efinirli "un segreto ben custodito" è probabilmente eccessivo. Eppure, anche tra gli appassionati di rock, il nome dei Cocteau Twins è raramente associato ad una profonda conoscenza della carriera del gruppo. Tutti sanno chi è Liz Fraser, tutti sanno che cos'è il dream-pop, pochi si sono presi la briga di ascoltare a fondo dischi come questo "Treasure" o gli esordi di "Garlands" e "Head Over Heels". E invece ci sarebbe tanto da scoprire nella musica di questi ragazzi.
Che nascono come trio nel 1980, in Scozia. Le loro ispirazioni principali, com'è facile da immaginare, arrivano dalla nascente scena post-punk: Joy Division
in primis, ma soprattutto Siouxsie. Che è l'ovvio (e fuorviante) riferimento per un gruppo nato in quegli anni e con una donna dietro al microfono. Perché fuorviante? Una spiegazione chiara e sintetica sta nelle parole della stessa Fraser:
da ragazzina ero la punk più dolce che si potesse incontare.
Sì, perché mentre i Dead Can Dance (per certi versi il primo nome che possa venire in mente parlando di Cocteau Twins) erano un gruppo colto e filologico nella sua ricerca musicale, il suono degli scozzesi e del loro capolavoro "Treasure" nasceva dalla dolcezza, dall'ingenuità, da
uno sguardo sognante e smarrito. L'idea compositiva alla base è molto semplice: si parte da ritmiche tipicamente post-punk (o dark, o quel che volete voi), fatte di batteria secca e "dritta" e linee di basso ficcanti; qui sta anche l'unico appunto possibile al disco, cioè un suono di batteria elettronica invecchiato malissimo. Ma comunque. Su questa base, si innesta una chitarra effettata e riverberata per dare atmosfera. Il tutto su strutture libere, lontane dalla classica forma-canzone, dando così un respiro ampio al pezzo, svincolandolo dal sempiterno "strofa-ritornello" e permettendo divagazioni nei territori più disparati, dal madrigale medievale alla musica orientale al jazz.
A spiccare su tutto questo, la voce di Liz Fraser.
Dispiace quasi che tutte le volte che si parla di Cocteau Twins si finisca sempre a parlare di lei, dimenticandosi di un chitarrista fantasioso come Robin Guthrie o mettendo in secondo piano la varietà di stili e influenze che caratterizzano i loro dischi. Ma è innegabile che il fascino e l'originalità degli scozzesi tragga origine in buona parte da quella voce e da quello stile di canto. Eterea, spiritata, timida, posseduta, sirena, angelo... Liz Fraser è tutto questo e molto di più. Canta nenie senza senso, in un linguaggio inventato fatto di suoni e suggestioni (vi ricorda qualcosa?), infonde magia pura nella musica dei Cocteau Twins. Tecnicamente inappuntabile, riesce a mettere il suo talento al servizio delle proprie visioni e allucinazioni. Ed è così che nascono canzoni come la spettrale "Ivo", traccia d'apertura di "Treasure", batteria sintetica e gorgheggi orientali, che non possono non fare venire in mente i contemporanei Dead Can Dance. È lei che fa vivere i dieci protagonisti di questo disco, come l'oscura "Cicely" e l'elegante "Pandora". È lei che dà voce a "Persephone" (memore dei primi due dischi) e ci racconta delle meraviglie che circondano "Lorelei". È lei che dà vita alle suggestioni e agli schizzi pittorici delle chitarre di Guthrie, donando loro un volto e un'anima. "Treasure" è come una collezione di quadri, dieci personaggi ritratti in luoghi
alieni (nel senso più letterale del termine), paesaggi familiari ma che non ci appartengono del tutto, come nelle vecchie storie che leggevamo da bambini in cui l'eroe cadeva nel mondo delle fate e si trovava circondato da colori e creature buffe e un po' inquietanti. Il tutto, vale la pena dirlo, senza mai cadere nel pacchiano o nel kitsch, probabilmente per via della sottile vena oscura che pulsa sotterranea nelle linee di basso o in certi vocalizzi da strega.
Non siamo di fronte ad un disco normale, i Cocteau Twins non sono mai stati un gruppo "da canzone", anche se ci proveranno ("Heaven Or Las Vegas") con risultati alterni. "Treasure" è uno dei lavori più originali e innovativi di quegli anni. Eppure, sarà per la proverbiale ritrosia della Fraser a comunicare col pubblico, sarà perché la loro proposta musicale suonava ingenua e
naif in un periodo in cui a farla da padrone erano i sentimenti negativi, fatto sta che si ha l'impressione che i Cocteau Twins non abbiano raccolto quanto meritavano, almeno a posteriori. E sì che la loro influenza è obliqua, riscontrabile nei gruppi più disparati. I Sigur Ròs devono avere ascoltato molto "Treasure" e l'acustico "Victorialand", gli Slowdive conoscono sicuramente questo disco, persino nelle suggestioni degli ultimi Talk Talk si può trovare traccia della musica degli scozzesi. Per non dimenticare poi il significativo omaggio che Robert del Naja e i Massive Attack fecero a Liz Fraser, chiamandola ad interpretare tre canzoni dello storico "Mezzanine".
E nonostante tutto questo, i Cocteau Twins restano, per molti,
il gruppo di quella che canta "Teardrop". Il che è un vero peccato, perché si rischia di perdersi uno dei gruppi più originali nati dalle ceneri del punk.
Piccole note a margine: oltre ai due dischi d'esordio (i già citati "Garlands" e "Head Over Heels"), consigliamo caldamente l'ascolto di "Victorialand", disco nato senza il bassista Simon Raymonde, praticamente acustico e, probabilmente, massima espressione dell'ingenuità colorata e avvolgente della musica dei Twins. Inoltre, vale la pena segnalare la presenza di Guthrie e della Fraser su "It'll End In Tears" dei This Mortal Coil, supergruppo fondato da Ivo Watts-Russell (presidente della 4AD); tra gli altri ospiti presenti, Lisa Gerrard e Brendan Perry.

01. Ivo
02. Lorelei
03. Beatrix
04. Persephone
05. Pandora (For Cindy)
06. Amelia
07. Aloysius
08. Cicely
09. Otterley
10. Donimo