
Oblivion
Chi l’avrebbe mai detto? I Mastodon inaugurano un loro album con una canzone d’amore! La cantano intrecciando diverse voci e tonalità non solo Brent Hinds e Troy Sanders, ma anche il batterista Brann Dailor, che si cimenta dietro l’asta del microfono per le strofe del brano che apre Crack the Skye. Forse un premio di consolazione, visto che il missaggio del colpevole Brendan O’Brien riduce per tutto il disco i volumi delle sue performance, fantasiose come sempre anche in questo nuovo capitolo, ma appunto relegate ad un ruolo di secondo piano, in favore delle tessiture vocali e chitarristiche. Se in alcuni momenti la scelta di privilegiare gli alti risulta azzeccata e funzionale, in altri appiattisce il flusso sonoro, rendendolo lontano dagli assalti ormai tipici della band, nonché dei cospiratori Today Is the Day. La canzone tuttavia è assolutamente ben costruita e fornisce quello che ad oggi è il miglior ritornello dei Mastodon, oltre ad aprire nuove rotte verso cui virare al momento giusto, quando i nostri avranno assodato che per ottenere risultati soddisfacenti non è più il caso di pestare il più duro possibile mentre si corre oltre i limiti di velocità.
Divinations
Il primo singolo è anche l’unico pezzo in grado di poter ottenere dei passaggi radiofonici, essendo il brano più veloce e ridotto nel minutaggio. La canzone è dunque anche quella meno distante dai Mastodon che abbiamo fin qui conosciuto ed apprezzato, tanto che anche il lavoro di Brendan O’Brien in questo pezzo sembra ricalcare quello del leggendario Matt Bayles nei precedenti dischi. La canzone è buona ed accattivante, ma alla lunga potrebbe essere schiacciata dal peso di tutto il resto, forse eccessivo.
Quintessence
Invero, il brano più strutturalmente intricato di tutto l’album, quello in cui anche le melodie sembrano inserite tirandole per i capelli, come nel coro “let it go” e successivo ritornello. La strofa riesce invece ad essere evocativa, grazie soprattutto al fulminante killer riff della chitarra principale, sopra cui qualsiasi verso pure strozzato avrebbe funzionato. Anche una volta memorizzata, la canzone non sembra coinvolgere più di tanto coi suoi espedienti. Forse il momento meno riuscito dell’album.
The Czar
La prima delle annunciate suite è aperta dai tasti digitati da Rich Morris, per tutto l’album autentico quinto Mastodon col suo muoversi sia nell’ombra degli sfondi, sia se illuminato ad occhio di bue, come in questa situazione. Si accorda all’umore delle sue note la chitarra di Brent Hinds, e presto il cantato a due in cui prevale la voce più alta dello stesso leader della band, piuttosto che i toni più gravi di Sanders. Divisa in quattro movimenti destinati a compiere un cerchio come da tradizione progressive, “The Czar” – che sembra confondere la storia della fine di Nicola II, ultimo zar della dinastia Romanov, con quella del misterioso Rasputin - rappresenta in tutto e per tutto i pregi e i difetti di questo album. Innanzitutto dev’essere ben chiaro che per quanto coraggiosa, perde sicuramente il confronto diretto con l’ormai lontana “Hearts Alive” di Leviathan, sia in termini di evocatività, sia nella fluidità delle strutture che si susseguono. Il missaggio che mette in risalto le parti vocali non aiuta: la voce stridula di Hinds ottiene una sovraesposizione dannosa all’impianto melodico, decisamente troppo in primo piano rispetto a tutto il resto. Ne risulta qualcosa di assolutamente distante dai recenti Mastodon di Blood Mountain, e allo stesso tempo una combinazione fra gli ultimi due brani di quell’album. Se questo è solo un punto di passaggio all’interno del loro percorso artistico, una suite come questa (o “The Last Baron”) acquisirebbe grande valore. Se invece si tratta di un punto di partenza, allora risulterebbe qualcosa di pericoloso sia per i Mastodon che per tutte le compagini inseguitrici della scena che prendono proprio la band di Atlanta come modello. Un ritorno in pompa magna del progressive rock? Oddio, no grazie.
Ghost of Karelia
Prende il nome dall’omonimo territorio intorno al lago di Ladoga, al confine tra Russia e Finlandia, e quindi non eccessivamente distante dalla magica San Pietroburgo. Non fosse per il missaggio che come detto penalizza la prestazione di Brann Dailor, questo sarebbe uno dei brani più riusciti di tutto il catalogo Mastodon. E’ decisamente la canzone di Troy Sanders, assoluto protagonista vocale e faro rispetto alle performance degli altri musicisti. La miglior canzone del disco.
Crack the Skye
Il pezzo che dà il titolo all’album vede la spettrale presenza – come da copione negli album dei Mastodon – di Scott Kelly dei Neurosis, nella parte di quello cattivo cattivo. Lui non si stanca di recitarla, per cui i nostri lo invitano ad urlare la consueta apocalisse mentre essi ricamano attorno cori e trame sonore non così immediate. Essendo una titletrack, la prima nella storia dei Mastodon, probabilmente ci si poteva aspettare qualcosina in più. Tuttavia, essendo dedicata alla prematura scomparsa della sorella di Brann - maggiore paroliere della band - dimostra che Crack the Skye non è un concept album su Rasputin o sui misteri della Russia del primo Novecento, come qualcuno magari avrà da dire.
The Last Baron
Prima di salutare, la strada da fare è ancora lunga e tortuosa: ci sono infatti i tredici involuti minuti dell’ultimo barone. La suite segue lo stesso schema circolare di “The Czar”, al pubblico stabilire se con maggiore, uguale o minore profitto. Al suo interno si alternano cavalcate sludge, virtuosismi crimsoniani a tratti eccessivamente sbrodolanti, e addirittura qualche reminiscenza grunge dei Soundgarden di Badmotorfinger. Volendo trovare il lato positivo, i suoni della band sono certamente più curati e di miglior gusto rispetto alle inzaccherate trash degli a questo punto compagni/rivali nello stesso campo Mars Volta. Autoindulgenza a go-go dunque, ma in fondo questo è il progressive, e l’immaginario dei Mastodon ben si adatta a questo stile.
Crack The Skye non è esente da difetti, quindi. Non tutte le scelte si sono rivelate azzeccate, e laddove il risalto alle voci e gli spunti progressive all'inizio potevano sembrare elementi con cui rinfrescare il proprio percorso, pian piano si sono rivelati imperfetti, di certo non immaturi, ma ad ogni modo non completamente inseriti nel contesto-Mastodon. Un album di passaggio forse, apertura di nuove strade tanto affascinanti quanto rischiose, che perde il confronto diretto con le opere precedenti senza per questo scadere nell'errore grossolano.
I Mastodon confermano quindi la volontà di rompere i generi reinventandoli dall'interno, giocando col fuoco e magari scottandosi qualche volta, eppure senza perdere il coraggio di sperimentare soluzioni in un ambiente che grazie a loro ha ritrovato nuova vita. Per questo ci sentiamo di riporre fiducia sul loro futuro, confidando in smussamenti e correzioni che li riportino al piedistallo sul quale sono virtualmente scivolati.
68/100
