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guardi che sai non dureranno oltre i pochi minuti, prima del decollo. Persone camminano, persone corrono, persone si siedono sconsolate. Tese. E ci metti un po' a capire che ai loro occhi non sei diverso. Anche tu, come loro, stai vagando in un non-luogo giuridico, in uno spazio fisico, in un vuoto poetico.
Non è una contraddizione, non un gioco di parole, non più di quanto lo sia una musica composta non per persone, ma per ambienti.
Non dobbiamo per forza accorgerci degli strati sonori delle composizioni di Eno, ad ogni modo sublimi anche dal punto di vista tecnico, come non dobbiamo per forza accorgerci delle bifore di un salone di un tempo, di enormi schermi colorati o di artifici architettonici.
L'album è il primo delle due opere considerate genitrici della musica ambient (termine che verrà coniato, non a caso, dopo l'uscita di Music for Airports e in effetti ne è il coronamento, l'apice dal punto di vista concettuale e della realizzazione, evolutosi da Music of Films, anch'esso del 1978, una musica strumentale molto emotiva, ambient in senso allargato e odierno, ma molto lontana dal senso stretto. Quest'ultimo è infatti un album tutto stati d'animo, una musica per immagini in movimento, dove manca però quell'idea che troviamo in Music for Airports, che fa dell'opera d'arte, un opera indimenticabile, entrata nella storia. Quell'idea di estetica spaziale, di composizione discreta che già altri avevano ipotizzato che tuttavia mai avevano messo in atto così chiaramente, così compiutamente, in una realizzazione perfetta: la complementarietà con un ambiente che, semplice mezzo, subisce l'azione dell'uomo e che finalmente riesce a reagire senza turbare, trasmettendo, anche inconsciamente, qualcosa. La musica diventa quindi la colonna sonora dello spazio che, tramite essa, può finalmente INTERagire con l'uomo. E Eno riesce magistralmente nel suo intento, tanto che Music for Airports verrà usato in alcuni aereoporti e in molte mostre d'arte. L'opera riprende autori d'avanguardia come lo è stato Satie, indietro nel tempo. Anzi, in questo senso, è proprio nelle opere di Satie che l'ambient trova le sue radici, da lui e dalla sua teoria della musica come orpello estetico, tassello per il perfetto arredamento del luogo dove si vive, la musique d'ameublement. Tuttavia la realizzazione di Relâche o di Gymnopedie mancava di autonomia dalla musica (nel senso strutturale del termine), facendo una critica diacronica, mentre qui andiamo oltre quel concetto di canzone che va decisamente stretto ad un'idea così ambiziosa che vede la musica come complemento dello spazio.
Da qui, da questo punto, da quest'idea partiranno tanti autori dei generi
più disparati, di cui una buona parte, purtroppo, attratti dall'apparente semplicità e contraddizione esistente nella composizione di suoni ripetuti.
Nelle quattro, lunghe tracce, sintetizzatori oscillano e fluttuano, voci elettroniche dal timbro etereo accompagnano soavi un pianoforte delicato suonato con maestria (compare il nome di Robert Wyatt). Le quattro tracce sono sinfonie nelle quali possiamo sì riconoscere una melodia, ripetuta, tuttavia sempre diversa da se stessa, come il rumore di fondo, o il suono di una cascata, rallentata com'è nell'insieme armonico di droni e synth che si incrociano. Non esiste un ritmo, non esiste un testo o un messaggio. Ciò che siamo abituati a cercare non c'è più, deframmentato e semplificato. Ne rimane un nucleo melodico potenzialmente infinito, attualmente delimitato ma confuso e sfocato nel suo intervallo di esistenza.
Che interesse può avere, Eno, a farci Ascoltare la sua musica? Alcuno. Dovremmo limitarci a percepirla con i nervi, con l'epidermide, con i muscoli e goderne, anche incosapevolmente, come si gode della meraviglia, senza osservarne il tanto curato particolare.