Scritto da Piervincenzo Parisi
Il live report esclusivo dei ragazzi di slowshow.org

"It takes a lot of little rain to make you feel like nothing". Il rapporto di Matt Berninger con la pioggia è sempre stato piuttosto controverso, fin dagli esordi della band con l'omonimo album, nell'ormai lontano 2001. Di strada nel frattempo i cinque ragazzi dell'Ohio ne hanno percorsa talmente tanta da riuscire a imbarcarsi in un tour mondiale completamente sold out. L'Italia ci ha messo un po' di più a metabolizzarli, ma finalmente i National sono tornati nel nostro Paese per uno spettacolo da tutto esaurito.
 Siamo nell'inoltrato autunno lombardo e, come per ogni autunno che si rispetti, piove da tempo che sembra immemore: di quella piccola pioggia, nella Milano del 16 novembre, ne abbiamo presa veramente tanta, ma credo di poter dire fuori da ogni dubbio che ne sia valsa ogni singola goccia. 
La location scelta per la serata è l'Alcatraz e noi arriviamo lì davanti già dal mattino. Non per fare realmente la fila: non arriverà altra gente prima delle quattro del pomeriggio e comunque le transenne saranno inspiegabilmente disposte solo intorno alle sette, lasciando alla fortuna di ognuno di noi, più che all'ordine d'arrivo, la facoltà di decidere il proprio posto in coda. La nostra speranza è soprattutto di riuscire a salutare la band al suo approdo presso il locale in mattinata, e così accade.
 Intorno a mezzogiorno eccoli che arrivano tutti, a sorpresa. Il primo a salutarci è Scott: senza ombrello, scappa subito dentro per non bagnarsi dicendoci "a dopo". Poi Matt, avvolto in un k-way blu scuro; quasi irriconoscibile, con in bocca un cigarillo che sembra spento, ci lancia un sorriso e un paio di pacche sulla spalla, poi scivola dentro. Bryan, Kyle e Benjamin (questi ultimi due, per chi non lo sapesse, storici fiatisti della band) entrano dall'altro ingresso e non riusciamo a salutarli. Infine arrivano Bryce e Aaron. Notiamo con dispiacere l'assenza di Padma Newsome, ormai sesto membro della band, che poi scopriremo essere in Australia; "ma sta bene", ci rassicurerà Scott. E' così che inizia il nostro concerto dei National. Passano le ore e la pioggia non ci dà tregua, anche se l'attesa è mitigata dal piacevole ritrovo di vecchi amici più o meno virtuali. Arrivano alla spicciolata, da veramente tutta la nazione, qualcuno anche da fuori. Riunire un pubblico così vasto e così variegato in età e provenienza è una cosa che, capirete bene, non riesce a tutte le band. Alle sette e mezza circa siamo finalmente dentro e la fatica viene infine ripagata da un ottimo posto in transenna centrale. Spetta ai Phosphorescent, band di Brooklyn capitanata da Matthew Houck, scaldare il pubblico per ciò che ci aspetterà da lì a poco. La loro performance è impeccabile, ammaliano i quasi tremila presenti con un alt-country preciso e pulito, la voce di Houck è di una bellezza devastante. Propongono solo sei pezzi, ma la loro durata è tale da rendere la performance un vero concerto. Tra tutte spiccano "The Mermaid Parade", pezzo sull'omonima parata newyorkese, e "It’s Not Supposed to Be That Way", struggente cover di Willy Nelson. Nel frattempo, dalla nostra posizione, abbiamo avuto modo di notare come delle telecamerine siano state strategicamente posizionate sul palco, in corrispondenza di ciascun membro della band. Ci chiediamo tutti a cosa serviranno. Sono quasi le dieci quando i National imbracciano gli strumenti tra le urla della folla. Era qui prevista una piccola coreografia a cura del forum di SlowShow.org, fatta da uno sventolio di fogli viola fra il pubblico e le parole "Welcome Back" che si vengono a formare sulla transenna. Non so quanto si sia visto e per quanto tempo, ma Matt e soci ci hanno ringraziato e alla fine sono apparsi soddisfatti, e questo è