Scritto da A.D.
Titolo: The Bachelor Autore: Patrick Wolf Anno: 2009 Elemento:

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ramai è chiaro: qualsiasi uscita discografica a nome Patrick Wolf è destinata a rappresentare un piccolo caso musicale, capace di focalizzare su di sè l'interesse di critica e appassionati di tutto il mondo. D'altra parte, tutte queste attenzioni si sono sempre rivelate ampiamente giustificate alla luce dello straordinario talento di questo giovane cantautore di culto, il quale, è bene ricordarlo, non ha ancora compiuto 26 anni.
Il bello è che Patrick sembra non rendersi conto di tutto questo o, comunque, non voler dare molta importanza alla cosa, motivo per cui da più parti gli è stata appiccicata addosso una certa aura da artista bohemien, totalmente disinteressato alla luce dei riflettori e intenzionato a fare della sua stessa esistenza un'opera d'arte, definizione che, tuttavia, il Nostro ha sempre respinto con decisione.
Leggendo i numerosi articoli su di lui e le interviste rilasciate, infatti, si comprende facilmente che Patrick non è per niente interessato a vivere una vita di eccessi e depravazioni: le sue aspirazioni sono in realtà assai simili a quelle di molti altri giovani uomini, desiderosi di trovare serenità e un proprio equilibrio interiore. Egli vuole solamente sentirsi libero di esprimere totalmente se stesso e la propria idea di arte, senza limitazioni di sorta e senza la necessità di doversi piegare alle mode del momento per ottenere successo facile e prime pagine. Non chiamatelo dandy, pertanto, anche perchè in più di una circostanza ha lasciato intendere di non avere in grande simpatia Oscar Wilde. Non chiamatelo nemmeno “Libertino”, prendendo in prestito il titolo di un suo vecchio successo, perchè non si è mai riconosciuto nell’accezione comune del termine. Lui vuole semplicemente essere Patrick Wolf.
Proprio questa visione “integralista” rappresenta, allo stesso tempo, uno dei punti di forza dell'artista nonchè il suo limite più evidente: considerate le indubbie capacità di compositore e arrangiatore, infatti, se solo il Nostro decidesse di realizzare musica un po' più orecchiabile e facile da metabolizzare, potrebbe in breve tempo diventare una star di livello internazionale. Invece preferisce pubblicare album difficili come questo The Bachelor, pieno di idee bellissime, ma non sempre di facile ascolto, soprattutto da parte del fruitore alla ricerca di canzoni pop più dirette e concrete. In questo senso, altri dischi, come quello dei Bat For Lashes, validissima uscita di questo primo scorcio del 2009, sembrano destinati ad ottenere ben altra visibilità, contenendo, oltre a pezzi lenti da assorbire, anche alcune parentesi più facili e “da classifica”, in grado di conquistare anche l'ascoltatore occasionale.
Sembrano passati secoli da quando Patrick, nel 2003, non ancora ventenne, dopo essere fuggito di casa e aver trascorso più di un anno in giro per la Francia a fare l'artista di strada, debuttava sulla lunga distanza con Lycanthropy, disco tanto spontaneo e fresco quanto acerbo, in cui è comunque possibile ritrovare tutti quegli elementi che col tempo sarebbero divenuti il tratto distintivo della sua proposta musicale. La sua ricetta, d'altronde, è in apparenza assai semplice: synth-pop di matrice anni '80 arricchito da abbondanti parentesi acustiche, strabordanti di intuizioni, in cui si sprecano aperture al folk più tradizionale (irlandese, ma non solo) ed alla musica da camera (ampio utilizzo di sezioni d’archi), il tutto accompagnato da una voce potente ed espressiva, che rimanda da vicino a quella di mostri sacri del recente passato come David Bowie e Marc Almond.
Le intuizioni dell'esordio hanno trovato forma compiuta nel successivo album capolavoro, Wind in the Wires (2005), a tutti gli effetti uno dei più significativi di questo decennio. Disco caratterizzato da una produzione asciutta e essenziale, in cui il Nostro conferma un'innata capacità di fondere tra loro sonorità diversissime, armonizzando con gusto e giusta misura beat elettronici e una vastissima strumentazione classica. D'altra parte, stiamo parlando di un artista in grado di suonare praticamente qualsiasi cosa: dalla chitarra acustica al pianoforte, dal violino al violoncello, passando per percussioni assortite, tastiere e chissà cos’altro.
