
N
on è una fatalità che le musiche di Beck siano tra le più varie e confusionarie in circolazione. Non è una fatalità per ovvi motivi. Lui all’inizio degli anni Novanta seppe recuperare gli avanzi di cinquant’anni di cultura pop, e seppe, da bravo ecologista della musica, riciclarli senza danneggiare niente e nessuno. I suoi spunti musicali sono illimitati, rovescia ciò che a suo tempo composero Bob Dylan e Prince. Le sue esperienze che gli permisero di diventare quello che è, furono gratificanti fin da quando era giovanissimo. A 18 anni, infatti, emigrò a New York per suonare in qualche pub e/o club, per tornare a sua volta a Los Angeles tre anni dopo. Praticamente da solo inizia a comporre del virtuoso blues, del buon folk e dell’eccentrico country. Grazie a questa dote di scienziato pazzo che lui ha e ha sempre avuto rinviene ogni pezzo da un differente scheletro musicale, per riassemblarlo, per dar lui vita, per dar lui una nuova forma. Un altro motivo, che lega il suo essere unico e completo alla confusione generale delle sue composizioni, è che lui affonda le radici nelle sue origini familiari. Ma a prescindere da questo Beck ha dimostrato da sempre una capacità insolita di fondere degli elementi che non c’entrano nulla, o quasi, l’uno con l’altro, rendendoli ognuno la pertinenza dell’altro.
Nel 1994 Beck pubblica il suo primo album ufficiale, Mellow Gold.
Sono in molti a conoscere Loser, pezzo cardine di questo debutto all’insegna dell’hip pop acustico. Il mercato discografico la spinse oltre quello che tuttora Beck non si aspettava di ottenere.
Per esempio se Nevermind dei Nirvana a suo tempo condusse il rock alternativo dall’underground al mainstream delle grandi major, Mellow Gold, tre anni dopo, spinse ancora più in là i confini della musica popolare. Caso non fu che fosse proprio la Geffen a produrre entrambi gli album. Beck per incidere i suoi dischi si avvale di questa major è vero, ma la sua musica è molto più indipendente di quello che si possa pensare o far pensare. Il sistema Beck lo sfrutta.
Nel 1996 esce Odelay, già dalla copertina si può notare il salto di qualità di Beck. È nettamente il disco cui, negli anni avvenire, Beck s’ispirerà di più per far nascere altre canzoni. Le operazioni chirurgiche taglia e cuci sono all’ordine d’ogni canzone, mescola qualsiasi cosa provenga da una sana ed energica digestione di musica in senso globale. "Devil’s Haircut", diventata ormai un classico degli anni Novanta, al punto da far trascurare il suo utilizzo di stili musicali tipici degli anni Sessanta, ricicla riff distorti di vecchi pezzi dei Them, sempre a dimostrazione del suo passato da gran divoratore di dischi. Direttamente da Pomona arrivano, in quel di Los Angeles, i Dust Brothers (coloro che composero la colonna sonora di Fight Club) a dare una mano hip hop in più a Beck. Da dieci anni a questa parte l’hip pop, insieme all’elettronica, si è infilato in ogni genere musicale creando dei più disparati e casinisti sottogeneri: "High 5" è un miscuglio (o un intruglio) di tutti questi sottogeneri, che a sua volta sono stati cuciti con del beat e del country. Il country è presente un po’ in tutte la produzioni di Beck, basti notare l’ampio utilizzo di banjo, chitarra classica/acustica e del violino in contesti sonori impensabili per tali strumenti. Una vera canzone country in Odelay c’è e si chiama "Ramshackle", sembra addirittura strano trovarsela in mezzo a tutto sto bel po’ di roba, ma siccome Beck è uno dei più furbi artisti in circolazione ha ben deciso di metterla come ultima traccia del disco. Poi c’è il beat di "New Pollution" a dare il giusto tocco giocoliere all’album, con un intro che sembra essere stato creato apposta per far ballare delle marionette comandate da dei fili, creando un’atmosfera a metà fra teatro e circo. Il talento di Beck, come già detto, risiede nell’aggiungere strumenti o suoni che all’apparenza non centrano nulla con la canzone. Infatti, sempre in "New Pollution", si può ben notare un sassofono che circola lì in mezzo non si sa bene per quale motivo, ma ci sta. Ogni suono/campionatura aggiunto ad un primo ascolto risulta ostico, in seguito col passare del tempo tutto sembra stare al posto giusto. Ci si rende veramente conto di quanta genialità quest’album esprime, quanta freschezza, quanta voglia d’andare oltre ciò che già sa dare, quanta fame di sperimentazione… col tempo. Per ascoltare questo disco bisogna essere un po’ come lui, ricercatori e scovatori. Con questo non voglio affermare che Odelay è di difficile ascolto, anzi, assicurerei che si avvale di un’orecchiabilità disumana, grazie soprattutto alla sua voce e alla sua fedele armonica (amica di sempre).

01. Devil's Haircut
02. Hotwax
03. Lord Only Knows
04. The New Pollution
05. Derelict
06. Novacane
07. Jack-Ass
08. Where It's At
09. Minus
10. Sissyneck
11. Readymade
12. High 5 (Rock the Catskills)
13. Ramshackle
14. Hidden Track