Si tratta di un lavoro strepitoso perché anticipa i tempi mentre assorbe la lezione punk e proto-industrial (i Pere Ubu fanno capolino qua e là, con discrezione anche in questo disco, immancabilmente), rilanciando il rock con un’energia sincera, seppur forzatamente impostata: i tristi ed epici mascheroni di certo progressive e parte del metal fanno quasi tenerezza a confronto. Gli eccessi sono il quotidiano e la centralità delle recitazioni deviate di Cave oscura - fortunatamente solo presso l’ascoltatore più distratto - il talento musicale di personaggi come Mick Harvey (piano) e Rowland Howard (chitarra). Per non parlare di quel camaleonte di Phil Calvert (alla batteria), abile a passare con estrema disinvoltura da un genere all’altro dei numerosi elencati in questa recensione, senza mai risultare privo di fantasia: formidabile.
E’ musica che ti sporca la fedina penale e se entra in circolo, è in grado di trasportarti in un fumoso cabaret notturno e farti credere in lascivi ideali bohèmienne. Per questo e soprattutto altri motivi, Prayers On Fire va tenuto in alta considerazione quando si raccontano storie di new-wave et similia: non tutti in quella scena hanno saputo dire la loro aggiungendo così tanta personalità. Pazzi o geni quindi? Entrambi è la risposta.