Nel frattempo, con la progressiva presa di coscienza dei propri mezzi, Wolf decideva di mettere da parte ogni residuo pudore e mostrarsi alla gente per ciò che era realmente, con il ragazzino dall'aspetto timido del primo disco che, tra vestiti al limite del kitch e capigliature dai colori improponibili, lasciava progressivamente spazio ad un artista dalla personalità magnetica e dagli atteggiamenti ambigui. Ciò è emerso con forza al momento dell'uscita di The Magic Position (2007), album sicuramente più accessibile rispetto ai precedenti, arricchito da una produzione senza dubbio più complessa e stratificata, con Patrick che, per l'occasione, decideva di sfoggiare un look fiabesco “alla cappuccetto rosso” e risulta ancora più evidente oggi, con la copertina di The Bachelor che sembra tratta da un episodio di The Final Fantasy e il Nostro che, in perfetta tenuta sadomaso, mostra senza remore le proprie grazie nel video del singolo di lancio “Vulture”. Peccato davvero che il grande pubblico non si sia ancora accorto di lui, perchè avrebbe tutto per essere un idolo delle folle.
Tuttavia, parlando di Patrick Wolf, aldilà dell'eccentricità del personaggio, è doveroso soffermarsi in primo luogo sulla musica.
Senza girarci troppo intorno: questo The Bachelor è il suo ennesimo capolavoro, il punto di arrivo di tutte le sue esperienze passate. Il livello qualitativo delle singole composizioni e il mood complessivo del disco rimandano infatti a Lycanthropy e Wind in the Wires, ma la complessità degli arrangiamenti e la ricerca sonora sono figli degli esperimenti di The Magic Position. Un lavoro che, per forza di cose, suona meno spontaneo degli illustri predecessori, ma che guadagna tantissimo quanto a tecnica e ambizione (con gusto e conoscenze).
Passando in rassegna le varie tracce, la prima cosa che colpisce l'ascoltatore è l'estrema varietà della proposta: dentro è possibile trovare veramente di tutto, da David Bowie agli Arcade Fire, dalla musica new wave al cantautorato folk. E la cosa straordinaria è che, pur assomigliando a tutte queste cose contemporaneamente, la musica di Patrick non appare direttamente debitrice ad alcun genere o artista specifico: le sue rielaborazioni suonano del tutto originali e danno vita ad un qualcosa di nuovo e, prima di oggi, mai sentito. L'album, dopo una breve intro strumentale, inizia col botto, con due brani di altissimo livello in rapida successione. Si parte, infatti, con la trascinante “Hard Times”, pezzo che, con i suoi violini campionati, rimanda direttamente a “Overture”, brano di apertura di The Magic Position, e si prosegue con “Oblivion”, azzeccatissima pop song costruita intorno alla ritmica travolgente di una drum machine. Superata “The Bachelor”, prima, riuscitissima, parentesi folk del disco, è il turno di uno dei brani migliori non solo dell'album, ma dell'intera discografia del nostro: “Damaris” è pezzo synth-pop semplicemente perfetto, con una linea melodica memorabile e un arrangiamento tanto curato quanto misurato e mai invasivo. La chiara dimostrazione che, se solo Patrick volesse, potrebbe realizzare con facilità pezzi in grado di garantirgli i primi posti nelle charts di tutto il mondo. Cosa che, ovviamente, al momento non appare possibile, in quanto, a partire da questa traccia, il disco diventa progressivamente sempre più ermetico e difficile da assimilare. Un susseguirsi di atmosfere eteree e sognanti, spezzate giusto da un paio di potenti parentesi cyber-punk, quali l'ingannevole singolo “Vulture”, frutto della collaborazione con Alec Empire, e “Battle”. Brani che magari stonano un po' nel contesto generale, ma indiscutibilmente ben costruiti e che rappresentano un chiaro indice dell'incredibile versatilità dell'artista. Tra gli episodi migliori della seconda parte di questo ambiziosissimo lavoro, impossibile non citare almeno il gospel digitale di “Who Will?”, “Theseus”, col suo arrangiamento a dir poco raffinato, e soprattutto, “Blackdown”, pezzo che inizia come sentitissima ballata per solo pianoforte e voce, per poi trasformarsi in un sognante pezzo folk, con percussioni, violino e flauto in primo piano, in cui il Nostro dimostra una volta di più di essere anche un interprete con capacità fuori dal comune.
Patrick Wolf è il David Bowie dei giorni nostri. Se volete, siete ancora in tempo per capirlo e viverlo in presa diretta. A voi la scelta.

 

82/100

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