Scritto da D.F.
Titolo: Suicide Autore: Suicide Produttore: Rick Ocasek, Craig Leon Anno: 1977 Etichetta: Red Star Elemento:

U
n nome, un programma. L'anno è il 1977, la città New York. Ancora una volta, la rivoluzione punk partorisce un mostro. Alan Vega (vocals) e Martin Rev (tastiere e synth) compongono un duo che non potrebbe essere più lontano da certi atteggiamenti codificati e pseudo-punk, nonostante i loro live, fitti di provocazioni e insulti rivolti al pubblico, finiscano regolarmente in rissa. Non ci sono le chitarre, innanzitutto. Nè i proclami all'anarchia, e neppure le urla e gli sghignazzi malefici di un Johnny Rotten. La loro musica, è invece, ha qualcosa di metafisico, di inafferrabile. Suicide è una di quelle opere d'arte che si pongono in contrasto aperto con le regole del mercato discografico, e non finiscono qui i paralleli con la band di un certo Lou Reed. Stessa nevrosi, stessa capacità di sintetizzare il dolore e l'alienazione in forme musicali estranianti e stordite. Il ritmo martellante e le pulsazioni ossessive del synth in "Ghost Rider" formano un'ottima introduzione ai toni e ai contenuti dell'album: la voce di Vega è una cantilena nervosa e gelida, echi e riverberi si intrecciano, ogni tanto spunta qualche urletto surreale. E quella frase, terribilmente semplice: "America is killing its youth". Perchè di questo si cibano i brani di questo disco: il potere, l'avidità, la solitudine. I ritmi ronzanti di Rev si fanno più spigliati e incalzanti in "Rocket USA", con il canto di Vega proteso nei suoi racconti sconnessi e tesissimi mentre ogni tanto fa capolino una spettrale melodia di organo a richiamare quello magico e maledetto di Ray Manzarek. "Cheree" è la canzone che non ci si aspetta dopo due brani del genere: sorta di love song a metà fra la parodia e il delirio eroinomane, essa si regge su un sottofondo elettronico-organistico ipnotico e maestoso, mentre il ritmo si fa quasi ballabile e la voce sognante di Vega declama i versi d'amore più elementari, probabilmente a un fantasma. "Johnny" è forse ancora più surreale: un ritmo rockabilly degno di Elvis (altra influenza dichiarata sul canto di Vega) sostenuto da una pulsazione incessante, come il battito di un cuore in superaffanno, sovrastato da una melodia gelida di synth che gira intorno a sè stessa mentre Vega canta con tutta la coolness di cui è capace. "Girl" segue le coordinate di "Cheree", il ritmo cita mambo e bossanova, Vega si fa perverso e insinuante, il synth incalza sotterraneo e minaccioso, l'organo compare a volte ad aggiungere pathos. I cupissimi ronzii di "Che" sono il perfetto sottofondo per l'elegia disperata di Vega, il ritmo è un fruscio di sottofondo, le tastiere si protendono in fasce lunghissime, quasi al limite del feedback fino a che il tutto si chiude in un eco elettronico che spegne la voragine saturata di suono del brano. Seguono un remix di "Cheree", psichedelico e più vigoroso rispetto all'originale (con un sottofondo acquoso degno della musica ambient e una spettrale melodia di vibrafono-tastiere) la tribale e demente "I Remember" (su cui si stende l'ombra dei Pere Ubu) e la ninnananna finale di "Keep Your Dreams", ormai quasi in pieno synth pop, con il suo ritmo gioioso e la sua melodia quasi solare, a chiudere inaspettatamente l'album con una nota ottimista (ma sarà davvero così?).

Lascio per ultimo il capolavoro dell'album, il brano che più degli altri consegna "Suicide" al firmamento della musica totale: "Frankie Teardrop", l'allucinata e brutale storia di un reduce del Vietnam che uccide moglie e figli per poi togliersi la vita. La vibrazione più tribale e nervosa dell'album si accompagna a rumori di sottofondo che evocano l'alienazione della fabbrica e il caos della città, mentre Vega si preoccupa di imbastire la vicenda con tutta una serie di trucchi agghiaccianti, da "shock tactics": prima la storia è raccontata in tono blueseggiante, poi Vega sussurra, freme, urla come un ossesso in un crescendo di suoni che sono come le nuvole di un cielo nerissimo, fino alla fatale, disarmante sentenza di Vega: "We're all Frankies/We're all lying in hell" proclama, più invasato che mai. "Frankie Teardrop", dunque, si guadagna, senza alcun dubbio, un posto d'onore al fianco di "The End" e "Sister Ray", tanto per citare solo due brani capaci di distruggere il concetto stesso di canzone rock imponendo al suo posto un vero e proprio delirio di catarsi e autodistruzione.

L'influenza di "Suicide" sulle generazioni future è spaventosamente estesa. Trip hop, dance, new wave, ambient sono solo alcuni dei generi che hanno beneficiato delle innovazioni apportate da questo incredibile mosaico di suoni e umori, uscito da una New York autodistruttiva ed eroinomane. Persino Bruce Springsteen si è dichiarato fan della band ("State Trooper" reca l'influenza inequivocabile del duo) e, per restare in Italia, "Milano circonvallazione esterna" degli Afterhours è virtualmente un omaggio alle inquietudini elettroniche dei due spettri di New York. Spettri che sono risorti nel 2002 per comporre "American Supreme", sorta di concept album sul terrore e la nevrosi della società americana post-11 settembre, infettato di funk, dance e hip hop. è questo il capolavoro, comunque. L'album che resta impresso a fuoco nella musica, quello che la marchia con la sua brutalità iperrealistica, con la sua dirompente e irrefrenabile carica innovativa. Ora che sono passati tanti anni e che quei testi e quei suoni sembrano ancora così maledettamente attuali, lo si può finalmente dire: i Suicide non hanno mai avuto giustizia, ma lentamente si sono presi quello che è loro. Nell'ombra, senza la minima voglia di far soldi e di apparire. Come sempre più raramente accade, in effetti.

01. Ghost Rider
02. Rocket USA
03. Cheree
04. Johnny
05. Girl
06. Frankie Teardrop
07. Che
You are here:   ArticoliViaggi + MiraggiRecensioniDischi ChiaveSuicide (1977) Suicide
Joomla! is Free Software released under the GNU/GPL License.