"H
o viaggiato nel freddo
Faccia a faccia con la mia
Ombra che si gettava
Nel bianco velo del tempo
Istanbul, Istanbul
Ho viaggiato nel freddo
Senza volto senza eta`
Pilotando un
Corpo senza guida a
Istanbul, Istanbul
Istanbul baluardo sacro per
L' incrocio delle razze degli uomini brucerà..."
In modo forse un po' infantile, mi appresto a iniziare la mia breve vacanza nella città che per secoli è stata capitale del glorioso impero Ottomano ascoltando a tutto volume, col mio lettore mp3, il vecchio successo dei Litfiba (quelli veri, non la pallida imitazione degli anni '90), brano che mi segue da quando ero poco più di un ragazzino.
Io e i miei compagni d'avventura atterriamo nel tardo pomeriggio, dopo un viaggio in aereo piuttosto lungo che ci ha costretto a fare uno scalo intermedio di alcune ore a Vienna. Per giungere fino all'ostello dove abbiamo prenotato, decidiamo di prendere un taxi. I prezzi, per quanto in aumento, sono ancora da est europeo, per cui risultano ampiamente alla nostra portata. Ovviamente, però, dobbiamo prima di tutto contrattare col conducente, non esistendo tariffe fisse da queste parti. Affare fatto, pronti, partenza... Via. Scopriamo subito sulla nostra pelle che lo stile di guida degli autisti turchi è assolutamente folle: senza rendercene conto ci troviamo a sfrecciare lungo una trafficatissima strada lungomare raggiungendo a tratti i 120 km/h e sorpassando gli altri veicoli in ogni modo possibile. Ancora più surreale, tuttavia, è il dialogo con il pazzo al volante, primo indigeno con cui abbiamo modo di scambiare qualche impressione:"Where do you come from? Ah Italiani... BERLUSCONI!". Un tempo almeno eravamo il paese del sole, della pizza e dei mandolini... No comment.
Il piccolo ostello che ci ospita è appena dignitoso, è gestito da un tizio logorroico e mette a disposizione delle stanze minuscole e poco areate, ma si trova in pieno centro storico, a pochi passi dai principali monumenti cittadini. Per poche notti, va più che bene.

Vista l'ora, decidiamo di limitarci ad un breve giro nei dintorni, con l'obiettivo di trovare un posto dove poter cenare. Con nostro piacere, scopriamo che la via che parte dalla vicinissima piazza centrale, dove si fronteggiano da un lato l'Hagia Sophia (Sì, proprio quella cantata dai CCCP), imponente edificio che nel corso della sua tribolatissima esistenza è stato prima una basilica cristiana, quindi una moschea, per divenire da ultimo un importante museo, e dall'altro lato la stupenda Moschea Blu (Sultanahmet Camii) con i suoi colori ed i suoi sei minareti, è piena di ristorantini che possono fare al caso nostro.
Mentre gironzoliamo in cerca di un locale di nostro gradimento, ecco partire da un minareto della Moschea Blu il suggestivo canto di un muezzin, subito imitato da altri appostati nelle moschee circostanti. Questi canti religiosi, avremmo scoperto da lì a poco, si ripetono ad orari regolari cinque volte al giorno e scandiscono le giornate all'interno della città, avendo lo scopo di ricordare ai fedeli l'obbligo di effettuare validamente la preghiera islamica della salat.
E' questo il principale indice di un sentimento religioso sicuramente più forte rispetto a quello cui siamo abituati, ma comunque meno radicale di quanto uno avrebbe potuto aspettarsi. D'altra parte, Istanbul oggi si presenta come una globalizzatissima metropoli di quasi 13 milioni di abitanti, in cui convivono persone di tutte le razze e religioni e dove è normale vedere ragazze europee in minigonna passeggiare accanto a composte signore in chador, mentre di Burqa nessuna traccia.
Alla fine optiamo per il Kukuv Ev, un ristorante che si trova in una piccola traversa laterale dove saremmo ritornati anche le sere successive. Personale gentilissimo e non eccessivamente invadente (come purtroppo spesso capita da queste parti), ma soprattutto un'accogliente terrazza coperta, dove è possibile cenare guardando la Moschea Blu.

