The Downward Spiral subisce, riflette e rielabora le influenze di band industrial seminali di una decina di anni prima, come i
Ministry o
Foetus, del metal dei Pantera, di cantautori come David Bowie (in particolare l’album
Low viene detto padre spirituale dell’album) o Tom Waits o ancora dell'istinto progressive di miscela cosciente di generi e dell’attitudine puramente rock. Non a caso Stephen Perkins dei
Jane’s Addiction e Adrian Belew dei King Crimson hanno aiutato molto nella registrazione.
È un album molto violento, ma non è la violenza l’unico mezzo artistico con il quale Reznor ha sentito di dover comunicare il messaggio. Non voleva un album troppo metal, non voleva un album industrial, voleva un album molto violento, sì, ma con elementi diversi,
“che va in 10 direzioni differenti, ma che è in qualche modo omogeneo”, la melodia è funzionale rende più accessibile la musica e sfronda i cliché della musica estrema ormai fine a se stessa. Broken, l’EP che sta tra Pretty Hate Machine e The Downward Spiral, l’aveva già consacrato come astro nascente del panorama estremo, e lo stesso Pretty Hate Machine aveva stupito come esordio ruvido e dalle idee ottime, sebbene un po’ acerb. Tuttavia il successo è stato tale da far commentare al Rolling Stone:
"Head Like a Hole" è stata vicinissima a diventare la "Smells Like Teen Spirit" di ogni disperato del mondo".
Cose già fatte. Era ora di fare qualcosa di nuovo.
La copertina non è un pacchetto nel quale avvolgere l’opera ma una parte funzionale di essa. Disegnata da Mills, artista del ricomporre, è significativamente parte del messaggio. Un messaggio di decadimento testimoniato dalla somiglianza tra il lavoro di Mills e le opere ti Alberto Burri. Non so quanto, o addirittura se ci siano influenze nietzschiane o esistenzialiste (si parla di un possibile concept ispirato dalle opere di Camus), sicuramente, in senso allargato, il nichilismo è presente, anzi prepotente, così come la ricerca di un qualche significato esistenziale e forse, proprio per dovere di ricerca, viene macerato il mondo al di fuori e al di dentro di sé.
"Mr. Selfdestruct", l’inizio dell’album, è già un inizio schizofrenico. A metà tra soliloquio e posizionamento degli strati di realtà da eradicare, il narratore è l’oggetto di queste parole. E la musica.
Violentissima. Le chitarre acide, il ritmo serrato. Ma non si può spiegare. E’ una canzone, anzi un album, con tanti strati quanti quelli che si vogliono distruggere, tante prospettive e cambiamenti quanti il testo, quanti i messaggi, quanti le proteste. Cambi melodici e di personalità ("March of the Pigs", definita da alcuni come
“il più furioso singolo mai apparso in classifica”) si rincorrono per tutto l’album, e in certi momenti quello che si prova è inquietudine, perché sai che la melodia fatta solo al pianoforte che ti chiede “non ti fa sentire meglio?” è solo il momento di crudeltà prima di un colpo fortissimo.
Ancora inquietudine quando il funky viene fatto decadere, marcire per poi ricostruirne coi pezzi una canzone pregna di desiderio. È proprio questo che Reznor intendeva fare, trasmettere un messaggio, anche violento (con un substrato di emolliente supplica taumaturgica però.), tramite un mezzo apprezzato e comprensibile, dopo un trattamento adeguato. Ovviamente non è solo una canzone sul sesso (malato, oh tanto), ma bisogna leggere i testi ascoltando la musica per capire.
Conosci un quadro, conosci com’è fatto e perché, conosci il messaggio che traspare, vago e con pezzi mancanti. Poi vai a vederlo. Solo lì lo puoi conoscere. Con l’istinto.
L’istinto è il modus operandi (reale o disegnato, programmato?) dell’album, come un ragazzo che in preda ad una crisi venga calmato da una persona che odia. Attimo di calma. Respiro. Violenza. Istinto puro quando si ordina di non dirgli quello che deve fare o provare ("I Do Not Want This"). Così spoglia una morale che gli dice cosa provare e come dovrebbe essere. Che tenta di incasellarlo. L’istinto è stato scambiato da alcuni critici con puerilità, risposta emotiva esagerata agli imput della vita. Droga e puerilità.
Non è puerilità, è urgenza espressiva, istinto a cui viene data una forma artistica ben definita, ben programmata. In I do not want this, protagonista della musica è ancora la subitaneità, l’urto improvviso dopo una tensione costante caratterizzata in questo caso da una drum machine che tiene alta il valore di inquietudine. Ci sono pochi casi di rilascio emotivo, sono momenti stringenti, dove si tirano le somme dell’operare di martello dei Nine inch nails, "A Warm Place", dove viene ripresa una melodia di Bowie, "Crystal Japan", ritorno ad un utero protettivo, nel quale ci si può fermare, lasciando tutto, cadendo nel
despair, sempre più giù. Stringe il cuore, una melodia che sarà ripresa The Fragile, incredibile capolavoro di intimità successivo a The Downward Spiral. Il despair decade sempre più in una melodia autistica preludio di un’implorazione all’autodistruzione in "Eraser".
Autodistruzione perché per disallineare e poi distruggere tutti gli strati del reale bisogna strappare anche se stessi. Cancellarsi. E cancellare chi una volta si è amato, marcio come il resto, "Reptile", industrial ricercatissimo, elegantemente pesante.
Assistiamo a questo punto all’appigliarsi della musica alla melodia. Già a partire da "A Warm Place" si capisce che si potrebbe idealmente dividere l’album in due parti. Nella prima la melodia è fonte di inquietudine, funzionale a preparare l’emozione della distruzione di cose grandi e lontane, un dio che per primo ha abbandonato Reznor, come in "Heresy", decadente e vendicativo. Il beat leggermente hiphop bagnato in un incandescente rumorismo industriale di Ruiner, l’ammiccante "Piggy", che insieme a "Big Man With a Gun" è la canzone che maggiormente ricorda le opere di Thirlwell nel progetto Foetus, inno alla potenza dell’uomo che rappresenta, che ha lasciato o che sta lasciando Tutto.
Nell’ultima parte l’abbandono è più doloroso e difficile. Più che un distacco tra melodia e aggressività si ha una coesistenza. Il risultato è una profondità che non diresti mai. The Downward Spiral, epitome dell’album riassume, nella sua bellezza melodica toccante, l’inquietudine, la distanza da tutto, l’acidità e, ancora una volta, la violenza in un climax di urla e chitarre. Tecnicamente il voler essere accessibili, la corruzione sonora come mezzo.
Il suono, la melodia, un uncino per aggrapparsi a noi, quando, anestetizzati, immuni, non pensiamo nemmeno di cambiare le cose. L’uncino ci tocca e poi affonda. E tira. Forte, forte, sempre più forte.
Tocchiamo la carne, e ricordiamo. Qualcosa sotto ancora pulsa e vive.
’è chi vorrebbe ricostruirsi ma non può, se tu sei ancora in tempo, fallo.