Scritto da P.B.
Titolo: Manafon Autore: David Sylvian Anno: 2009 Elemento:

“I
t’s the farthest place I’ve ever been, it’s a new frontier for me”, così si apre Manafon, il ritorno di David Sylvian a sei anni di distanza dall'acclamato e complesso Blemish. Parole non certo da riferirsi alla sua personale parabola artistica ma che, viste le circostanze, potremmo a ragione plasmare proprio a tale scopo. Blemish aveva segnato una netta, aspra e spiazzante cesura con il passato del poliedrico artista inglese, inscenando un’incredibile fusione tra dialoghi, monologhi, silenzi, un’educata decostruzione della melodia ed esposizione della propria reinterpretazione. La nuova fatica non rinnega gli ultimi risultati conseguiti né vi si adagia. Invece, senza volerne fuggire, se ne allontana.
Manafon prende vita da diverse sessioni tenutesi tra Londra, Vienna e Tokyo, per le quali sono stati reclutati improvvisatori del calibro di Evan Parker, Keith Rowe, Christian Fennesz, Sachiko M e Otomo Yoshihide, con l'incarico di stendere gli intricati tappeti sopra i quali Sylvian avrebbe eseguito, in un secondo momento, il ricamo principe, quello della sua voce. Delle lunghe pause di Blemish - dilatate all'inverosimile - non v’è quasi più traccia, senza che per questo emerga un forte senso di inquietudine. A troneggiare è sempre l’intensa, magnetica, ambrata voce del protagonista, filo rosso da tenere stretto, unica guida ed elemento di ritmicità.

E' così a partire da “Small Metal Gods”, dove ad appoggiarla sono una spaurita chitarra e crepitii sullo sfondo, per un pezzo in fin dei conti lineare, con una melodia in grado di catturare da subito l’ascoltatore e accompagnarlo sino alla chiosa con un costante crescendo. Già in “The Rabbit Skinner”, tuttavia, ecco emergere le più consistenti peculiarità di Manafon: un cantato che pare immediato tanto quanto gli strumenti che si incontrano/scontrano dando vita ad una “nuova e moderna tipologia di musica da camera”, secondo la definizione data dall’autore stesso, una delicata convivenza tra archi, sassofono, piano, chitarra e l’elettronica di Fennesz (con il quale Sylvian aveva collaborato anche ai tempi di Blemish). “Random Acts of Senseless Violence” e “The Greatest Living Englishmann”, più di 17 minuti in due, costituiscono l’impegnativo corpo centrale dell’album. Non è sempre facile restare nella scìa della voce che si fa sfuggente, anzi il rischio di smarrirsi è concreto: necessario, di quando in quando, lasciarsi trasportare. Seguono, nel secondo blocco, le elegantissime “Snow White in Appalachia” e “Emily Dickinson”, nelle quali la linea vocale riprende le redini della carrozza e l’atmosfera si fa più intima, pur permanendo una sorta di tensione irrisolta; tensione solo in parte dissipata dal notevole assolo di sax che chiude “Emily Dickinson”, con i ruoli per una volta ribaltati e Sylvian che cede i riflettori e la scena. Infine, l’efficacissima chiusura con la titletrack che nel suo lento ma costante incedere pare riprendere la traccia d’apertura, conferendo al tutto circolarità e completezza. Si tratta di un pezzo che, ribaltando i più canonici meccanismi, introduce la figura cardine dell’intera opera, quantomeno dal punto di vista narrativo.

La figura in questione è quella del poeta R. S. Thomas (1913-2000), cui la traccia finale è esplicitamente dedicata (e della quale l’intero lavoro è, in misura variabile, permeato): Manafon infatti altro non è che un villaggio del Galles nel quale Thomas trascorse del tempo, sfruttando la tranquillità del piccolo e taciturno paesello per dedicarsi alla sua poesia. “So the physically real village became for me a metaphor for the poetic imagination”, dice Sylvian, ed ecco svelato il significato del titolo. La scelta di un personaggio che sovente aveva ricercato una “più profonda e radicata connessione tra sfera naturale e spirituale” è da ritenersi tutt’altro che casuale, basti la pregnante copertina scelta per Manafon a dimostrarlo. Il tutto, sommato alle origini artistiche e soprattutto geografiche dell’ex frontman dei Japan, contribuisce a forgiare un lavoro british nella sua più profonda essenza, risultato del quale David si dichiara fermamente soddisfatto, a fronte della composizione estremamente variegata del team di artisti partecipanti alla realizzazione dell’opera.
E’ un ritorno in grande stile quello di David Sylvian, un’ulteriore dimostrazione di creatività e versatilità messe al servizio della più nobile e raffinata vocazione. Chi conosce e apprezza l’artista e gli ultimi risvolti della sua ricerca non si stupirà dinnanzi ad una musica tutt’altro che diretta e facilmente fruibile. Sappiamo tuttavia che il cammino più aspro e tortuoso è quello che, immancabilmente, risulta alla fine il più appagante. E Manafon, per una volta, non costituisce un’eccezione.
75/100
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