Scritto da M.U.
Titolo: Unknown Pleasures Autore: Joy Division Produttore: Martin Hannett & Joy Division Anno: 1979 Etichetta: Factory Elemento:

A
change of speed, a change of style.

A change of scene, with no regrets,
A chance to watch, admire the distance,
Still occupied, though you forget.
Different colours, different shades,
Over each mistakes were made.
I took the blame.
Directionless, so plain to see,
A loaded gun won't set you free.
So you say.

Con la trasposizione cinematografica della breve ed intensa vita di Ian Curtis firmata da Anton Corbijn ormai sotto gli occhi di tutti non ha senso addentrarsi per l'ennesima volta in discorsi puramente biografici riguardo i Joy Division. Presunzione forse, dato che non tutti sono a conoscenza di come è nato Unknown Pleasures, ma anche un modo come un altro per rivolgere l'attenzione più alla musica contenuta nel disco che alle vita dei suoi creatori. Perché l'ascolto di Unknown Pleasures è fra i modi migliori e più sinceri per ricordare un gruppo chiave. Una band che ha contribuito a definire un sound appena abbozzato e una scena che non tarderà ad esplodere negli anni a venire. Una figura, quella di Curtis, che ancora oggi fa discutere e riflettere, le cui parole conservano intatti valore ed emotività.

To the centre of the city where all roads meet, waiting for you,
To the depths of the ocean where all hopes sank, searching for you,
I was moving through the silence without motion, waiting for you,
In a room with a window in the corner I found truth.

Con Unknown Pleasures i Joy Division si lasciano alle spalle gli esordi piuttosto vicini al punk per approdare al suono definitivo che li caratterizzerà. Fondamentale in questo senso il contributo di Martin Hannett in fase di produzione: è grazie alla sua meticolosità che si deve quel basso fluido ed ipnotico, quella chitarra in grado di tagliare in due il cuore con accordi semplici ma efficacissimi, quel freddo martellare di Stephen Morris che scandisce ogni pezzo. Senza contare come è risaltato il timbro profondo e meccanico di Curtis, lontano anni luce dal vocalist che si arrampicava sulle note di "Leaders of Men". Ma nessun elemento prevarica gli altri: c'è un equilibrio sottile fra i singoli componenti, un incredibile e palpabile feeling che unisce i quattro giovani e che emerge da ognuna delle dieci canzoni. Balza all'occhio la lezione del punk: non un pezzo di Unknown Pleasures (ma si potrebbe estendere il discorso a tutta la discografia dei Joy Division) eccede in tecnicismi, la durata è contenuta. Semplicità, ma al tempo stesso genialità: il basso di Peter Hook farà scuola, memorabile nel suo essere spina dorsale con le giuste corde, così come la chitarra di Bernard Sumner che traendo spunto dai Television rinuncia sapientemente a virtuosismi del tutto fuori luogo in un contesto del genere. Lo stesso dicasi per la prestazione vocale: lenta, drammatica, così vicina e così lontana al tempo stesso, rappresenterà un punto di riferimento costante per chi seguirà l'oscura via tracciata in Unknown Pleasures.
Sul versante lirico il disco è l'immaginario rassegnato, triste e disperato di Ian Curtis. I suoi ascolti abituali e le sue inseparabili letture vengono filtrati nei testi dall'inafferrabile dolore con cui era costretto a convivere. Una visione profonda, intima e assolutamente toccante, che ritrae un mondo interiore senza luce e che, essenziale dalla prima all'ultima parola, completa la contorta trama dipinta sul nero fondale della inquietante cover.

Guess the dreams always end.
They don't rise up just descend,
But I don't care anymore,
I've lost the will to want more,
I'm not afraid, not at all,
I watch them all as they fall,
But I remember when we were young.

Arrivati a questo punto, qualsiasi recensione presunta tale (nonché la maggior parte delle recensioni che si possono reperire in rete), inizierebbe ad analizzare frammento per frammento Unknown Pleasures, dieci paragrafi per descriverlo da "Disorder" ad "I Remember Nothing", righe su righe spese a sottolineare il suono qui piuttosto che la nota lì, a tessere lodi sperticate (e giustificate) per "New Dawn Fades". Lavoro condivisibile e in alcuni casi accettabile, ma che spesso risulta essere un mero esercizio retorico da cui, per una volta, si vuole esulare. E' sufficiente sapere che ogni canzone costituisce un tassello unico che sradicato dal resto non perderebbe significato, che tutte le immagini lasciate da Curtis rimangono in vita anche prese singolarmente. Racchiuse fra le note del disco abbiamo dieci piccoli grandi manifesti di un sentimento che risulterà essere comune tanto ai giovani dell'epoca quanto ai giovani d'oggi, attimi di buio a cui insolentemente si rifaranno in molti. I Joy Division scavano nel cuore, ci mostrano una realtà tetra, vivida, ma che ci appartiene e da cui noi come loro non possiamo mai del tutto allontanarci.

I've been waiting for a guide to come and take me by the hand,
Could these sensations make me feel the pleasures of a normal man?

Due dischi imprescindibili e irripetibili, una manciata di pezzi (raccolti nel fondamentale Substance) e qualche indimenticabile live, il tutto consegnato a distanza di pochi ed intensi anni di carriera, stroncati come sappiamo nel peggiore dei modi. Questo è quello che rimane, e con solo questo i Joy Division si sono riservati un posto tutto loro, nascosto come le facce dell'animo umano che ci hanno mostrato, nella storia della musica.

We were strangers, for way too long,
For way too long.
01. Disorder
02. Day of the Lords
03. Candidate
04. Insight
05. New Dawn Fades
06. She's Lost Control
07. Shadowplay
08. Wilderness
09. Interzone
10. I Remember Nothing
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