Scritto da D.B.
Titolo: Closer Autore: Joy Division Produttore: Martin Hannett Anno: 1980 Etichetta: CentreDate Elemento:

L
a violenza non è nelle parole ma nell’intreccio che sibila e striscia. Per questo forse questo album è accostabile a capolavori di violenza dai quali i Joy Division traggono ispirazione non celata. Ballard, il cui capolavoro presta il nome per la traccia d’apertura, "Atrocity Exhibition", Burroughs sono solo un esempio.
Ma non è questo che i Joy Division vogliono raccontare. Non Ian Curtis, suicida. Non è l’arte del violento, non l’estasi sessuale, ma un terrificante dolore, che si può esprimere nelle tinte più nere di un’animalità vestita all’occidentale. Le ballate cupe, i ritmi tribali, le maschere che si tolgono, quelle che si mettono. Ian Curtis è uno scrittore, scrive in poesia, ciò che scrive è il male di vivere.
Con due album, ormai parte della storia della musica moderna, il linguaggio è quello di chi ha una pressione enorme che sfocia in creatività, ma non grezza, non palese né intuitiva. No, Curtis e la sua band sono coscienti di ciò che fanno, lavorano la materia musicale e poetica come chi ha esperienza di altri grandi movimenti e culture. Il periodo è quello del fiore del punk, della new-wave e dell’incomprensione (spesso causata dal fallimento sociale in città grigie, amorfe spersonalizzanti come la Manchester dell’epoca), il 1980, che, come in un quadro, viene dipinto nell’istante preciso, ma con dinamicità badate, con i colori scuri del David Bowie di Low, l’attitudine più degradata di Iggy Pop, gli accorgimenti a favore della bellezza estetica di Kraftwerk e Velvet Underground, i tratti nervosi di Lou Reed.
Closer è quindi un quadro di arte moderna, da interpretare, ma forse nemmeno troppo. Closer è da ascoltare e da leggere, ma anche da godere, nella sua intensa fruibilità ed espressività. La tentazione è quella dell’immedesimarsi in qualcuno vissuto in un altro tempo e in altre condizioni. La comunione però sarà inesistente. Nemmeno i membri della band immaginavano che quella terza persona sofferente e acida dei testi del loro cantante fosse davvero lui stesso. Noi possiamo pensare. Provare a capire. Avvicinarci.
Più vicino.
Closer inizia con "Atrocity Exhibition", omaggio all’artista, omaggio al nostro essere da sempre come siamo. “Questa è la via, accomodati” ci dice. Il rock rumoroso si fonde al ritmo tribale e psichedelico, mentre Ian evoca gli scenari della distruzione del dentro e del fuori, come uomini e come civiltà, delle persone,delle città, di ciò che ci circonda. È sempre stato così. Così sarà sempre.
Eppure c’è un senso della melodia, un istinto controllato in canzoni come "Passover" (La crisi. È infine arrivata, minimale, accattivante. E' il coraggio, alla fine? E' il guardare "il nastro arrivare alla fine" con la testa alta di chi è consapevole della sola certezza nella vita), "Colony", "A Means to an End" (quanto sarà forte l’influenza di canzoni come queste sul suono dei primi U2!), "Twenty Four Hours", che rimanda al piacere dell’ascolto, ma sulle quali la voce funerea, gotica, non lascia andare la tensione. In altri casi invece l’apatia dell’apparenza contro il significato delle parole. Sto pensando a "Heart & Soul", cacofonica e pesante, ma quale sottile piacere nell’ascolto doloroso! È un piccolo languore. È il genio dell’inquietudine. Questo ci fa vedere, inoltre, dei Joy Division profondamente consapevoli delle proprie potenzialità, che sanno realizzare qualcosa che sta precisamente al centro del loro obiettivo. Il rock serrato di "Twenty Four Hours" non è paragonabile a "Isolation", synth-pop di chiaro stampo tedesco, come entrambi non sono paragonabili alla complessità dell’esperimento ruvidissimo di "Colony". L’eterogeneità non corrisponde tuttavia alla mancanza di coesione per un album che scorre, pesante di senso e di tragicità, ma unitario e unitariamente bello. Bello come di godimento estetico, di voglia di ascoltare qualcosa di intramontabile, un monumento musicale, uno splendido mausoleo.
Un capolavoro come "Eternal", dove melodie semplici di musiche elegiache si installano su un sottofondo gotico, fa rabbrividire le camere scure della nostra coscienza. Ill timbro funereo che canta il congedo dell’uomo dal mondo e dai suoi sogni (La Ballata di Stroszek di Herzog) è la voce narrante perfetta nell’arte di raccontare l’ineluttabilità di un secondo che passa e di un minuto in cui si muore.

Il matrimonio è un fallimento, la malattia avanza e le due malattie del dopoguerra, dolore esistenziale e droga. Iggy Pop, un film dal finale forse tragico, forse realista, forse liberatorio e poi il cappio.

Ad "Eternal" segue "Decades", la conclusione dell’album e dei Joy Division. La processione è questa volta vissuta, non osservata tra la pioggia dal “cancello in fondo al giardino”. Ecco i giovani con i loro fardelli, forse parla del crescere, del non poter crescere, del non poter dimenticare i dolori subiti negli anni più delicati. E quando le labbra della pelle non si chiudono è difficile anche solo guardare la ferita.

Perché Closer? Beh, perché è molto, molto vicino.

 

 

 

01. Atrocity Exhibition
02. Isolation
03. Passover
04. Colony
05. A Means To An End
06. Heart And Soul
07. 24 Hours
08. The Eternal
09. Decades

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