalcatura per il lurido racconto di Jagger, che qui riscopre ancora una volta le corde più selvagge e brutali della propria vocalità, così come fa nella cadenzata e marziale "Street Fighting Man", condotta dal battito potente di Watts e dalla chitarra acustica, dichiarando non si sa bene cosa, indifferenza, partecipazione o addirittura avversità ai tumulti studenteschi di Parigi:
"Well then what can a poor boy do
except to sing for a rock and roll band
'cause this sleepy London town
Is just no place for a street fighting man"
Altrettanta incertezza infonde il country rock malinconico e corale (con tanto di coro gospel e finale a tutta birra) di "Salt Of The Earth": Jagger gioca a fare il paladino della classe operaia, dei soldati e di quelli che nel giorno delle elezioni restano a casa, ma il suo veleno colpisce tutti, non solo chi sfrutta quella "massa svolazzante di bianco e grigio" ma anche quegli sconfitti stessi. è l'apice del loro cinismo e del loro sguaiato qualunquismo, nel quale conta solo il benessere e la soddisfazione degli istinti più bassi, tutto sommato nello spirito dei padri maledetti del blues, quelli che provavano più "simpatia verso il diavolo". Scomparsi per sempre, dunque, i testi che inneggiano all'amore fraterno, a donne arcobaleno e viaggi spaziali, gli Stones riscoprono le loro radici più rozze e autentiche, quelle che riportano all'America maledetta e torva del blues e del country, parlano di droga, di sesso, di ribellione e solitudine, coprono tutto di bruciante e beffardo sarcasmo (esemplificato dalla stralunata copertina, a metà tra il volutamente brutto e il provocatorio), si veda ad esempio la più blueseggiante di tutte, "Parachute woman": "Parachute woman, will you blow me out?" si chiede Jagger, e la metaforica è subito ovvia. Già: sesso, droga e ribellione sono ancora la ricetta perfetta per il rock 'n' roll. E dopo il 1968, se ci fosse ancora bisogno di conferme sulla grandezza delle Pietre Rotolanti, tutti capiscono che nessun altro è stato (ne mai sarà, c'è da scommetterci) più turpe, scandaloso e provocatorio di loro, nessun altro prendera l'anima del blues e la renderà tanto malconcia quanto hanno fatto loro, nessuno porterà mai a tali conseguenze l'apologia e l'uso della droga e dell'alcol. Il motivo? è contenuto qui, nel Banchetto dei Barboni: c'è ancora posto, se qualcuno ha fame.
01. Sympathy for the Devil
02. No Expectations
03. Dear Doctor
04. Parachute Woman
05. Jigsaw Puzzle
06. Street Fighting Man
07. Prodigal Son
08. Stray Cat Blues
09. Factory Girl
10. Salt of the Earth