Il rave 3.0
Il festival Club To Club giunge alla sua decima edizione in una Torino sempre più leader nazionale dell’intrattenimento elettronico, con tanto di partnership interregionale (eventi laterali a Milano, ad esempio, con il Moritz Von Oswald Trio) e internazionale (eventi live in Turchia, a contraltare delle serate piemontesi, con nomi di grande impatto in gioco, per esempio Scuba). Le diverse giornate della kermesse si rivelano contenitori per nomi del panorama della musica elettronica mondiale che passano dal massimo grado di fama (Cassius,
Four Tet, Modeselektor…) a realtà più piccole/underground o comunque più recenti (Luke Abbott, Shed…). L’esperienza del Club To Club è anche un modo per riflettere sulla salute della musica electro al giorno d’oggi, dinanzi ad un paesaggio attuale che pare frastagliarsi sempre di più infittendosi di nomi e proposte ogni giorno più innovative e, al contempo, ogni giorno più legate ad un background musicale più forte e istituzionale. La possibilità di saggiare da tutte le differenti poetiche sonore odierne ha permesso di cogliere un sentimento di fiducia nel futuro del verbo elettronico, sempre più legato indissolubilmente alla dialettica casa-club, in una pratica d’ascolto che varia non solo emotivamente, ma anche spazialmente a seconda delle diverse situazioni di fruizione: sorprendendo, o forse no, il calore che alcune realtà hanno saputo sprigionare sul dancefloor sembrano confermare le enormi potenzialità, spesso già largamente espresse, del beat electro dentro e fuori dal contesto del club, trasportando quella forza dinamica tipica di questo modo di vedere la musica anche in contesti solitamente estranei come teatri, padiglioni espositivi e musei. Il ventaglio di proposte offerto dall’organizzazione del festival, pur non rivelandosi sempre azzeccato negli accostamenti e pur danneggiato saltuariamente da difetti logistici anche gravi, riesce benissimo nel suo intento di unire e di collegare vecchie e nuove generazioni in una danza sempre più universale, raccogliendo una quantità enorme di pubblico, accorso da diverse parti d’Italia per l’evento elettronico italiano più grande dell’anno.
Per mancanza del dono dell’ubiquità e per il sovrapporsi di più eventi in location differenti, ecco un racconto delle giornate del Club To Club che rispecchia la scelta fra i diversi eventi, a volte azzeccata a volte meno, dei due redattori del Panopticon presenti per l’evento.
Day 1.

Il primo giorno del CTC sembra un vero e proprio warm-up, una sorta di riscaldamento in vista di un lento crescendo fino alla serata finale di sabato 6 novembre al Lingotto. Mentre
Plaid scalda le anime più raffinate in quel del Teatro Carignano con l’esclusivo progetto live insieme ai Southbank Gamelan Players, decidiamo di optare per un inizio di festival all’insegna di ritmi più dancefloor-oriented e più movimentati. Nello spazio espositivo del Mirafiori Motor Village, fra macchine in esposizione tirate a lucido e sotto un’architettura fredda e razionale, proprio ad un passo dallo stabilimento di Mirafiori, i djset di Floating Points e
Joy Orbison aprono la serata inaugurale davanti ad un pubblico non piccolo ma comunque contenuto. La location colpisce per la sua freddezza, così illuminata e distante da una qualunque idea di club: mentre le pareti sono coperte da proiezioni e i bar si alternano nel propugnare quasi più bevande energetiche che alcolici (un brutto segno dei tempi!), la folla sembra un po’ sperdersi fra il palco e la grande apertura alla sinistra dello stage, vera e propria bocca che inghiotte i fumatori per spedirli a far compagnia alle vicine ciminiere della FIAT. Proprio questa dispersione danneggia non poco il djset di
Floating Points, che non colpisce in particolare e che sembra più servire un buon assist al producer seguente, ovvero un Joy Orbison al massimo della propria fama, dopo un estate che lo ha consacrato ai livelli alti del panorama elettronico mondiale. La proposta del produttore, vero nome Peter O'Grady, è ormai una fra le più innovative in circolazione, con il caratteristico mix di quasi tutte le influenze della beat-music in generale, dal dubstep alla techno-minimal, all’IDM; la sua è una musica di stampo europeo, ampiamente ascoltabile anche al di fuori del contesto live, ma che trova nel set suonato una dimensione nuova e più esplosiva, come l’esibizione di Torino ha dimostrato. Dopo una partenza accolta da molto calore soprattutto dalle prime file del pubblico, Joy riesce a creare un discorso musicale coerente anche se variegato, passando dalle sfumature
technoidi a coloriture più house e, a volte, quasi big beat, fino alla conclusiva, e grandiosa, “Hyph Mngo”, cavallo di battaglia di O’Grady e fra le canzoni più riuscite degli ultimi anni. Il pubblico esplode letteralmente, dimostrando un approccio quasi rock, mentre il dj si diverte dietro la console e si gode il calore scaturito dal dancefloor.
