Scritto da S.V.

Titolo: Spiderland Artista: Slint Produttore: Brian Paulson Anno: 1991 Etichetta: Touch and Go Elemento:


“P
lease
Listen to me
Don't let go
Don't let this desperate moonlight leave me
With your empty pillow
Promise me the sun will rise again”.


Quattro ragazzi ci fissano sorridenti nel bel mezzo di una nuotata. L’impressione immediata è che si stiano divertendo.
Colori: bianco e nero onnipresente. Il fascino della copertina è immenso. Paesaggio vacuo, tenebroso, tagliente.
Spiderland è un capolavoro totale, un disco imprescindibile per ogni amante del rock.
E’ innovazione, anticipazione di tutta la scena post-rock, opera matura e totale che ha avuto sulla musica a venire un’influenza incalcolabile.
Spiderland è incertezza post-adolescenziale di fronte a scelte che recano responsabilità troppo alte. E’ la constatazione rassegnata che i nostri desideri e i nostri sogni si sono rivelati fallimentari. E’ il nostro scheletro nell’armadio che cominciamo a mostrare e ad accettare nella più totale indifferenza.

Fusione perfettamente bilanciata fra atmosfere noir sospese e sonorità minimaliste, il disco sarebbe indubbiamente stato la colonna sonora ideale di una pellicola del primo Fritz Lang.
Il sound della giovane band risente molto dell’hardcore fugaziano, sapientemente rivisitato attraverso stilemi e ritmiche cadenzate che faranno scuola in tutta la scena post-rock.
I crescendi e le deflagrazioni chitarristiche presenti sconcertano profondamente in quanto non contribuiscono in alcun modo a stemperare la tensione, anzi danno un tocco ancora più oscuro e assordante alle composizioni. In ogni caso ogni brano possiede la caratteristica di ritorcersi su stesso allineandosi alla stasi che è propria ogni introduzione strumentale.
Psicologicamente siamo dalle parti dentro il mondo di Schiele. Altrimenti si respira ovunque un’aria opprimente e inquietante, quasi fossimo il protagonista di un romanzo kafkiano.
Spiderland è un circolo senza risoluzioni in cui dominano strumenti alieni che non manifestano alcuna comprensibile logica. Apatia strumentale.

“Breadcrumb Trail", preciso e significativo incipit mostra da subito le peculiarità sonore della band. Dominano una precisione compositiva quasi geometrica e un impianto chitarristico allucinato fatto di arpeggi sghembi ed armonici taglienti. La voce apatica principalmente sussurra. Il sottofondo strumentale è composto da oceani di pause e crescendi che non vengono in alcun modo risolti. La voce recitante, seguita da una potente deflagrazione appoggiata da potenti stacchi di batteria, si fa improvvisamente urlo inquieto.
“Nosferatu Man” si avvicina a sonorità math-rock ed è il frutto di un controtempo fenomenale avvolgente ed ispirato. E’ un brano che con la sua tensione rumoristica suona quasi innaturale, come se fosse stato diviso e ricomposto più volte. Il risultato è puro minimalismo comunicativo.
“Don, Aman” è profonda stasi musicale, immobilità di fronte agli eventi, indifferenza di fronte all’attesa di qualcosa che possa trasformare l’esistenza. Incedere snervante che gira vorticosamente in circolo perenne e si appoggia ad un silenzio di fondo che pare assordante. Voci sussurrate si alternano alimentando una tensione drammatica che non viene mai liberata.
“Washer” è il capolavoro assoluto. Liriche poetiche mettono in scena una storia d’amore agli sgoccioli (“my head is empty, My toes are warm, I am safe from harm”). Bisogna saper lasciare per il bene dell’altro, per recuperare la propria essenza.
Qui la voce si fa romantica e suadente, ipnotica. La melodia slo-core è da shock immediato, il crescendo finale rappresenta il compimento di una parabola senza tempo, senza precedenti, senza possibili paragoni. Una delle canzoni d’amore più drammatiche e sofferte degli anni Novanta.
Con “For Dinner…” riemerge la profonda stasi epilettica, quasi gli strumenti attendessero sospesi di conoscere il loro destino. Incroci melodici appena accennati, tensione palpitante e consueta suspense intorpidiscono il corpo nella tenebra più assoluta.
“Good Morning, Captain” ha una base ritmica trascinante e il consueto contorno dissonante. Il testo è decisamente claustrofobico e inquietante. Il verso liberatorio finale diviene urlo esistenziale universale. “I Miss You”.

Spiderland ossessiona. Alimenta l’angoscia interiore non stemperandola mai.
E’ come il nostro incubo preferito. L’atmosfera perennemente cupa e raggelante provoca l’ascoltatore che vorrebbe ricercarvi risposte consolatorie.
Attesa inutile: restano lacrime sublimate e profondo senso di incertezza, freddo epitaffio della nostra condizione esistenziale.

 

 

 

 

01. Breadcrumb Trail
02. Nosferatu Man
03. Don, Aman
04. Washer
05. For Dinner...
06. Good Morning, Captain

You are here:   RecensioniDischi ChiaveSlint (1991) Spiderland
Joomla! is Free Software released under the GNU/GPL License.