Scritto da P.R.
Titolo: The Queen Is Dead Autore: The Smiths Produttori: Morrissey e Marr Anno: 1986 Etichetta: Rough Trade Elemento:

“A
nd so I broke into the Palace
With a sponge and a rusty spanner
She said: «Eh, I know you, and you cannot sing»
I said: «That's nothing, you should hear me play piano»”


Sarà banale o scontato, ma ogni tanto fa bene ribadirlo ed è inutile girarci attorno: gli Smiths sono un gruppo chiave dal quale non si può prescindere per avere accesso al pop/rock successivo, semplicemente. A renderli tali c’è ovviamente la loro produzione musicale: quattro album più varie raccolte di altro materiale, ma soprattutto ci sono i singoli, cari agli inglesi dai tempi dei Beatles e aspetto assolutamente da non sottovalutare. Altra cosa di cui tenere conto per capire quali elementi hanno portato al successo il gruppo di Manchester è il loro ruolo nell’Inghilterra musicale invasa dal Post Punk e dalla Dark Wave che andavano ad esaurirsi: c’era già bisogno di qualcosa di nuovo, diverso ma soprattutto capace di infiammare il pubblico. Ed ecco la comparsa e l’esplosione di questi signori qualunque con il singolo “Hand in Glove / Handsome Devil” nel 1983. Che poi, proprio di signori qualunque non si potrebbe parlare, dato che si trattava di quel Johnny Marr che con la sua chitarra avrebbe fatto scuola e di Morrissey, un ragazzo i cui miti erano Oscar Wilde e Alain Delon e che ha avrebbe avuto modo di rivelarsi come uno dei personaggi più interessanti (amato e/o odiato) e dei parolieri più abili della storia del rock, accompagnati da Mike Joyce (batteria) e Andy Rourke (basso).

Molto buono l’esordio degli Smiths con il loro disco omonimo e Meat Is Murder (accolto però con meno entusiasmo), nonostante non tutte le canzoni fossero all’altezza della situazione. Alcune delle loro migliori o più famose composizioni, come “Handsome Devil”, già citata B-Side di “Hand in Glove”, e la psichedelica “How Soon Is Now?” (pubblicata comunque sulla versione americana di Meat Is Murder) o le famosissime “This Charming Man” e “Please Please Please Let Me Get What I Want” finirono sulla raccolta Hatful of Hollow, contenente materiale registrato durante le sessioni per BBC Radio 1. Pur essendo una raccolta è da conoscere, come anche la definitiva Louder Than Bombs, a costo di possedere qualche doppione. Già in questi due (o tre?) album ci sarebbero abbastanza classici da far invidia a chiunque, anche se non si può parlare di capolavori a livello di LP. E qui arriva The Queen Is Dead, uno degli album fondamentali non solo per gli amanti del sound inglese ma per gli ascoltatori di musica rock in generale, un disco perfettamente Smiths e perfettamente inglese (tranne forse l’ironica “Vicar In a Tutu”), destinato a rimanere nella storia come un vero e proprio punto di riferimento. Non poteva essere altrimenti, data la perfezione formale che il gruppo aveva raggiunto.

“Keats and Yeats are on your side
But you lose
Because well beloved Wilde is on mine”


Se nei primi due album Morrissey raccontava i tormenti, gli interrogativi, la rabbia e i pensieri condivisi da tutti i ragazzi qualsiasi cresciuti nel suo stesso ambiente, con The Queen Is Dead arriva una massiccia dose di ironia, quella piccola cosa che tante volte distingue le persone intelligenti da quelle troppo impegnate a prendersi sul serio. Un sarcasmo così attento, colto e tagliente che ha pochi eguali soprattutto nel mondo del rock, dove gli aspetti musicali, per forza di cose, prevalgono. Morrissey è stato un maestro anche in questo, un ottimo compositore ed interprete, capace di mettere in metrica qualsiasi pensiero con una naturalezza invidiabile. Sin dall’epica titletrack è un fiume in piena, ne ha per tutti: per la famiglia reale (“Her very Lowness with her head in a sling”), per chi insegue soltanto la notorietà (“But still I'd rather be Famous than righteous or holy, any day”), per scrittori e compositori parassiti, per il bigottismo religioso, e riesce ad ironizzare persino sulle voci di Giovanna D’Arco (“and now I know how Joan of Arc felt as the flames rose to her roman nose and her walkman started to melt”). Probabilmente non è il solo esempio presente in quest’album, ma “There Is A Light That Never Goes Out” ha in sé tutti gli elementi che servono per avere la canzone pop/rock perfetta, diventa praticamente impossibile chiedere di più, tant’è che è ancora oggi la preferita di molti fan.

“Take me out tonight
Where there's music and there's people
Who are young and alive
Driving in your car
I never never want to go home
Because I haven't got one anymore
[...]
And if a double-decker bus crashes into us
To die by your side such a heavenly way to die
And if a ten ton truck kills the both of us
To die by your side
The pleasure and the privilege is mine”


E vogliamo parlare delle altre canzoni lente, cioè “I Know It’s Over” e“Never Had No One Ever”? O dei riff di Marr su “Bigmouth Strikes Again” e della musicalità elegante di “Cemetry Gates”? Forse non c’è neanche bisogno di tessere ulteriori lodi agli Smiths per quello che erano stati capaci di comporre, le canzoni di The Queen Is Dead andarono quasi tutte ad arricchire la categoria dei loro brani migliori. Uscite come singoli nello stesso anno ma episodi extra a tutti gli effetti, si ricordano “Panic” e “Ask”, accompagnate rispettivamente da “Vicar in a Tutu” e “Cemetry Gates”.

Non c’è dubbio che siano stati loro i principali responsabili del rifiorire del pop nella zona compresa tra Manchester (Madchester) e Londra (Brit-Pop), pop che avrebbe trovato sfogo in forme anche molto diverse tra loro e spesso confuse nello stesso calderone. Si potrebbero tranquillamente fare i nomi di Stone Roses, Ride, Oasis, Blur, Radiohead, Suede e, facendo un salto in Scozia, dei Belle and Sebastian (che rendono omaggio a partire dalle copertine), stando sempre attenti a non cadere nelle trappole tese dalla stampa e da quelle idee radicatesi come veri e propri luoghi comuni. Strangeways, Here We Come esce quando gli Smiths praticamente non esistono più a seguito dell’abbandono di Marr, cosa che aveva fatto infuriare definitivamente Morrissey. In quattro anni erano riusciti a lasciare un segno profondissimo e una legione di fan che accusava il colpo. Ma a consolarne una buona parte stavano per arrivare proprio gli Stone Roses...





01. The Queen Is Dead
02. Frankly, Mr. Shankly
03. I Know It's Over
04. Never Had No One Ever
05. Cemetry Gates
06. Bigmouth Strikes Again
07. The Boy With the Thorn in His Side
08. Vicar in a Tutu
09. There Is a Light That Never Goes Out
10. Some Girls Are Bigger Than Others
You are here:   RecensioniDischi ChiaveSmiths (1986) The Queen Is Dead
Joomla! is Free Software released under the GNU/GPL License.