Come d’incanto, tutto finisce, senza strascichi, quasi fin troppo meccanicamente: le luci si accendono, Joy Orbison saluta e ci lascia a noi stessi, sudati non poco anche a causa della (stupida e primitiva) politica di non dotare la location di un guardaroba. È allora che, con ancora le note nelle orecchie, lo avviciniamo e gli rivolgiamo delle domande per il Panopticon:
Innanzitutto complimenti per il set, anche se ormai devi esserci abituato, visto il consenso che stai raccogliendo dovunque tu vada.
Davvero grazie, è stato un piacere suonare qui, in questa location. L’impianto era molto buono, la gente era coinvolta al punto giusto, lo spazio davvero bello; anzi, è stato forse più bello suonare qui che a Londra!
Fa piacere sentire un parere così positivo su un festival italiano. Sembra che l’Italia e, in particolare, Torino abbiano cambiato marcia rispetto anche solo a pochi anni fa: i risultati si vedono.
Mi pare giusto cogliere l’occasione e chiederti se hai mai pensato ad un vero e proprio LP, o se pensi di andare avanti con il formato 12”.
Diciamo che c’ho pensato, ma avrei in mente qualcosa di particolare, probabilmente un concept album. Sì, direi che un concept album è quanto di più vicino c’è alla mia idea di disco. Non mi va di fare un disco con dei singoli da estrapolare, altrimenti continuerei con altri formati.
Intendi forse una sorta di one-track album quindi?
Sì, esattamente, una cosa del genere. Vedremo! Nel frattempo, posso dirti che fra non molto farò uscire qualcosa di nuovo.
Perfetto, non potevi darci notizia migliore, anche perché le tue uscite sono state una vera e propria ventata d’aria fresca nel panorama elettronico. A proposito della scena elettronica odierna, cosa ne pensi del dubstep, pensi abbia influenzato la tua musica?
Sinceramente, non ho mai veramente ascoltato dubstep, non è mai stata la mia musica né semplicemente l’ascolto molto spesso, anche se apprezzo tanto Ramadanman; anche il disco dei Darkstar mi è piaciuto molto. Un gruppo come i My Bloody Valentine, a livello di influenze, mi hanno segnato molto di più, anche se possono sembrare due mondi lontani.
Capisco perfettamente cosa intendi e non credo lo siano.
Grazie mille per la serata Joy! And welcome back!
Grazie a voi, è stato davvero un piacere suonare qui e in questo contesto, alla prossima!
Soddisfatti per la disponibilità dimostrata, ringraziamo Joy e ci prepariamo mentalmente alla seconda giornata, giornata molto densa, con artisti di primissimo piano e location curiose, fuori dalla norma.
Day 2.

Il timore che una serata di gran classe come quella del secondo giorno potesse risolversi con una delusione o una forzatura era strisciante. L’ambientazione, però, era troppo invitante e i punti interrogativi sulle tre performance troppo grandi per darsi tormento con divinazioni approssimate. Non era solo questione di portare la musica elettronica in un teatro del XVIII secolo, ma anche di quale musica elettronica e di quale teatro si trattava a rendere speciale la serata. Il Teatro Carignano non era solo cornice per l’arte musicale ma parte dell’opera stessa.
