Jeremy Coleman, giovane indisciplinato e ribelle, non perdeva occasione per lamentarsi continuamente delle carenze della società di fine anni '70, viveva con malessere un’esistenza già molto disillusa, sentiva il bisogno di creare una piccola rivoluzione che lo facesse sentir parte di qualcosa di reale. Il suo caratteraccio e il suo spirito da attaccabrighe gli impedirono molto spesso di far parte di band dove avesse un ruolo di semplice tastierista relegato all’ombra del frontman di turno. Così decise come nome per una nuova band un modo di dire inglese e scelse un ruolo da protagonista. I Killing Joke si faranno presto notare per le loro performance energiche in apertura di alcuni concerti dei Joy Division dove si esibivano con cover e alcuni propri singoli ancora piuttosto acerbi ma comunque abbastanza incisivi (i quali usciranno poi nell’EP
Almost Red). Grazie soprattutto al personaggio di Coleman, furono subito paragonati ad una via di mezzo tra la sfrontatezza dei Public Image Ltd. di Lydon e la spiccata sensibilità dei Joy Division stessi.
Coleman riversa, infatti, tutta la sua insofferenza nella sua musica, sia per quanto riguarda le esibizioni live che le prove in studio; i Killing Joke diventeranno sempre di più una band incentrata principalmente attorno alla sua personalità, seguendo i suoi ritmi e la sua sensibilità, nonché la sua follia.
Ma l’apporto degli altri tre musicisti non fu certo da meno, soprattutto per far distinguere il gruppo per un timbro nuovo e potente, fondendo i diversi elementi che contribuiranno alla caratterizzazione del loro suono: il chitarrista Kenneth Walker con le sue distorsioni riesce a combinare i suoni duri del rock pesante con i suoni grezzi del punk, ma allo stesso tempo convivono danze moderne alla Pere Ubu, ritmi da dance floor dark e industrial, come giri di basso tipicamente dark-wave, opera dell’ex bassista dei Rage Martin Glover, e percussioni tribali dettate dalla batteria a volte marziale e a volte forsennata di Paul Ferguson. Il tutto amalgamato dalle incursioni elettroniche di Coleman e da una buona dose di impegno e denuncia sociale rappresentati da testi aggressivi focalizzati sull’imminente crollo della società.
Il loro primo album, intitolato semplicemente ‘Killing Joke’, contiene tutti questi elementi rimaneggiati in maniera tanto sapiente da diventare uno degli esordi più taglienti ma anche più influenti dell’era post-punk, lasciando un segno profondo su personaggi di diversa scuola, primi fra tutti i maestri dell'industrial anni'90.
Londra, anno 1980, esattamente a cavallo dell’era new-wave, arriva sugli scaffali dei negozi un disco autoprodotto e marchiato di humor nero già a partire dalla copertina, raffigurante una scena in stile punk, dove al suo interno si mescolano il sacro col profano nella rappresentazione di un Cristo da scenario apocalittico osservato da ghigni sarcastici neanche troppo celati.
Look at the victim
Scrawled on the wall
You know the reason
Outside the door
You got something
Nasty in your mind
Trying to get out
to dance
A wardance‘Requiem’ e ‘Wardance’ rappresentano probabilmente i brani di punta dell’intero lavoro. Iniziando rispettivamente con un synth e un colpo di tosse, sono incentrati su semplici giri di chitarra e su percussioni quasi meccaniche, ma il risultato è una danza tribale senza compromessi, la quale unita alla voce sporca e distorta di Coleman, ne determinano un amalgama isterico ma allo stesso tempo molto dinamico. Completano il resto testi irruenti scanditi con timbro marziale, parole su grigie metropoli dominate dalla violenza di guerriglie urbane, su scene di delitti dove delle vittime è rimasta solamente la sagoma di gesso sull’asfalto, su persone definite “carne da macello” che hanno ormai perso il contatto con la loro realtà (
Man watching video / The bomb keeps on ticking / He doesn’t know why / He's just cattle for slaughter).
Dello stesso tono marziale ma con riff più abrasivi è ‘The Wait’, a cui spetta il compito di rappresentare la vena del rock più pesante inserita nell’album, la quale insieme a ‘Complication’ rifinisce il quadro della nevrosi segnata da ritmi incalzanti ed effetti elettrici, nonché da temi di decadenza incombente e di autodistruzione (
Odd awakening / The silence grows / Screams outside / Distortion shows).
I Killing Joke continuano a rendere l’orrore il più visibile possibile diminuendo il ritmo e aumentando l’atmosfera disillusa come in ‘Tomorrow’s World’ o come nella più ermetica ‘$.O.36’ contrassegnata da un incedere decisamente sinistro. La strumentale ‘Bloodsport’ rappresenta una colonna sonora solcata da cadenze ossessive e regolari, ancora una volta è il basso di Glover a farla da padrone assieme a delle ritmiche essenzialmente ballabili, in un crescendo ipnotico che non arriva mai. Resta il compito di chiusura alla minacciosa ‘Primitive’, dove un basso ripetitivo scandisce la regressione umana, o meglio la sua involuzione verso lo stato primitivo. A completare l’atmosfera disincantata, sopraggiunge ‘Change’, B-Side di ‘Requiem’. Semplici parole ripetute, anzi, sancite come stimolo di ribellione sociale verso una società sempre più cruda (
You see / You feel / You know / React).
‘Killing Joke’ incorpora molti spunti che verranno raccolti a piene mani dalle generazioni future, talvolta anche con maggior fortuna. Anche con il lavoro successivo
What’s THIS for...! trascinato dal singolo ‘Follow the Leaders’, si cercherà di rimarcare temi molto vicini a quelli dell’esordio. Il disco conterrà altrettante danze corrosive dai temi altrettanto polemici come ‘Unspeakable’ e ‘The Fall of Because’, sarà un lavoro similmente rabbioso, ma forse solo un po’ più prevedibile, di conseguenza. Ma da qui in poi la forte personalità del frontman, a volte sempre più profeta che musicista, comporterà col passare degli anni a svariati episodi anche spiacevoli: dal vicino scioglimento e vari cambi di formazione, all’accanita e delirante passione per l’occulto di Coleman che costringerà gli altri membri a trasferirsi in Islanda per sfuggire ad un’ipotetica Apocalisse imminente.
Dopo essersi trascinati in atmosfere molto più dark e dopo molteplici episodi altalenanti, solo con gli ultimi album in studio i Killing Joke tenteranno il ritorno al loro suono più nervoso e primitivo, riuscendoci solo in parte, o almeno non con lo stesso devastante effetto e la stessa freschezza. Di fatto la rabbia bruciante che rende genuino questo disco d’esordio resterà difficilmente replicabile anche dagli stessi artefici. Ne rimane comunque un album di grande impatto, dallo stile potente e lapidario, e furono in molti a subirne il fascino.

01. Requiem
02. Wardance
03. Tomorrow's World
04. Bloodsport
05. The Wait
06. Complications
07. $.O.36
08. Primitive