Titolo: In Utero Autore: Nirvana Produttore: Steve Albini Anno: 1993 Etichetta: Geffen Elemento: 

T
eenage angst has paid off well
Now I'm bored and old
Il cantato di In Utero si apre con questa frase. Cobain non ci gira tanto intorno, un colpo di spugna e la lavagna è cancellata: “Ecco, questo è il nostro nuovo album; siamo stati bravi, tutto quello che abbiamo fatto ci ha ricompensato. Ma adesso non mi sento affatto meglio”.
Un riferimento alla fama derivante dal precedente lavoro dei Nirvana: Nevermind, album che ha proiettato improvvisamente il gruppo in un ambiente inatteso e pressante, facendoli sentire una enorme macchina del guadagno ovviamente in antitesi con il messaggio della loro musica molto ispirata dalle idee punk ed underground.
A questo disagio va aggiunto quello derivante dal seguito di fan che guardano più a mitizzare la figura di Cobain e della band che ad ascoltare il messaggio delle sue canzoni. Questa situazione porta il cantante a volersi distaccare sempre di più dall’immagine che il pubblico ha di lui, a voler evadere da un ambiente nel quale si muove a disagio. E’ l’intreccio dei sentimenti contrapposti quali l’amore per la musica e il ripudio di ciò che è diventato, che porta Cobain a partorire le canzoni di In Utero. E dal disagio emerge un album grandissimo, un mix di noise sporco e punk rock dosati in maniera originale ed efficace. Si sentono le influenze sia dei musicisti con i quali Cobain ha lavorato (Melvins e Earth) e di quelli che utilizzava come riferimento (Pixies, Beatles, David Bowie, R.E.M.), il tutto riveduto sotto l’ottica della scena grunge di Seattle esplosa da pochi anni.
Dopo la tormentata fase compositiva, In Utero viene prodotto da Albini durante un estenuante tour de force in sala di registrazione insieme ai Nirvana (due sole settimane per registrarlo e mixarlo), seguendo le disposizioni della band che pretende di registrare gli strumenti da decine e decine di microfoni sparsi per tutta la sala.
Quello che ne emerge è un album difficile, caratterizzato da scelte fatte all’ultimo minuto prese di fretta all’interno dello studio di registrazione, sempre in bilico tra le richieste della casa discografica per la quale l’album sarebbe dovuto essere la gallina dalle uova d’oro, e le scelte personali di Cobain. E’ così che cambiano i titoli delle canzoni ("Chuck Chuck Fo Fuck" diventa "Scentless Apprentice", ma è solo un esempio), il titolo dell’album muta da I Hate Myself and I Want to Die a Verse-Chours-Verse e infine in un forse meno macabro In Utero, vengono omesse canzoni ("Sappy" in particolare), spostate altre, vengono scritti testi. Tutto nell’arco di pochi giorni.
Ma il risultato lascia Cobain ancora parzialmente insoddisfatto, con la sensazione di non essere libero di scrivere musica come vorrebbe. Il risultato di questa scontro tra artista e sfruttamento dell’immagine è, comunque, In Utero.
L’album comincia con "Serve The Servants", la traccia più autobiografica del disco, una manciata di frasi che si riferiscono alla vita di Cobain e con le quali sembra mettere a posto il suo rapporto con il padre e regolare quello con i suoi fan; ma l’impressione è fugace, basta l’inizio della seconda traccia per capire che questa è un’illusione, che le cose non sono per niente a posto. Bastano infatti poche note di "Scentless Apprentice" per capire che non è così: suoni da manicomio si fondono con l’urlo straziante "go away" insistendo cervelloticamente sul profumo ispirata al libro di Patrick Süskind. Segue la heavy ballad "Heart-Shaped Box" dove è la “scatola a forma di cuore”, rappresentata dall’utero femminile, a scandire i passaggi della canzone.
