Titolo: Daydream Nation Artista: Sonic Youth Produttore: Nick Sansano, Sonic Youth Anno: 1978 Etichetta: DGC Records Elemento:
S
i tende sempre quando si affronta il discorso Sonic Youth a mitizzare quello che è stato il loro impatto culturale. Il valore del loro contributo alla musica non viene certo messo in discussione, ma l'eccitazione dei media specializzati, sebbene giustificata, ha purtroppo con gli anni contribuito ad alzare un velo sugli anni '80, nascondendo al pubblico meno esperto alcune realtà contemporanee alla band di New York.
Questo non pregiudica affatto, e ci mancherebbe, l'importanza storica dei Sonic Youth, nè tantomeno la qualità del loro capolavoro indiscusso, quel Daydream Nation che nella sua lunga durata arriva a definire un genere, il noise-rock, fissandone coordinate per chiunque si addentri in queste strade. Del resto i segnali positivi c'erano tutti fin dagli esordi. Confusion is Sex è un debutto fulminante, seminale forse più per quello che significò in quell'epoca che per l'effettivo contenuto, ma comunque valido e indelebile più del seguente Bad Moon Rising. Ancor meglio Sister e Evol, nei quali la forma canzone deturpata dal rumore raggiunge ottimi livelli, tra i più riusciti in assoluto all'interno della loro carriera a voler ben ascoltare; parte entrambi questi, a detta di molti, di una trilogia che ha come conclusione proprio Daydream Nation. Una serie di prove che, almeno fino ai primi '90, dimostrano una band con una quantità di idee spaventosa, indispensabile e rivoluzionaria per l'underground americano sempre più in fermento in quegli anni.
Certo è che la completezza, la varietà e la complessità di Daydream Nation sono uniche nel percorso evolutivo dei Sonic Youth, atteso risultato di quanto felicemente sperimentato nei due album precedenti e tuttavia punto di non ritorno invalicabile. Non è un caso, infatti, la sensibile virata nelle loro scelte stilistiche fin dal lavoro immediatamente successivo: consapevoli di aver espresso tutto da un lato, coscienti di non potersi superare su quel fronte dall'altro.
Con Daydream Nation i Sonic Youth ottengono quello che andavano cercando: la psichedelia moderna. Il parallelo con i Velvet Underground che viene spesso tracciato offre una chiava di lettura notevole per l'opera, e il legame fra le due band non è strettamente legato agli intenti stilistici.
Daydream Nation è l'umanità, è la metropoli di oggi, industriale, scialba, invasa dalla stupidità dei media e quindi tanto malata quanto quella dipinta dai Velvet Underground. è l'Occidente spento dalla propria economia, oppresso da quella che dovrebbe essere la ricerca del proprio malessere, della sua cura che appare più nascosta di quanto non sia. La dispersione nei riverberi e nelle distorsioni create dai Sonic Youth è la stessa sensazione di spaesamento che si prova nel traffico urbano, la stessa apatia che corrode l'animo umano, l'accidia che non lascia scampo. Una vita, quella che traspare da queste note e da queste parole, che procede per inerzia, operosa e funzionale solo ed esclusivamente per necessità. A livello di puro contenuto lirico Daydream Nation è il messaggio che gli scrittori di certa fantascienza cercano da sempre di comunicarci: lo spettro del progresso tecnologico, la globalizzazione come male minore di un'umanità evoluta nel peggiore dei modi.
L'obiettivo desiderato, vale a dire il rumorismo ipnotico, viene ottenuto con la sovrapposizione di chittarre e basso opportunamente maltrattati al cantato in estasi di Kim Gordon, Thurston Moore e Lee Ranaldo. Diversamente tuttavia da quanto fatto da Jesus & Mary Chain e My Bloody Valentine, non è sui pedali degli effetti che i Sonic Youth agiscono, almeno non completamente. Con "maltrattare" intendiamo non proprio distruggere ogni strumento a portata di mano, quanto usarlo in maniera, per così dire, insolita: non è raro, ad esempio, vedere la Gordon passeggiare letteralmente sul proprio basso. E non è l'etereo effetto del dream pop dei Cocteau Twins che i newyorkesi vanno cercando quando si fa riferimento all'estasi vocale. Non vi è nulla di onirico. Non è di un sogno che stiamo parlando, ma della nostra illusa realtà da consumatori. Così la Gordon in 'The Sprawl' (titolo ispirato dal celebre romanzo cyberpunk Neuromante di William Gibson):
Come on down to the store
You can buy some more, and more, and more, and more
Elemento di punta di Daydream Nation sono gli intrecci di chitarra, ed è proprio grazie a questo disco che Moore e Ranaldo diventeranno tra i maestri delle sei corde più acclamati dei loro tempi, sinceramente creativi e in grado di fare scuola molto più di inflazionati tecnicismi. Non un pezzo in tutta la durata, e parliamo di oltre settanta minuti, esce indenne dai distorti schizzi di follia noise. Anche quando la melodia si avventura in luoghi più classici e definiti, come l'apertura di 'Teen Age Riot' o le strofe di 'Hey Jonì e 'Total Trash', le chitarre non tardano a colpire implacabili. Senza contare la vena sperimentale: 'Providencè è un pianoforte registrato in casa Moore, con stralci di telefonate. 'Eric's Trip', esplicita fin dal titolo e con Ranaldo alla voce, raggiunge il suo scopo utilizzando fra l'altro riferimenti all'opera di Andy Warhol. Non si contano i gruppi che dall'inizio del Duemila sono rimasti folgorati da 'Silver Rocket' e 'Kissability', e nemmeno oggi, dopo ormai vent'anni, si riesce del tutto a capire come possano i Sonic Youth aver concluso un album già destinato alla storia con una suite intricata e meravigliosa come 'Trilogy', i cui appunto tre distinti movimenti vanno sia a riassumere tutto il loro lavoro fino ad allora, sia a condensare in un quarto d'ora un trentennio di psichedelia.
Ritratto di più epoche, attuale e vitale oggi come allora, Daydream Nation è il tassello più importante del mosaico che i Sonic Youth ci hanno lasciato, pulsante oggi più del resto della loro discografia. Un'opera che consolida tutto il loro stile portandoli direttamente fra gli artisti fondamentali del rock, precursori di una buona fetta del decennio successivo e senza i quali non avremmo avuto, facendo il nome più banale possibile, i Nirvana. Un lavoro Daydream Nation, anche e non secondariamente, a più livelli ognuno specchio dell'altro, denso e misterioso come il quotidiano intorno a noi.
01. Teen Age Riot
02. Silver Rocket
03. The Sprawl
04. 'Cross the Breeze
05. Eric's Trip
06. Total Trash
07. Hey Joni
08. Providence
09. Candle
10. Rain King
11. Kissability
12. Trilogy: a) The Wonder b) Hyperstation z) Eliminator Jr.