l'importante. E' sempre difficile per me commentare un loro concerto, oltre che per il forte coinvolgimento della mia sfera emotiva, anche per il fatto che sono tutt'altro che alla prima data di questo tour. L'effetto sorpresa verrà irrimediabilmente a mancare in diverse occasioni, ma ogni volta mi accorgo di come certe emozioni siano imprescindibili da esso, oltre che universali. Così non mi meraviglio come forse avrei dovuto quando la band apre il concerto con "Runaway", non lasciando quindi al pubblico la possibilità di sfogare la tensione accumulata nell'attesa con salti e gridolini. Ciò che mi sorprende è invece la scoperta della finalità di quelle telecamerine a cui accennavo poco fa: alle spalle del gruppo, proiettate su un grande telo, si alterneranno infatti per tutto il concerto immagini a effetto di Berninger e soci ed evocative composizioni fotografiche.
 Sono quasi sicuro che quest'idea, o quantomeno la sua realizzazione, siano frutto della mente di Tom Berninger, fratello del cantante, da qualche mese facente parte della crew in pianta stabile. Da quando è presente lui, infatti, il suo effetto benefico si manifesta non solo su Matt, che appare così più tranquillo avendo sempre accanto a sé un familiare, ma anche sull'impatto visivo delle loro campagne commerciali, dei videoclip e, da oggi, anche delle performance dal vivo. E adoro constatare come risultino a questo punto coinvolte ben tre coppie di fratelli: Bryan e Scott, i gemelli Dessner e ora Matt e Tom Berninger.
Altra costante dei loro concerti è la messa in scena dei teatrini che il cantante e i due chitarristi amano intraprendere quando si trovano davanti a un pubblico e in una location di loro gradimento. Ne vedremo tanti, nel corso della serata: buon segno. Nel frattempo, "Runaway" è scivolata dapprima in "Anyone's Ghost" e poi in "Mistaken for Strangers" e "Bloodbuzz Ohio", dedicata a un amico di Cincinnati, "la Roma dell'Ohio", a detta di Matt.
Poi è la volta di "Slow Show", suonata per il sito italiano, con Aaron che ci chiede se avessimo mai realizzato di aver dato al nostro dominio un nome preso da una canzone che parla degli "attributi di Matt". "Non dire 'ste cose! Perché ogni sera devi parlare di 'ste cose?", scherza il cantante, e poi azzarda un paragone con la Torre di Pisa.
"Squalor Victoria", "Afraid of Everyone" e "Available", con snippet finale di "Cardinal Song", danno una decisa impennata al concerto. L'assenza del maestro Padma Newsome si fa sentire solo relativamente negli arrangiamenti proposti, altro segno della grande maturità ormai raggiunta dalla band. Berninger però sbaglia completamente la prima parte di "Conversation 16'" costringendo il gruppo a fermarsi e riattaccare. Altra cosa che probabilmente mi avrebbe sorpreso, se non fosse che succede quasi sistematicamente e ogni volta i ragazzi sono bravissimi a riderci sopra e prendere in mano la situazione senza rovinare lo spettacolo. "Sorrow" è invece impeccabile e, subito prima di "Apartment Story", Matt coglie l'occasione per richiamare la sua presunta avversione verso la pioggia introducendo il brano con all'incirca queste parole: "questo è un pezzo che parla del restarsene chiusi in appartamento, cosa che voi stasera non avete fatto. Siete usciti sotto la pioggia per vedere questa band. Io sarei rimasto a casa". Un'altra iniezione di adrenalina arriva con "Abel", seguita a ruota dalla splendida "Daughters of the SoHo Riots", che ci regala un attimo per respirare, oltre che per contemplare il livello di forma della voce di Matt, visibilmente in stato di grazia, nonostante lo stratosferico tasso di umidità milanese. La chiusura con "England'" "Fake Empire" e l'epica "About Today", anch'essa riuscita benissimo nonostante l'assenza di Padma, è di quelle che ti annodano lo stomaco e te lo fanno risalite dritto, dritto in gola. E rischi di ritrovarti in lacrime ancor prima che tu possa accorgertene.
