Titolo: Superunknown Autore: Soundgarden Produttore: Michael Beinhorn, Soundgarden
Etichetta: A&M Anno: 1994 Elemento: 

L
anciato dall'eco ancora assordante dello sparo di Cobain, Superunknown porta finalmente i Soundgarden laddove tutti gli altri della scena - e anche qualche infiltrato - erano già abbondantemente arrivati. E' dunque il disco con cui Cornell e soci sbancano il jackpot e raccolgono quanto pazientemente seminato nel corso di quasi un decennio. I Soundgarden nascono infatti come una delle band più genuinamente grunge - se mai questa parola ha significato qualcosa di diverso dal vestire con camicia di flanella indossando jeans e Dr. Martens - essendo cresciuti ed esplosi negli Ottanta in quella Seattle poi divenuta La Mecca del rock nei primi anni del decennio successivo.
Superunknown immortala i Soundgarden allo zenit artistico e sarebbe banale ricondurre il successo commerciale e di critica all'involontaria complicità del figlio caduto di Seattle, nonché al raggiungimento di una sintesi perfetta fra quelle che sin dagli esordi sono state individuate quali loro principali influenze, vale a dire Black Sabbath e Led Zeppelin. No, in questo penultimo capitolo della loro saga, i Soundgarden si affrancano da alcuni stilemi ormai prevedibili nel loro suono (scartano infatti la produzione metallica e volgare di Terry Date, all'epoca artefice anche del suono dei Pantera, per intenderci) e scelgono di abbracciare due componenti fondamentali prima di allora solo in parte centrate: le nuove parole d'ordine sono melodia e psichedelia. Per raggiungere gli obiettivi prefissati è necessaria la presenza, oltre che di un produttore affermato quale Michael Beinhorn, dei servigi in fase di mixaggio di Brendan O'Brien, figura che in quegli anni lavora agli album di Stone Temple Pilots, Pearl Jam e Red Hot Chili Peppers: tutto ciò che tocca O'Brien in quel magico periodo si trasforma in oro. Non sfugge alla regola Superunknown.
Il disco si apre in medias res con il riff concentrato e il ritornello innodico di "Let Me Drown": un brano che si sarebbe tranquillamente potuto rivelare un ottimo singolo. Si prosegue con lo stop and go di Thayil in "My Wave", e ancora il nichilismo, che in realtà pervade tutto il disco (si notino in proposito titoli e testi delle canzoni), della prima splendida ballata dell'album, "Fell on Black Days", forse la canzone più semplice e diretta di tutto il repertorio dei Soundgarden.
A stupire è soprattutto la contemporaneità o corrispondenza pressoché automatica ma assolutamente ricercata fra un suono così compatto ed omogeneo, e la clamorosa varietà di forme che ingloba questo autentico manifesto di un'intera scena. Ecco allora le percussioni vibranti nella stralunata "Head Down", in cui è protagonista il bassista Ben Shepherd, finalmente membro integrante e a pieno regime della band anche in fase di composizione (ma il suo album sarà definitivamente il successivo ed ultimo capitolo), o ancora i virtuosismi di un artista di strada immortalati nella didascalica "Spoonman", il cui riff portante girava da qualche anno in casa Cornell.
L'album, inutile negarlo, ha il suo fulcro nella canzone simbolo del gruppo, quella "Black Hole Sun" in cui melodia e psichedelia - già, le due paroline magiche - vanno a braccetto fornendo ai Soundgarden quell'esplosione commerciale in realtà tanto agognata. Intorno ad essa però gravitano quei brani che formano il vero nocciolo dell'opera, in cui il nichilismo di Cornell si fonde nell'allucinazione, e dove il lento e ipnotico incedere dei riff di Thayil si innesta nei ritmi dello strepitoso lavoro di Cameron alla batteria: il suono di quest'ultima, ottenuto anche grazie alla supervisione di Beinhorn, è da definire banalmente "da manuale del rock". Sono dunque la non-ballata "Like Suicide" o il grasso portamento di "4th Of July", o ancora la devianza di "Fresh Tendrils" a giustificare l'eccellenza di un album in cui non sono soltanto i singoli a brillare di luce propria.
In Superunknown infatti la band di Seattle riesce nell'impresa di stilizzare la canzone alla Soundgarden, tanto che se non ne sono un sufficiente esempio i brani appena menzionati, si possono aggiungere alla lista anche la monumentale "The Day I Tried To Live" e il delirio apocalittico-psichedelico di "Limo Wreck".
E se in oltre settanta minuti di musica c'è un calo nella innocente "Kickstand", che altro compito non ha che quello di spezzare un po' il ritmo tra due momenti topici dell'opera, lo si può di certo perdonare ad una band che in questo disco si è presentata al massimo delle proprie potenzialità. Se ne accorgono anche loro che non avrebbero più potuto replicare una simile alchimia del suono, e con poco clamore, dopo un disco comunque dignitoso, si sciolgono per raggiungere obiettivi e risultati diversi, se non nascondendosi nell'anonimato artistico nei casi di Thayil e Shepherd.
Superunknown è l'opus magnum dell'era grunge, il disco definitivo, quello che fonde quante più forme stilistiche possibili inglobandole in un solo suono elettrico. Non cede di un millimetro ancora oggi.

01. Let Me Drown
02. My Wave
03. Fell on Black Days
04. Mailman
05. Superunknown
06. Head Down
07. Black Hole sun
08. Spoonman
09. Limo Wreck
10. The Day I Tried to Live
11. Kickstand
12. Fresh Tendrils
13. 4th of July
14. Half
15. Like Suicide
16. She Likes Surprises