Il teatro: legno, oro e porpora dominano un ambiente tutto sommato ristretto e sviluppato in verticale a ridosso del piccolo palco, l’infinità di conche e sporgenze delle decorazioni, i drappeggi, gli affreschi bui sul soffitto, i tessuti che ricoprono buona parte dello spazio disponibile in forma di tappezzerie, parquet, fodere, tutto lascia poche vie di fuga all’occhio e al respiro, obbligando quasi a riversare il proprio animo osservatore sulla scena, unico luogo dinamico e indefinito dell’edificio.
L’azione sul palco: sapevamo solo quanto ignota poteva essere la doppia performance di Kode9 (che avrebbe diviso il suo tempo tra inediti di Burial e produzione personale) e quanto pericolosamente nota poteva essere quella dei Darkstar, autori di un album solo buono e assolutamente troppo debole rispetto a ciò che sarebbe potuto essere e alla copertura mediatica ricevuta.
Le delusioni non tardano ad arrivare, ma non ho intenzione di ammorbarvi con una manfrina in qualche modo personale. Per non risultare pedante mi limiterò a comunicarvi come, evidentemente, l’idea di organizzare una serata irripetibile, sulla carta assolutamente straordinaria, come questa, per i responsabili del Club to Club, significhi lasciare il pubblico (pagante una cifra uguale per tutti) in una hobbesiana lotta tra pari, una gara senza esclusione di colpi a chi si accaparra con la forza il posto migliore, dopo aver aspettato mezz’ora di ritardo assembrati disordinatamente all’italiana al di fuori dello stabile. Così è stato, con disparità evidenti dovute principalmente alla velocità, al caso o alle conoscenze di alcuni, che si sono ritrovati in un intimissimo stanzino privato sui palchi, mentre altri si sono ritrovati seduti in piccionaia a guardare lo splendido soffitto, o, peggio, in piedi a non vedere nemmeno quello. Davvero deludente.
Una volta seduti non manca molto all’arrivo di Kode9. Ciò che succederà in seguito dividerà quasi completamente il pubblico, come anche i due redattori presenti:
D.B.
Quanto fatto da Kode9 nella prima ora scarsa di spettacolo è stato una vera e propria prova di forza, una prova di bravura tecnica riuscita quasi del tutto, fatto salvo alcune sbavature su cui non serve soffermarsi. I 3 CDJ di Steve Goodman non sono mai fermi in un gioco di mixing & sampling continuo e difficile. L’obiettivo è ambizioso: suonare pezzi inediti senza scoprire troppo le carte, creare attesa per il nuovo album di
Burial senza palesare più di qualche secondo e spesso in mix continuo, come una lunga gonna scura che volteggia a ritmo di musica, lasciando solo intravedere le caviglie sottili al di sotto, o poco più. Allo stesso tempo, però, è anche una vera performance musicale a teatro. Un fitto tappeto ambient, a volte in primo piano, a volte in sottofondo, aiuta a inserire ancora di più la musica già di per sé altamente contemplativa di
Burial. Difficile scrivere qualcosa di sensato sui nuovi pezzi, destrutturati com’erano. Sembra esser presente ogni aspetto della poetica dell’esordio o di Untrue, forse addirittura portati agli estremi. Tralasciando un sintetizzatore che doppia una melodia alla maniera della peggior
italodance (che pretenderemo di non aver sentito), pezzi molto ambient, assolutamente slegati da qualsiasi logica da club, si sono legati ad altri più ritmati, tra cui uno in cui una cassa molto profonda e prepotente ci ha stupiti ed esaltati.
Gi.C.
Kode9 è un maestro, un genio: quello che si vuole. Però un po' di amaro in bocca non può che rimanere dopo la serata al teatro Carignano, un vero e proprio evento a incorniciare la presentazione del nuovo e atteso album di Burial. Il mix di canzoni tratto dall'inedito materiale del misterioso producer londinese non riesce mai davvero ad alzarsi a livello emotivo e rimane una fredda esecuzione di scorci poco eloquenti: una sorta di magma virtuosistico in cui
Kode9 appare sì come un grande artista, ma un artista che forse si compiace troppo e si perde in un discorso che raramente trova una coerenza degna di una vera performance live. Quello che sembra un concerto diventa un esperimento: il dottore si mette dietro la console e inizia a tagliare e cucire materiale vulcanico ed esplosivo, ma spesso ne rimane bruciato, si perde, accecato dalla fosforescenza incontrollata del calore di tracce appena sfornate. Tuttavia, non è poi stato quel gran disastro: a differenza dei macellai, i dottori sanno come operare con ciò che è vero, autentico, viscerale: con la materia prima, a costo di sformarla con acidi, i grandi bisturi dell'elettronica sanno come comportarsi senza ferire troppo nel profondo.