La successiva "Rape me" è stata invece la canzone più soggetta ad aspre critiche dell’album. Critiche inutili - mosse da chi probabilmente non aveva mai letto un testo dei Nirvana - che volevano denunciare lo stupro anziché celebrarlo come si cercava di suggerire. E come si sarà potuto sentire un artista di fronte a tali critiche? Un Cobain che era rimasto così tanto colpito dal sapere che anni prima una ragazza era stata stuprata sopra le note di "Polly" tanto da scrivere questa canzone con il duplice intento di rappresentare anche la sua denuncia ai media al continuo stupro della sua vita privata. Ma "Rape Me" finisce fra l’urlo di un Cobain che sembra subire veramente violenza; e si ha un cambio improvviso di tono. E’ la volta di "Frances Farmer Will Have Her Revenge On Seattle", pezzo che presenta un ritmo cadenzato, con un testo ironico e scivoloso dedicato alla "Frances Farmer" a cui Cobain si sentiva molto affine, star dalle idee troppo diverse per l’america degli anni '40 che, dopo essere stata etichettata come comunista e atea, venne fatta rinchiudere in manicomio e lobotomizzata.
Segue "Dumb", scritta molto prima rispetto al resto dell’album, tanto che mantiene caratteristiche molto più simili ai pezzi di Nevermind. E’ a detta di Cobain dedicata a tutte quelle persone che vivono con gioia la vita pur non avendo niente da gioire. A quelle persone che non conoscono veramente i sentimenti perché non hanno mai provato quelli negativi. Rimanendo in fare canzonatorio, la successiva "Very Ape" è un inno contro la virilità abietta, contro quella caratteristica maschile che Cobain tanto disprezza. "Milk It" invece rappresenta il disprezzo che il cantante ha verso se stesso. Cosa può altro significare quel:
I am my own parasite
I don't need a host to live
We feed off of each other
We can share our endorphins
E più avanti:
I own my own pet virus
I get to pet and name her
Her milk is my shit
My shit is her milk
Cantato su note al limite della dissonanza, se non dell’odio verso se stessi e ciò che si è diventati. Un attimo di pausa, un momento per schiarirsi la voce ed ecco la volta di "Pennyroyal Tea" che tanto ha reso famoso l’album; una canzone dal testo ambiguo, che probabilmente si riferisce alla mistura di erbe capace di provocare l’aborto, lo stesso tema che ricorre nell’artwork del CD eseguito in collaborazione con Alex Grey e che ha tanto fatto discutere. Dopo l’attimo di sollievo (sollievo?) di "Pennyroyal Tea", il silenzio viene rotto da un muro di feedback che sembra lacerare l’aria. Ecco l'introduzione di "Radio Friendly Unit Shifter" che ancora richiama il tema dell’odio verso se stessi con il ritornello:
What is wrong with me?
What is what I need
What do I think I think?
Chiaramente in contrapposizione con il titolo che rimanda alle canzoni facilmente passabili per radio. La fulminea "Tourette's" si riferisce ad una sindrome che genera tic nel movimento e nella pronuncia delle parole, e verrà difatti cantata da Cobain ogni volta in maniera diversa. La traccia che sembra chiudere l’album è "All Apologies", finalmente una pacata canzone che pare smorzare i toni duri di tutto l’album. Nella versione internazionale dell’album, dopo 12 minuti di silenzio dalla fine di "All Apologies", si trova invece la traccia "Gallons of Rubbing Alcohol Flow Through the Strip", registrata in Brasile come jam session e poi riadattata al disco. Il riferimento più verosimile è ai soldi che gli Americani dovrebbero versare in più per averla, comprando un disco di importazione invece del made in USA.
L’album finisce così, con una canzone folle, senza una struttura precisa, del tutto in contrapposizione con la maturità artistica che i Nirvana e in particolare Cobain avevano raggiunto con In Utero.

01. Serve the Servants
02. Scentless Apprentice
03. Heart-Shaped Box
04. Rape Me
05. Frances Farmer Will Have Her Revenge on Seattle
06. Dumb
07. Very Ape
08. Pennyroyal Tea
09. Milk It
10. Radiofriendly Unit Shifter
11. Tourette's
12. All Apologies