L'obsolescenza indotta del rock dei Settanta[/b]
[i]Svanisce la sacralità dell'album, e con essa un certo modo di sentire alcuni classici[/i]
Svanisce la sacralità dell'album, e con essa un certo modo di sentire alcuni classici
L'occasione delle riedizioni del vecchio catalogo dei Queen porta con sé una riflessione ben più ampia delle buone recensioni che questa ennesima mossa commerciale ha fatto registrare. Da noi è un po' il gruppo rock più inflazionato della storia, tanto che pure chi si emoziona con Gigi D'Alessio ha spesso in casa una copia - masterizzata, per carità - delle due storiche Greatest Hits. Per anni chi ha ascoltato Led Zeppelin, Pink Floyd e un po' tutto il sancta sanctorum dei mitici anni Settanta - almeno nei gusti e nel consuetudinario rock dell'appassionato italiano - s'è dato un tono di superiorità: "i Queen? Naaah, commerciali, io ascolto Dark Side of the Moon, quella è musica seria!". Adesso, al di là del previdibile plauso della stampa inglese, pare che anche influentissime webzine americane come The Quietus e Pitchfork stiano rivalutando la discografia dei Queen, band che per altro non ha mai veramente sfondato negli USA, se non per qualche singolo irresistibile tipo "Another One Bites the Dust" (mentre i Led Zeppelin o i Black Sabbath sono per gli americani un po' l'equivalente per noi di Mercury e soci: roba da suonerie del telefonino e basi delle pubblicità). Corsi e ricorsi storici del rock, d'accordo, ma probabilmente c'è anche qualcosa in più in questa storia, e va al di là del discorso Queen o non Queen.
Se è già defunta da un pezzo quella del concept e dell'opera rock, ormai sta svanendo anche la sacralità dell'album, inteso come pubblicazione di un'ora e più di musica. La gente non si mette più ad ascoltare dall'inizio alla fine un disco lunghissimo e involuto, non ha tempo per doppi album alla The Wall né tantomeno per suite chilometriche che dovrebbero portare chissà dove. Se non ti chiami Joanna Newsom e non provieni chiaramente dal pianeta Venere, non ti puoi permettere opere mastodontiche, perché in pochissimi ti seguirebbero. D'altronde chi non s'è ancora stancato delle peripezie sbrodolanti dei Mars Volta o delle posture da salvatori della musica moderna dei Porcupine Tree?
Quello che sta accadendo però è che certo rock degli anni Settanta in particolare sta subendo una grave crisi di identità per colpa (o per merito) dei computer e delle diavolerie elettroniche che permettono di fruire musica in modo diverso da quello pensato ai tempi. E notate bene, già i Sessanta sono molto diversi: Beatles, Bob Dylan, Rolling Stones, Kinks, Byrds, Velvet Underground... tutta roba che funziona alla grandissima anche con l'iPod. Ma chi si metterebbe ad ascoltare un disco degli Yes con il lettore mp3? Solo un irriducibile che rimpiange di non essere stato vivo nel 1974! In tutto questo, gruppi storici come i Queen - ostentatamente più song-oriented di molti contemporanei degli anni Settanta - sembrano invece avere senso anche col formato digitale. Questo significa anche che tra le nuove generazioni, ci sarà sempre più gente che preferirà ascoltare i Pink Floyd di Syd Barrett piuttosto che quelli di Meddle e The Wall.
La tendenza è chiara. Gli ultimi sono stati i Radiohead con neanche 40 minuti di musica per quello che in realtà sembra più un EP che un vero e proprio album, tanto che qualcuno tra i più ingenui ha anche creduto che ci sarebbe stato un seguito a breve. Non più di due anni fa, interrogato sulla possibilità di un nuovo disco degli A Perfect Circle, Maynard James Keenan dichiarava che ormai la gente non li ascolta più i dischi di 80 minuti, e che aveva molto più senso pubblicare mini album o addirittura singoli a scadenza regolare piuttosto che opere rock col vecchio formato del compact disc. D'altronde quanti dischi rock hanno venduto più di un milione di copie negli ultimi cinque anni? Giusto i santoni U2 e Coldplay ci sono riusciti, pochi altri, mentre ancora negli anni Novanta le band di Seattle, quelle brit pop, l'industrial rock e alcune nu-metal sballavano facilmente anche i 5 milioni. E non è certo una questione di mancanza di buone proposte, che semmai si sono moltiplicate e nascoste all'ascoltatore più bisognoso di essere guidato perché distribuite attraverso canali indipendenti o pseudo-tali. Cosa succede allora?
L'iPod e i lettori mp3 in generale, ma anche il fatto che la gente passa sempre più tempo di fronte al computer e ascolta musica tramite iTunes e Lastfm, hanno ormai trasformato gli usi di chi segue il rock (e non solo). Figuriamoci come sarà col tablet! Intendiamoci, non sta sparendo il cd, né è destinato a muovere grandi numeri il ritorno del vinile: quello che registriamo è che il formato digitale ha già modificato le abitudini di chi ascoltava le canzoni dall'hi-fi, e di conseguenza anche le dinamiche dell'artista - che spesso prima di tutto si forma come appassionato ascoltatore - che si trova a comporre da solo di fronte al computer, e non nello scantinato a fare baccano assieme ad altri 3-4 compagni. Se volete leggerla come un'equazione, allora pensate che ci saranno più Elliott Smith e meno Dream Theater, oppure anche più Trent Reznor e meno Black Angels.
Svanisce la sacralità dell'album superconcentrato di idee e illuminazioni, e con essa un certo modo di sentire alcuni classici, che magari pagheranno sempre più dazio rispetto ad altri contemporanei che incosciamente avevano avuto la vista più lunga, puntando sulle singole canzoni più che sull'opera totale in grado di elevare l'uomo ad un livello superiore (seee, come no).
Onestamente, ci pare anche giusto che sia così. D'altronde il rock non è certo nato per esprimere morali hegeliane o visioni kubrickiane, piuttosto per intrattenere e coinvolgere in pochi minuti, magari con un minimo di poesia sincera nei casi migliori. In questo modo di pensare, l'iPod, il computer e il formato digitale in generale non fanno altro che bene all'essenza della canzone pop, riuscendo forse nell'impresa di scansare la muffa e certi stereotipi ormai logori definitivamente. Mica male.