Una piccola pausa e... the amazing happens! Entra Spaceape e inizia un concerto straordinario di pezzi inediti dal duo che ha creato il capolavoro Memories from the Future. Senza soluzione di continuità, quasi fosse un poema epico cyberpunk, Kode9 e Spaceape ci immergono nuovamente in un’oscurità senza fine, senza una pausa, senza una luce per respirare. I brani (o il brano?) nuovi si legano alla perfezione con altri divenuti ormai classici dubstep come “9 Samurai” o “Time Patrol”, perfettamente ritagliati sull’ottima qualità del toasting di Spaceape. Davvero qualcosa di speciale.
Dopo il lungo applauso parte del pubblico presente si alza e se ne va, forse per andare a seguire lo spettacolo dell’Hiroshima Mon Amour, noncuranti dell’entrata imminente dei
Darkstar, della cui performance non si può dire niente di buono. Il gruppo ora si presenta come un trio che in live si divide la gestione del beat e del sampling, dei sintetizzatori e della parte vocale. Se per quanto riguarda la sezione ritmica non vi è nulla da eccepire, tranne che è stata pesantemente penalizzata dalla mancanza ora quasi patologica di bassi (tutto sommato buoni nell’esecuzione di Kode9, ma pare che la ragione di tale mancanza fosse la volontà, condivisibile, di preservare il teatro dal crollo), per la restante parte del gruppo la performance è stata quantomeno disastrosa. La voce di James Buttery, piuttosto esaltato al momento di entrare sul palco, senza i numerosi effetti presenti su North ha poco mordente, caratteristica non bilanciata da un carisma fin troppo esuberante, davvero. Anzi, si è mostrato piuttosto iracondo e frustrato per un suono non ottimale. Di fatto non lo è stato e sentire quella strana versione di “Aidy’s a Computer” così grigia ha fatto male al cuore. La qualità del suono e dello show, però, non è stata aiutata dal sintetizzatore, spesso a volumi sbilanciati, spesso inutilmente rumorista e, a volte, addirittura fuori tempo. Una performance da dimenticare. L’amaro in bocca lasciato da questi rampolli di casa
Hyperdub e l’idea di cosa ci avrebbe aspettato il giorno successivo, ci ha fatto passare la restante parte della serata parlando di cose ben più importanti, di piazza in piazza nella splendida Torino novembrina.
Day 3.

L'approccio al Lingotto è un'esperienza fra l'approdo ad uno stadio calcistico e l'entrata in una grande chiesa sconsacrata: fra ragazzini e quasi canuti veterani, fra cocci di birra e nuvole di fumo, perdersi fra le transenne dell'ingresso è un attimo, prima di trovarsi dinanzi ad una vasta pancia piena di uomini che ballano. L'atmosfera è già calda fin dall'inizio della serata, al punto che si respira l'aria della grande serata, dell'Evento; i bar sono stracolmi di persone gettate su cocktail fin troppo allungati nelle loro silhouettes di plastica nera; ci si guarda a vicenda cercando di capire su quale
mood sintonizzare la frequenza ritmica; ci si chiede scusa nei bagni minuscoli, stretti contro le pareti, mentre le donne intraprendono la loro lenta marcia verso una colonna sempre più lunga. Siamo veramente in Italia, ma il posto scelto per questo evento non sembra nemmeno italiano; pare di essere in un grande capannone tedesco, o qualcosa del genere, in una sorta di rave 3.0, ulteriore, ripulito, meno illegale e meno illegittimo, ma comunque oltre i confini della normalità. I nomi in ballo per la serata sono davvero importanti, e forse i primi grandi artisti ad esibirsi sono stati coloro che hanno veramente cambiato la sorte della serata: i
Modeselektor sono una furia.
