Scritto da S.P.
Titolo: The Golden Archipelago Autore: Shearwater Anno: 2010 Elemento:

landscape rock. A quanto pare Jonathan Meiburg aveva le idee chiare fin dall’inizio. A partire da Palo Santo e comprendendo la levigata poesia di Rook, gli Shearwater diedero inizio ad una (ambiziosa) trilogia incentrata sull’impatto che l’uomo può avere in natura, trilogia che sta per concludersi oggi con The Golden Archipelago. Quest’ultima parte del trittico, com’era già sospettabile e come dimostrato dal singolo apripista “Castaways”, si muove dunque su coordinate, seppur differenti e anche più dinamiche, non del tutto distanti rispetto ai due lavori precedenti. Se prima avevano spiccato il volo, con quest’ultimo capitolo gli Shearwater prendono il largo, e non solo figurativamente. The Golden Archipelago è, infatti, un viaggio attraverso la natura selvaggia e incontaminata di isole disperse nell’oceano, ognuna di esse rappresentate proprio da una traccia che ne fa l’omaggio: a partire dall’inno nazionale del Bikini Atoll in “Meridian”, passando poi per le acque della Micronesia, navigando fino all’oasi di pace delle Falklands e risalendo verso le Galapagos. Meiburg ci guida attraverso gli oceani a bordo della sua musica, senza dimenticarsi di aggiungerci aperture maestose, atmosfere epiche e struggenti, melodie che regalano le stesse emozioni provocate alla visione della bellezza della natura: il profumo del mare, l’avvistamento della terra dopo tanti giorni di navigazione, la sensazione della sabbia sotto i piedi nudi. Diciamo la verità, gli Shearwater hanno trovato l’alchimia perfetta per ricreare questo tipo di sensazioni e riescono consapevolmente ad approfittare della situazione rincarandone tutte le dosi possibili. Le differenze rispetto a Palo Santo e Rook si contano in un intimismo meno portato all’estremo - ad eccezione dell’appassionata “God Made Me”, chiara erede di “I Was a Cloud”, o in “Hidden Lakes” - a favore di una maggior dinamicità nelle melodie e nel cantato di Jonathan. A questo vanno aggiunti alcuni momenti nei quali si sente meno la presenza di un’orchestra di fiati e archi a favore di una maggior presenza di chitarre, come nella potente “Corridors”, o di percussioni, come in “Landscape at Speed”, mettendo in luce anche il lavoro dei polistrumentisti presenti nel gruppo, Kimberly Burke e Thor Harris, i quali riescono a dare sostegno a tutte le rotte tracciate dall’incredibile vocalità di Meiburg. Resta appunto l’idea del concept naturale/naturalista, resta il fantasma di Mark Hollis a guardare con occhio benevolo (presenza molto più leggera rispetto a Rook, ma comunque importante), restano gli arrangiamenti solenni e una voce che non fa sconti. Un lavoro che in fin dei conti non dovrebbe essere visto in maniera troppo autonoma rispetto ai due precedenti. Il giusto tassello mancante.

75/100
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