Scritto da M.U.
Titolo: Veckatimest Autore: Grizzly Bear Anno: 2009 Elemento:

I
n certi circuiti l'ultima fatica dei Grizzly Bear era attesa al varco. C'erano promesse da mantere, potenzialità da esplorare, difetti da smussare: Veckatimest stupisce per concretezza e conferma il talento di una band che in ambito indipendente vantava già una certa venerazione.
Andiamo con ordine. Proviamo a ripercorrere la breve storia di una tra le poche band che non fanno dell'elettronica l'elemento di punta e tuttavia si ritrova ad incidere per la rinomata Warp. Nel 2004 gli Orsi Daniel Rossen, Ed Droste, Chris Taylor e Christopher Bear, originari di Brooklyn, debuttano con Horn of Plenty, un album capace di distanziarli subito da una scena psych-folk sovrappopolata di cloni intimisti che faticano a trovare momenti genuinamente originali. L'intreccio vocale è curato nei minimi dettagli, e viene posto alla guida di melodie che vedono le più classiche partiture folk mescolate sapientemente a freschi suoni laptop. Etichette e paragoni scomodi, oltre che fuorvianti, con altre realtà indipendenti, oscurano prematuramente il primo LP dei Grizzly Bear, riscoperto e ristampato (con annessi remix) l'anno seguente.
Nel 2006 con Yellow House gli Orsi ritrovano la critica dalla loro parte. Si sprecano lodi ovunque nell'ambiente indipendente, ma il limite maggiore dell'album rimane una personalità che sembra non voler trovare la sua dimensione. Nella ricerca dell'etereo balzano alla mente nomi ingombranti del passato, e se è vero che comunque siamo di fronte ad un disco più che riuscito e in grado di farsi strada sugli scaffali in mezzo a tante uscite usa-e-getta, c'è da dire che un pizzico di disappunto rimane quando Yellow House finisce. Si notano le capacità dei Grizzly Bear, ogni pezzo è lì ad evidenziare i meticolosi arrangiamenti, l'ancor più elegante, rispetto all'esordio, lavoro sulle voci è promosso a pieni voti, eppure ci sembra un passaggio verso una destinazione non troppo lontana ma ben più grande. Partono in tour con i TV on the Radio ad un mese dall'uscita ufficiale di Yellow House, poi qualche data con i Feist per approdare a festival di una certa caratura come il Coachella. Cresce la notorietà con alcune apparizioni in TV, fino a che si accorgono di loro i Radiohead, che nel 2008 se li portano in tour in nord America con grandi apprezzamenti sul palco da parte di Greenwood. E' la definitiva consacrazione, i fan dei Radiohead si lasciano conquistare, diffondono il verbo come in parte successe con i Liars, e i Grizzly Bear si guadagnano altri consensi in ambienti insospettabili.
E' cresciuta naturalmente quindi l'attesa per la loro nuova prova. Li si attendeva fantasticando sull'esito: o trovano la loro strada veicolando idee e soluzioni verso una forma che li inquadri alla perfezione, oppure rimangono una fulgida meteora valida ma non altrettanto memorabile. Veckatimest è finalmente pronto e qualche ascolto sembra confermare la prima ipotesi. Se qualcosa di pretenzioso si avvistava in Yellow House, se del manierismo sembrava condire alcuni passaggi di Horn of Plenty, Veckatimest scongiura ogni timore.
Fin dall'incipit con "Southern Point" si capisce che all'interno di una forma canzone, nient'affatto scontata ma certo meno disposta che in precedenza a facili divagazioni leggermente confuse, i Grizzly Bear hanno centellinato le idee, spogliando pezzi che minimali non lo sono mai stati nemmeno in passato, nonostante ci sia più intimità in un loro minuto che in altri cantautori dell'ultima generazione. L'obiettivo è un bagaglio pop che in fin dei conti si portano appresso da sempre, ma non lo vogliono sminuzzare e reinventare come gli Animal Collective cui scioccamente sono stati paragonati. Tutt'altro. Il pop nei Grizzly Bear riporta sulla terra i sogni estemporanei in cui si perdevano fino ad oggi, camminando, sempre con leggerezza, su un territorio che concede loro di costruire dalle fondamenta gettate con Yellow House, e progredire verso inaspettate conclusioni. Ci sembra quasi una reinvenzione della vena pop che una certa scena folk americana porta avanti da qualche anno fra alti e bassi. Band of Horses e Shins dovranno confrontarsi con molti degli spunti contenuti in Veckatimest se vogliono continuare con successo la loro carriera.
Momenti folk fanno capolino in più punti, in "Dolly" quella chitarra non smetteremmo mai di ascoltarla, ma gran parte della forza nei Grizzly Bear è dovuta al cantato ricco di sfumature, e c'è di che essere felici ancora una volta. Mai come in Veckatimest le voci si sono sposate con tanta armonia alle invenzioni degli Orsi, sembrano anzi gestirle con più classe e compiutezza ora. Senza contare il talento dei singoli: il songwriting è di Rossen e Droste è decisamente più maturo, gli inserti elettronici di Taylor si fanno sempre più interessanti e Bear alla batteria offre una struttura ritmica essenziale ma progredita e qualche intuizione di tutto rispetto.
Al terzo lavoro in studio, i Grizzly Bear hanno finalmente il loro posto d'onore nella scena indipendente. Con una rinnovata formula perfetta nel coniugare onirici viaggi su soffici nuvole a melodie riuscite e concrete, il percorso intrapreso dagli Orsi di Brooklyn non poteva giungere a tappa migliore. Sta a loro sapersi muovere diligentemente da qui adesso e mantenersi su questi ottimi livelli anche in futuro.


75/100
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