Scritto da P.B.
Favole per bimbi cresciuti
Jónsi prova ad incantare e divertire lontano dai suoi Sigur Rós

C
he un album solista di Jón Thor Birgisson, in arte Jónsi, fosse in arrivo l'avevamo intuito con largo anticipo rispetto ai primi annunci ufficiali. Già ad un ascolto nemmeno troppo attento di Með suð í eyrum við spilum endalaust - ultimo lavoro dei Sigur Rós, in cui si notava una generale perdita di smalto e dell'aura fatata che permeava i precedenti LP - l'impressione era quella di un soliloquio del leader del combo islandese, e non di un vero e proprio amalgama partorito da quella che in molti, giustamente, ritengono una delle formazioni fondamentali del primo lustro dei 2000. Non stupisce dunque lo sfogo solista e conclamato del Nostro, anzi: tutto secondo copione. Dopo la collaborazione con il suo boyfriend Alex Somers per Riceboy Sleeps, sortita estemporanea più che concreto investimento, arriva quindi Go (XL Recordings), raccolta di nove tra i molti pezzi scritti da Jónsi negli anni passati, riarrangiati per l'occasione da Nico Muhly (già al fianco di pezzi da novanta quali Björk, Antony & The Johnsons e Bonnie “Prince” Billy) e prodotti da Peter Katis (Interpol, The National). Si avverte da subito come il lavoro di lima non sia stato sufficiente ad uniformare canzoni tra loro eterogenee per umore e struttura che paiono riflettere, anche se ingannevolmente rimescolate, le diverse fasi stilistiche attraversate dai Sigur Rós nell'ultimo decennio di carriera.

La traccia d'apertura “Go Do”, ad esempio, rimanda direttamente ad episodi recenti della succitata band (qualcuno ha detto "Gobbledigook"?); è tuttavia segnata da elementi innovativi come il cantato in inglese e una sezione ritmica, frutto dell'opera di Samuli Kosminen, quanto mai in primo piano. Segue l'altrettanto vivace “Animal Arithmetic” che concorre a formare una sorprendente doppietta di partenza; si tratta di pezzi pop, conditi dalla giusta dose di elettronica e fedeli ad una lineare forma-canzone, tutti elementi con i quali da tempo Jónsi avrebbe voluto/dovuto confrontarsi. Il risultato è positivo. Ecco però che con “Tornado” facciamo un passo indietro verso il “già sentito”, per quanto pianoforte e ricco arrangiamento orchestrale possano aggiungere un quid alla voce del Nostro, qui sfruttata nella sua veste più usuale. E' il turno di "Boy Lilikoi", singolo di lancio dell'album che, assieme alle due tracce iniziali, rispetto alle quali cede in efficacia, ben rappresenta gli intenti alla base di Go. La posata delicatezza di "Sinking Friendships" segna, forse involontariamente, un azzeccato spartiacque tra la prima metà di Go, più immediata, e la seconda. Quest'ultima si apre con "Kolniður” che, oltre che alla lingua madre, vede il ritorno alle sonorità di ( ), cui è ancor più marcatamente debitrice “Grow Till Tall”, e Takk (non fosse per qualche sapiente ritocco, “Around Us” potrebbe esserne un outtake). L'incisività si affievolisce col trascorrere dei minuti, man mano che la musica perde brio e si inizia a percepire la distanza , in termini di spontaneità e impatto emotivo, che separa gli originali da queste riproposizioni scolorite. "Hengilás", in conclusione, ribadisce senza strattoni la tendenza. Non mancano certo la dolcezza e le atmosfere sognanti cui eravamo stati abituati ma è inevitabile che anche la favola più magica, se a lungo ripetuta senza sostanziali abbellimenti, perda fascino e attrattiva.


Lasciando momentaneamente da parte Go in sé e per sé e ipotizzando piuttosto quale impatto potrà avere sul prosieguo dell'attività dei Sigur Rós, sorge il dubbio se questo progetto solista abbia rappresentato per il nostro Jónsi un'esauriente divagazione, in grado di donare nuova linfa ed equilibri alla band, oppure un semplice sfizio. La prima eventualità rassicurerebbe coloro i quali, e non sono pochi, avevano ravvisato con dispiacere l'evidente perdita di smalto in Með suð í eyrum við spilum endalaust, permettendo inoltre loro di gustarsi a cuor leggero questo Go, cui non mancano momenti godibili e coinvolgenti. Nel caso in cui il futuro desse ragione ai più disillusi, invece, è probabile che la valutazione a posteriori divenga inclemente. Astraendolo dal suo contesto e dalla sua storia, processo sempre discutibile, Go è tutt'altro che da bocciare e i suoi elementi positivi permangono anche in seguito ai vari, possibili raffronti. Dispiace addirittura che nel comporre o selezionare i pezzi Jón non abbia maggiormente insistito nella ricerca pop e spensierata di “Go Do” e “Animal Arithmetic”, esperimenti felicemente riusciti. Noi ci siamo divertiti, Jónsi, e speriamo che per te sia stato lo stesso. Per lasciarci rapire aspettiamo il prossimo treno.

65/100

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