Scritto da P.R.
Considerazioni sparse sul rapporto recensore/lettore

Disco nuovo, impianto stereo o lettore portatile, cuffie, una pagina bianca da riempire: che scrivere? Me lo chiedo ogni volta che devo buttar giù qualche riga per recensire un album. Si pongono sempre due alternative che di solito non si possono conciliare, pena annoiare il lettore prima del tempo; meglio un approccio didascalico e quindi un po' distaccato, o una impostazione più umana e poetica? Un album va spiegato o va raccontato? Vediamo un po'.

Spiegazione: entrare nei dettagli di un disco, cercare di comprenderne i riferimenti musicali ed extramusicali quando ci sono, analizzare la bontà della proposta, cercare di capire se le canzoni sono buone per davvero e supereranno la prova del tempo, notare se i testi siano rilevanti o meno, valutare il lavoro nel suo contesto, valutarlo in termini assoluti, consigliarlo o sconsigliarlo, sintetizzarlo in un numero. Ed ecco fatto, missione compiuta, ce n'è a sufficienza per tirarsi addosso le antipatie di chi non sarà d'accordo. Ci si chiede se ne valga la pena, se alla fine si rischia di essere presi così sul serio al punto di prendersi del presuntuoso/ottuso da chi ha un parere opposto, preferibilmente maturato in modo meno razionale o completamente fazioso.
Racconto: entrare in sintonia col disco, cercare di interpretare il pensiero dell'artista e di adattarlo al proprio o prenderne le distanze, lasciarsi avvolgere dalle sensazioni positive o negative che siano, scovare pregi e difetti nella poetica, sintetizzare il tutto in un concetto astratto. Ed ecco fatto, missione compiuta, si è riusciti a buttar giù una serie di visioni molto personali che potranno essere d'aiuto ai pochi simili e non daranno assolutamente niente agli altri. Perché sì, è presuntuoso anche pretendere che tutti sentano le stesse cose, visualizzino le medesime immagini, si portino dietro lo stesso bagaglio musicale di chi scrive. È presuntuoso far passare uno scritto personale per una recensione, pretendendo poi di essere capiti, può essere perfetto per un blog ma non certo per una webzine che cerchi di essere affidabile per tutti i suoi lettori.

Detto ciò, spesso è difficile Spiegare della musica rock - soprattutto quando è strumentale - senza scadere in retorica da conservatorio o noiosissimi confronti pseudonozionistici, e quindi lasciarsi andare nel Racconto ogni tanto può servire lo stesso, a patto che nel frattempo si cerchi di far passare un messaggio che non abbia soltanto valore personale. Offrire una visione portatrice di spunti intriganti e reali informazioni sarebbe la via migliore, ma non sempre è possibile, bisogna adattarsi di volta in volta. Poi si pone la questione della lunghezza. Arriva sempre il punto in cui non si sa più cosa inventarsi per aumentare il numero di righe, mentre a volte non bastano neanche due o tre pagine di un word processor a scelta per dire tutto il necessario. Se si scrive troppo non si viene letti o, peggio, si viene letti solo parzialmente (a volte giusto il voto) e quindi male interpretati, se si scrive troppo poco non si giustifica l'opinione, che quindi rimane incompleta.

Detta così pare che il compito del recensore risulti alquanto ingrato in ogni caso. Invece no, ne vale la pena. Qui sul Panopticon abbiamo deciso di dare risalto alle Recensioni in Pillole proprio per cercare di offrire una lettura agile ai curiosi. Un paragrafo di tempo per convincere qualcuno a provare un disco che non ha ancora ascoltato o un artista che non conosce, o al contrario consigliargli di impiegare diversamente il suo tempo libero. Non è vero che il parere di uno sconosciuto è inutile, questa è forse la più grande falsità che si possa dire a riguardo. Col tempo si deve creare un rapporto invisibile tra recensore e lettore; se si iniziano a riconoscere le firme, si saprà come interpretare le idee. "Se lo consiglia X.Z. forse allora dovrei provare" oppure "No, Y.W. di solito parla di cose che non mi interessano, passo" oppure "Questi non mi sono mai piaciuti e di solito non seguo il pensiero di K.Q., ma stavolta è riuscito ad incuriosirmi, magari ci riprovo". Ecco, è lì che il fine ultimo del processo viene a realizzarsi: la passione che il recensore ha trasferito in poche righe viene ripagata e il lettore trova modo di orientarsi in quella che oggi è una jungla fatta di migliaia di proposte. Ma se si vuole che funzioni è necessaria una certa dose di umiltà sia da parte di chi si espone, scrivendo, sia da parte di chi legge. Ogni tanto ci sta anche una provocazione, spesso anzi le provocazioni sono necessarie e non c'è bisogno di essere buonisti a tutti i costi, ma un conto è mettere intelligentemente una pulce nell'orecchio, un altro è dedicare metà del proprio tempo a scrivere listoni di recensioni di dischi cattivi, anche più corpose e numerose di quelle dei dischi buoni.

Al di là di tutto questo, un giorno si presenta il problema vero: una persona qualunque inizia a scrivere per un sito che riceve tot visite al giorno, si toglie qualche sfizio... e poi? E poi, come in tutte le altre cose, se alla base non c'è il piacere di dare qualcosa e diffondere idee, se tutto si riconduce ad un atto di vanità da cui ricavare della presunta gloria, se non c'è il giusto mix di umiltà e di idee chiare, scade tutto in un freddo automatismo completamente improduttivo. Diventa chiarissimo quando ci si imbatte in recensioni sbrigative e superficiali: non si condivide il voto, quindi si leggono le motivazioni "sbrigative e superficiali", non si condividono neanche quelle, ci si pensa su per qualche minuto, poi si resta sulle proprie posizioni. A che è servito? A perdere tempo. Viverla in modo più sereno, al contrario, porta sempre qualche frutto, parola di chi in quella trappola c'è caduto più e più volte, e proprio per questo si sente di dare qualche consiglio a te "hypocrite lecteur, - mon semblable, - mon frère"
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