Pochi istanti di pausa e la band si ricompone sul palco per l'encore. Mi sembra di ricordare che Matt dica subito che erano previste quattro canzoni, ma probabilmente non sarebbero riusciti a suonare l'ultima a causa del rigido coprifuoco milanese. Il pubblico italiano perde quindi l'occasione di ascoltare dal vivo la bellissima versione unplugged di "Vanderlyle Crybaby Geeks".
Nonostante ciò, le nostre più rosee aspettative vengono superate quando sentiamo l'attacco di "Lucky You", canzone che non suonavano da molto tempo e che non avevo ancora avuto il privilegio di ascoltare dal vivo. Quindi è il turno dell'ormai attesissima "Mr. November". Matt canta la prima strofa e il ritornello dritto davanti all'asta del microfono, poi si avvicina all'estremità del palco, mi guarda, ed entrambi sappiamo già cosa sta per accadere: dopo un cenno d'intesa, Matt afferra la mia mano e salta sulla transenna. Un'altra di quelle cose che potrebbero succederti decine di volte, e per me non era la prima, ma ogni volta è come se lo fosse. Lo aiuto a stare in equilibrio mentre canta rivolto verso le ultime file, poi si fa una passeggiatina in bilico su quel supporto metallico, aiutato da decine di premurose braccia che lo sorreggono. Su "Terrible Love" decide invece di scavalcare la transenna sul lato destro del palco e, cantando, si addentra sempre di più nel pubblico, fino a mollare il microfono a fine canzone, imboccare l'uscita del locale e salire sul tour bus. Un'uscita che ha davvero lasciato tutti estasiati e senza parole, confermando Berninger come uno dei frontman più carismatici della scena indie attuale. Il resto della band è ancora sul palco, saluta il pubblico, ringrazia ed esce. Si accendono le luci dell'Alcatraz, la security ci invita a lasciare il locale e uscire fuori sotto la pioggia torrenziale, dove la gente si avvia pian piano verso casa. Il concerto dei National è finito. Ma non per noi: quando si tratta della band di Brooklyn, a noi piace chiudere la serata col dessert. Quindi aspettiamo pazientemente, chi bevendo birra e chi mangiando panini al salame per riacquistare le forze, che il gruppo esca a concederci un ultimo saluto prima di salire sul tour bus e lasciare l'Italia.
Così passiamo un'ora abbondante a chiacchierare con Bryce, Aaron e Scott, come sempre cordiali e simpaticissimi, mentre Tom fa ancora la spola tra l'Alcatraz e i pullman. Quando diciamo loro quanto ci sia piaciuta "Lucky You", Aaron ci ringrazia e ci dice che allora è per noi, suggellando la dedica con una firma sul nostro striscione. Poi ci comunica che suoneranno molto probabilmente a Ferrara, la prossima estate. Li salutiamo intonando in coro il ritornello di "Friend of Mine" e, mentre la porta a vetri scuri del tour bus si chiude, siamo già proiettati con la mente verso il prossimo concerto. A questo punto chiamiamo un taxi e ci facciamo condurre sotto la pioggerellina incessante ognuno verso il proprio letto.
 La notte milanese non ha pietà.
 "Serve tanta piccola pioggia", cantava il giovane Matt, ancora forse inconsapevole di quanto sarebbe riuscito a costruire. Tanta piccola pioggia per fare da cornice a quella destinata a divenire, per chi c'era, una delle serate più memorabili degli ultimi anni.

 
Setlist
 
Runaway
Anyone's Ghost
Mistaken for Strangers
Bloodbuzz Ohio
Slow Show
Squalor Victoria
Afraid of Everyone
Available / Cardinal Song
Conversation 16
Sorrow
Apartment Story
Abel
Daughters of the Soho Riots
England
Fake Empire
About Today
Lucky You
Mr. November
Terrible Love

 
live report di Piervincenzo Parisi, foto di Giulia Franceschini e Anna Girardi
 
Grazie a Valentina per la preziosa collaborazione
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