Titolo: Congregation Artista: The Afghan Whigs Produttore: Ross Ian Stein, Greg Dulli Anno: 1992 Etichetta: Sub Pop Elemento:

T
his is my confession angel
let's not make too much about it
La collaborazione fra Greg Dulli e Mark Lanegan e' ormai alle porte, e dalle prime anticipazioni appare evidente come lo spettro degli Afghan Whigs compaia fra le note di questo nuovo interessante e a prima vista riuscito progetto. E' il caso di riprenderli questi Afghan Whigs, e riscoprire una delle band meno note e piu' sottovalutate di quei famosi anni che non hanno bisogno di presentazione.
Prima di entrare nelle grazie dei palati piu' fini dell'epoca grunge (e della Elektra Records) con Gentlemen, gli Afghan Whigs avevano gia' dato alle stampe quella piccola gemma nascosta e spesso dimenticata che risponde al nome di Congregation. Se Gentlemen rappresenta il loro suono per definizione, con i pezzi piu' conosciuti e in alcuni casi piu' riusciti del repertorio di Greg Dulli & Co., e' anche vero che gia' in Congregation il passo e' stato compiuto, lo stile trovato e ben delineato. Un disco che ad oggi e' di difficile imitazione, risultando puro e invecchiato meglio di altre (presunte o meno) grandi opere dei primi '90.
Impreciso quanto limitante, tuttavia, confinare gli Afghan Whigs nel calderone grunge. Certo, sono di quegli anni e in alcuni tratti facilmente riconducibili a quelle sonorita'. Ma senza nemmeno scavare troppo in profondita', e' altrettanto facile riconoscere gli elementi che li distinguono. Se da un lato Nirvana e Alice In Chains rinfrescavano il punk e l'hard rock alla luce del nuovo decennio, dall'altro gli Afghan Whigs scelgono soul e blues in primis, funk tra gli altri, con lo sguardo sempre rivolto al rock di recente memoria, ma con l'occhio critico e personale che impedisce loro di scadere nella mera riproposizione di musica gia' vissuta. E per di piu', e' difficile trovare cloni, specialmente validi, negli anni a venire: ulteriore segno dell'unicita' della loro proposta.
Congregation si snoda lungo dodici pezzi. Dodici canzoni in cui la voce consumata di Dulli, un cuore soul sgretolato e un'anima blues impazzita nel corpo di un rocker, strazia e si frantuma su scorci di una vita malata e sporca, cercando note impossibili da raggiungere e mai del tutto raggiunte con un'intensita' senza pari. Sulla scia della follia ubriaca del vocalist non si sprecano le soluzioni melodiche: intuizioni geniali che lasciano giusto presupporre la meticolosa cura con cui ogni pezzo e' sorto dalle ceneri di un fumoso incendio interiore.
Difficile trovare i momenti migliori, non c'e' cedimento in tutta la durata di Congregation. Si parte in sordina, con il volume in crescendo di Her Against Me e le voci sovrapposte che conducono ad I'm Her Slave. Sezione ritmica accesa e infuocata e precisa, chitarre senza pace rovinosamente tagliate mentre Dulli inizia il suo delirio. Turn On The Water sa di funk a tratti, ma gli Afghan Whigs confondono le idee lasciando andare le sei corde. E cosi' via senza troppo respiro, passando per perle come la titletrack, che ad un ascolto attento si rivela una composizione tutt'altro che semplice, per The Temple, ripresa direttamente dal musical Jesus Christ Superstar per venire annegata nel fumo di chissa' quante sigarette, tra una Tonight tanto suadente quanto senza speranza (We'll never tell our private little trip to hell) e una Dedicate It con il suo amore irrisolto, fino ad arrivare a Milez Iz Ded, che merita di essere annoverata fra gli apici creativi degli Afghan Whigs.
Indimenticabile il lavoro chitarristico, dall'incedere di volta in volta strascicato, tagliente, grezzo, trascinante e infine elegante proprio come il cantato di Dulli, mentre il basso di Curley e la batteria di Earle non concedono la minima tregua al pulsare del ritmo, e anzi trovando i loro momenti migliori proprio qui in Congregation.
Degna di menzione la splendida cover che accompagna il disco, metafora significativa per l'appassionato di musica che descrive senza margine di errore il contenuto dell'opera: e' buio, un prato ed un elegante telo rosso su cui siedono una donna di colore che stringe una bimba bianca, black e white music in un tenero abbraccio.
Quell'abbraccio e' quanto di piu' caldo ci abbiano lasciato gli Afghan Whigs.
Don't forget the alcohol, uh baby...
01. Her Against Me
02. I'm Her Slave
03. Turn On The Water
04. Conjure Me
05. Kiss The Flor
06. Congregation
07. This Is My Confession
08. Dedicate It
09. The Temple
10. Let Me Lie To You
11. Tonight
12. Milez Iz Ded (Bonus Track)