I Modeselektor sono una macchina da guerra. I Modeselektor sono la concretezza berlinese che si esporta a Londra: in un mix di energia dopata e di atmosfere a volte davvero tanto
bpitchiane, canzoni come “Black Block” o “Art+Cash” non lasciano scampo e spingono il pubblico verso il delirio. Tutto ciò, tuttavia, senza mai perdersi nel troppo semplice, nel noioso; perché la classe di Gernot Bronsert e Sebastian Szary è capace di aperture fra il bizzarro e il raffinatissimo, con il remix di “Dull Flame of Desire” di
Björk che esplode e si apre mentre il cocktail gorgoglia facendo risuonare la fine dell'ultima goccia di doping serale, in attesa dell'ennesimo, condiviso rituale del rifornimento al bancone.
Dopo la riottosa esperienza MDSLKTR decidiamo di dare un’occhiata alla più che interessante Saletta Rossa, una sorta di protuberanza del salone principale, dove una falange di giovanissimi dj inglesi ha dimostrato di tener testa magnificamente alle grandi firme europee.
Troviamo
Shackleton sul finire di un live set al limite dell'esperienza estatica e il non averne goduto pienamente nella sua interezza è un grosso dispiacere, visto anche l’alto livello di gradimento mostrato dal popolo danzante. Il giovane Jamie XX, a seguire, propone un dj set che si aggira invariabilmente, ma senza annoiare, sulle coordinate sbilenche del dubstep sottile dei suoi remix, soprattutto quelle di “You’ve Got the Love”, vera cifra della sua performance. Il divertimento è intenso ma, se si vuole trovare un difetto, forse troppo poco
engaging per quella piccola, intima saletta tutta dipinta di un rosso lynchiano. Sicuramente, però, rimane una dimostrazione del gusto e della bravura di Jamie alla console.
Il popolo del Club To Club comincia a dare segni di cedimento, sedendosi per terra, lungo i bordi della saletta, sbagliando evidentemente tempistica. È il momento di Shed, serio e impegnato. La cassa molto potente e i suoni profondi della sua musica rendono obbligatorio il movimento. La musica che ci propone ha una palette cromatica ancora differente dalle già diverse performance cui abbiamo assistito. Alcune caratteristiche di The Traveller vengono accentuate nel live, come lo spessore del beat che rende ancora più liberatorio il momento di solitudine del sintetizzatore trance e più terribile quello techno e rumorista. Indimenticabile.
Forse per contrasto, la mezzora scarsa di James Holden è stata devastante, soprattutto per i timpani. I suoni più alti, tipici dell’estetica holdeniana, sono semplicemente dolorosi, a coprire le qualità del fuoriclasse, autore, quest’anno, di uno dei migliori DJ-Kicks mai prodotti. Ne approfittiamo per prenderci una boccata d’aria, tra i feriti di una nottata che si avvia verso il tramonto. Anche noi siamo piuttosto pesti, ma non ancora sanguinanti, questo no. Davanti a noi, un ultimo bivio: Cassius o Dettmann? Un pizzico di masochismo ci porta a finire la serata con la techno tedesca drittissima, ma in un certo senso intima, di quest’ultimo. Marcel Dettmann, resident dj del Berghain di Berlino, porta con sé tutta la sua esperienza in una performance quasi mattiniera: martellante ma non ruvido, profondo ma non angosciante, minimale ma non scarno; insomma, il finale ideale per un festival estremamente variegato, in grado di soddisfare palati molto differenti con una proposta di qualità elevata e in cui anche le stonature passano in secondo piano. In primo piano, quando cala il sipario, c’è un fine settimana straordinario, organizzato con competenza e passione in seno alla splendida Torino, e mentre si torna a casa, chi proprio a Torino, chi più lontano, ci si scopre un po' più cittadini della stessa galassia sonora, del futuro.
Esperienze, immagini e parole di Denis "ReFosco" Bosonetto e Giacomo "VLemon" Colombo.
Un grazie a Simona ed Heima.