D'altra parte, gli ultimi dischi della band, cui va riconosciuto il merito di aver fatto diventare la musica elettronica un fenomeno autenticamente mainstream, nonostante l'enorme successo ottenuto in termini di vendite, complici anche i continui passaggi su MTV, non erano certo paragonabili ai lavori del passato.

Intendiamoci, chi scrive ha avuto modo di apprezzare ed affezionarsi anche un disco solamente discreto come il precedente Playing The Angel (2005), indubbiamente più immediato e radiofonico di certi illustri predecessori, ma che faceva proprio dell'estrema orecchiabilità il proprio punto di forza.
E' innegabile, tuttavia, che i Depeche Mode meritino un posto di primo piano nella storia della musica rock per aver saputo regalare ai propri estimatori album di ben altro spessore.
La paura di assistere ad un flop era, pertanto, palpabile.
D'altronde, a tenere alte le aspettative avevano contribuito tantissimo proprio le dichiarazioni rilasciate dai nostri, con un Gore entusiasta che aveva raccontato di aver trascorso gli ultimi mesi alla ricerca di strumentazione vintage da utilizzare per il nuovo lavoro, il quale, nelle intenzioni della band, avrebbe dovuto rappresentare l'occasione giusta per recuperare quell'inconfondibile sound che, a partire dall'inizio degli anni Ottanta, ha contribuito in modo decisivo alle loro fortune.
Questo disco, pertanto, poteva realmente costituire un nuovo punto di partenza per la carriera dei Depeche Mode, il pretesto per donare nuovo lustro al “suono cosmico” della band, altrimenti destinato ad essere surclassato da quello, infinitamente più fresco, di molti giovani allievi cresciuti ispirandosi alla loro musica.
Purtroppo così non è stato.
Il risultato della loro “ricerca sonora”,infatti, è un album nel complesso gradevole, ma che, a conti fatti, suona vecchio ed obsoleto, anche a causa di una produzione assolutamente deficitaria, incapace di dare adeguata profondità alle atmosfere.
Ad aggravare il tutto, un livello medio delle composizioni non sempre degno del glorioso passato della band, con la penna di Gore che, in più di una circostanza, si rivela ai minimi storici quanto ad ispirazione. Troppi riempitivi, troppe melodie deboli su cui la voce di Gaham spesso sembra inserirsi in modo confuso, quasi casuale.
Ma andiamo con ordine.
L'inizio, con “In Chains”, non sarebbe malvagio. Canzone che procede seducente e sinuosa, con un arrangiamento minimale ma efficace. Una sorta di Soul/Trip hop, con un bel ritornello, per fortuna solo parzialmente rovinato da un bridge veramente mediocre e da un riff di chitarra di pessimo gusto.
La successiva “Hole To Feed”, uno dei due pezzi a firma Gahan presenti sul disco (l'altro è “Come Black”), appare invece poco convincente fin dall'attacco. La linea melodica è pressochè inesistente e l'accuratissimo lavoro svolto in sede di arrangiamento non basta a salvare un brano che, in passato, una band come i Depeche Mode avrebbe al massimo relegato al ruolo di b-side.

Il singolo di lancio “Wrong”, invece, nonostante non sia stato accolto benissimo nemmeno all'interno della cerchia dei fans più accaniti, per chi scrive rappresenta uno degli episodi più convincenti del disco. Ballatone magari un po' stereotipato, ma capace di stamparsi nella mente dopo pochissimi ascolti per poi non uscirne più.
Proseguendo nell'ascolto, è quindi il turno di “Fragile Tension”, brano anche questo senza dubbio ben costruito: discreta linea melodica, beat che sicuramente renderanno felice più di un nostalgico, chitarra messa al posto giusto. Peccato solo sia uscito con trenta anni di ritardo.
A seguire, è la volta di “Little Soul”, pezzo in cui i Nostri sembrano voler tentare di riprodurre le atmosfere notturne di “Ultra” (1997) senza però riuscire a lasciare il segno.
Arriviamo quindi a “In Sympathy”, valido pop d'altri tempi, che rimanda direttamente agli anni di Speak & Spell (1981). Forse in brano meglio arrangiato: linea di basso distorta, drum machine, chitarra dei momenti migliori coadiuvata da delicate spruzzate di synth.
La successiva “Peace”, invece, rappresenta l'apoteosi dei suoni (vintage) dell'universo, nonchè il primo pezzo totalmente privo di chitarre dell'album (ed era ora). La melodia, tuttavia, non è per niente memorabile e i cori gospel sulle tastiere in stile Kraftwerk risultano alla lunga pacchiani.
Superata senza sussulti la sopra richiamata “Come Back”, è il momento del punto in assoluto più basso non solo del disco, ma molto probabilmente dell'intera carriera dei Depeche Mode. “Space Walker”, infatti, è una breve strumentale per chi scrive semplicemente senza senso. La perfetta colonna sonora per un b-movie italiano di fine anni '70.
Per fortuna, subito dopo, a rincuorare l'ascoltatore arriva “Perfect”, delizioso brano pop, dolce e allo stesso tempo velato di malinconia, che, al pari di “In Sympathy”, ha tutte le carte in regola per divenire l'ennesimo singolo di successo della band.
“Miles Away”, invece, rappresenta un'ulteriore parentesi interlocutoria. Atmosfera malata, ritmiche incalzanti ed echi shoegaze non bastano a salvare una canzone che, di fatto, non esiste: tutta forma e niente sostanza.
Con la seguente “Jezebel”, sorta di bossanova elettronica interpretata da Gore, si rischia di affogare nella melassa. Pezzo sicuramente elegante, che ricorda da vicino certi vecchi successi degli Everything But The Girl. L'impatto, tuttavia, è praticamente nullo.
A chiudere “Corrupt”, brano che, dopo un inizio in sordina, se non altro si lascia apprezzare per il convincente crescendo finale.
Tirando le somme, questo Sounds Of The Universe non può essere considerato un disco sufficiente per il semplice fatto che non è vintage nel senso buono del termine.
Sembra uscito fuori da un cesto pieno di vecchi dischi anni Ottanta, realizzato da uno di quei numerosissimi gruppi che già allora ambivano ad essere i Depeche Mode, senza però riuscire ad arrivarci neanche vicino. Si parla di varie versioni, di demo, di scarsa qualità del leak... ma la sostanza non cambia: sono le canzoni a mancare. Certo, le interpretazioni al limite del mieloso (in questo senso siamo addirittura un passo oltre Exciter!) non aiutano, ma ciò che anche dei
suoni provenienti dall'universo non potrebbero cambiare è l'essenza di questi brani del tutto insoddisfascenti e diciamolo, noiosi.
Il mestiere e la classe, purtroppo, non sempre possono essere sufficienti a mascherare la mancanza di ispirazione.