Scritto da P.B.
Titolo: Two Dancers Autore: Wild Beasts Anno: 2009 Elemento:

O
rmai ennesima interessante uscita per la Domino, Two Dancers è il secondo album dei Wild Beasts, quartetto con sede a Leeds. Dà seguito a Limbo, Panto (2008) rispetto al quale pare destinato a raccogliere ancor più consensi, il che non stupisce se si considerano gli evidenti passi avanti compiuti nonostante il breve tempo intercorso tra le due pubblicazioni. Nella nuova fatica, composta quasi di getto come da essi stessi affermato, i ragazzi capitanati dall’istrionico vocalist Hayden Norman Thorpe inscenano, spesso nel vero e proprio senso del termine, un vivace pop-rock dai tratti wave. Pur mantenendone a grandi linee l’impronta, Two Dancers appare da subito meno giocoso, in termini musicali, del suo predecessore.

Ottimo l’incipit con “The Fun Powder Plot”, ritmo incalzante, elemento ricorrente nell’intero lavoro, e chitarre accattivanti, con Thorpe che, sapientemente, ricorre al falsetto con maggiore parsimonia migliorando la fruibilità dell'ascolto. Segue “Hooting & Howling”, uno dei migliori pezzi del lotto, trainata da una melodia a dir poco efficace e dalla voce, qui più graffiante. Con “All the Kings Men”, primo video tratto da Two Dancers, si torna all’umore più variopinto ed esuberante dei pezzi di Limbo, Panto, con possibili rimandi a note realtà indie d’oltreoceano. “When I’m Sleepy” spezza il ritmo, subito accelerato da “We Still Got the Taste Dancing on Our Tongues”: colpisce l’amalgama tra arrangiamenti sempre più curati, dinamismo e vitalità che scongiurano il benché minimo rischio di annoiare l’ascoltatore; l’impianto vocale risulta arricchito da cori e seconde voci curate e dalla versatilità di Thorpe, il quale si destreggia tra gorgheggi (che, sì, non possono non ricordare Antony Hegarty) e disimpegni decisamente più pacati, il tutto a favore di musica tanto frizzante quanto, all’occorrenza, intima. E’ quest’ultimo il caso delle due parti della titletrack “Two Dancers”: la prima tanto intensa da spiccare per sensazioni rispetto alle precedenti, farcita dal solito, convincente basso di Tom Fleming, asse portante di più d’una canzone, la seconda con funzione di intermezzo. Si arriva a “This Is Our Lot”, strepitosa sintesi delle svariate identità dei Wild Beasts, coronata da un ritornello strappa-applausi dove i ragazzi sembrano gli Smiths, e che figura tra i picchi indiscussi, splendide liriche comprese. Il finale non riesce forse a reggere il confronto e “The Empty Nest”, pezzo conclusivo, non incide quanto altri.

Two Dancers è un album che non può nascondere la sua marcata essenza britannica. Vi convivono una vena teatrale, sulla scia dei Queen dei tempi migliori, una più legata al rock storico degli anni ’80, con almeno un piede sempre ben piantato nel presente. E’ suonato dall’inizio alla fine, i synth rimangono perlopiù relegati all’angolino; l’amalgama è corposo, frutto anche del lavoro di Richard Formby in produzione. Ulteriore punto forte, i testi: ispirati, mai banali, per i quali il frontman e cantante sostiene di aver subito soprattutto l'influenza di Rimbaud. Scusate se è poco. Tema di fondo è un erotismo inteso, come dichiarato in più sedi da Thorpe & co., nella sua connotazione più romantica e poetica, in netta contrapposizione quindi con la dilagante volgarità di buona parte della società e musica d'oggi. Idee, denunce, sentimenti veicolati da espressioni tanto poetiche e ricercate quanto, all'occorrenza, dirette e sfrontate (in "The Fun Powder Plot", ad esempio), coniugando mirabilmente cura ed urgenza espressiva. Non da meno è l'artwork, nato quasi fortuitamente dalla collaborazione con l'artista Fiona Morley, i cui ritratti di amanti eseguiti modellando cavi metallici hanno colpito Hayden Thorpe tanto da decidere di sfruttarne una versione dipinta e scevra di struttura solida per la copertina dell'album. Da questa somma di fattori deriva la ricchezza di Two Dancers: camaleontico dal punto di vista sonoro, impegnato e acuto nei contenuti. I Wild Beasts, nome di matissiana memoria (traduzione dal francese "fauves", epiteto affibbiato agli esponenti della corrente pittorica cui Matisse fece parte), nascondono nella loro musica più di quanto intuibile da un ascolto distratto.
Non si può certamente parlare di rivoluzione di genere visto che i Wild Beasts, qui ancor più che nell’esordio, si muovono abilmente tra le linee restando liberi di svariare a piacimento. Assolutamente giustificati comunque i giudizi positivi incassati trasversalmente dalla critica. Two Dancers, infine, risulta fresco e gradevole dal primo all’ultimo minuto; eccellente dimostrazione di come, anche con un mercato asfissiante da quanto affollato, sia possibile bilanciare coraggio artistico, sfrontatezza e fruibilità.
75/100
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