Scopriamo subito che mangiare bene e a prezzi ragionevoli non è un problema da queste parti: antipasti a base di verdure servite con salse assortite, uno dei numerosi piatti locali a base di pollo o agnello (ovviamente non di maiale), un paio di pinte di birra ed il gioco è fatto. Il Doner Kebap è la classica carne d'agnello arrostita sul giroarrosto verticale. Il Sis Kebap sono spiedini di carne e peperoni. Di solito queste pietanze vengono servite con pane, verdure fresche, yogurt e riso. Da provare anche le Köfte, ottime polpette di carne arrosto o fritte aromatizzate.
Fatta una corroborante dormita, il giorno successivo iniziamo sul serio a fare i turisti.
Dopo aver visto alla luce del giorno i due monumenti simbolo della città, decidiamo di recarci presso il vicino palazzo Topkapi, l'antica reggia del Sultano, nonchè la sede del governo di uno dei tre più grandi imperi della Storia. Sono visitabili i giardini e diversi edifici, tra cui l’harem. Nelle varie sale aperte al pubblico sono esposti i tesori imperiali, le porcellane, le reliquie sacre, le preziosissime vesti dei cortigiani, gli arredamenti, i gioielli. Simboli di un potere politico che ha sempre sentito il bisogno di ostentare la propria ricchezza.
Lì vicino, si trova anche la Basilica-cisterna sotterranea (Yerebatan Saray), usata durante le guerre come riserva di acqua perchè i nemici distruggevano gli acquedotti o li avvelenavano. La capacità stimata è di circa 80.000 metri cubi, al suo interno si trovano oltre 300 colonne alte circa 8 metri e sono stati lasciati 50 cm di acqua. I molti pesci, le luci e la musica la rendono estremamente suggestiva.
Risalendo per la strada principale, che già avevamo percorso la sera precedente, arriviamo quindi al Gran Bazar (Kapalicarsi), probabilmente il più grande mercato coperto del mondo, un inestricabile labirinto di viuzze dove si trovano negozi di ogni tipo e dove è facilissimo perdere l'orientamento. Bisogna girarlo per diverse ore per farsi una minima idea di come è strutturato e riuscire a ritrovare un negozio già visto, nonostante, per facilitare un minimo le ricerche, sia stato diviso in zone sulla base della tipologia di merce venduta: tessuti, lampade, oro, argento, tappeti, abbigliamento, ecc. I prezzi sono competitivi, la contrattazione è sempre sottintesa e spesso si svolge davanti a bicchierini fumanti di Cay (Tè) nero o aromatizzato alla frutta, la bevanda nazionale, che ogni turco che si rispetti consuma in notevoli quantità.

Nei giorni successivi, ci siamo recati nelle altre zone del centro cittadino. Una profonda insenatura, il Corno D'oro, divide in due la parte antica della città europea da quella più nuova, mentre il Bosforo separa entrambe dalla città asiatica.
Il secondo bazar cittadino, quello Egiziano, si trova proprio di fronte al ponte di Galata, costruito per congiungere i due estremi europei della città. E' molto più piccolo dell'altro e i negozi al suo interno vendono qualsiasi tipo di genere alimentare: formaggi, carne secca, marmellate, miele, dolcetti locali, profumi e, ovviamente, coloratissime spezie dal profumo a dir poco intenso. Lungo il Corno D'Oro, dove sono ancorate diverse barche, numerose bancherelle vendono panini col pesce, fatto cuocere al momento sulla piastra. Il ponte può essere tranquillamente attraversato a piedi. Sotto la volta, infatti, ci sono da entrambi i lati ristoranti e bar pieni di turisti, in cui anche noi decidiamo di fermarci a bere qualcosa.
Sull'altra sponda, il primo monumento in cui ci imbattiamo è la Torre di Galata, costruita nel 1300 per commemorare la città di Genova, di cui questo quartiere fu un prezioso avamposto nel periodo delle repubbliche marinare. Per raggiungerla ci arrampichiamo per un intrico disorientante di vicoli stretti e ripidissimi. Si dice che dalla cima della torre si possa godere di un'ottima vista della città. Io e i miei compari, tuttavia, quando scopriamo che l'unico modo per salire fin lassù è un praticissimo ma decisamente poco affascinante ascensore, decidiamo di soprassedere e proseguire oltre.
Imbocchiamo così via Istiklal, la strada delle grandi marche e dello shopping sfrenato, percorsa ancora oggi da un antico tram. Lungo le viuzze laterali si possono trovare un numero pressochè infinito di locali, ristoranti, birrerie. Per strada, inoltre, è facile incontrare venditori muniti di carretti pieni di qualsiasi tipo di cibo, dalle ciambelle alle pannocchie arrostite, dal succo di arancia al riso con pollo, dai panini agli spiedini di carne. La via termina in Piazza Taksim, dove ogni giorno transitano migliaia di persone.
Arrivati lì, decidiamo di scendere nuovamente lungo la costa per visitare il vicino palazzo Dolmabache (Dolmabahçe Sarayı). Oltrepassato il grande cancello di ingresso e attraversato il giardino, ci troviamo improvvisamente catapultati in un universo kitsch, decadente e esagerato, che riflette nel miglior modo possibile il più sfrenato (cattivo) gusto ottomano-europeo. Il palazzo in parola, infatti, fu portato a termine tra il 1843 e il 1856 con l'obiettivo di negare qualsiasi segno dell'ormai evidente declino dell'impero. Qualsiasi cosa al suo interno risulta barocca e eccessiva: saloni immensi, lampadari, tappeti, suppellettili di qualsiasi tipo. Al centro dell'edificio, troviamo la più vasta sala del trono di tutto il mondo, divenuta in quegli anni l'epicentro del cerimoniale imperiale.
Prima di ripartire, siamo riusciti a fare una rapida escursione anche nella parte asiatica della città. E' possibile prendere il battello al fianco del ponte di Galata, ci sono collegamenti ogni 30 minuti e il viaggio dura circa 20 minuti. Durante il tragitto si passa vicino alla Torre di Leandro, eretta su una lingua di terra in mezzo al mare allo scopo di controllare le navi in transito, e al palazzo di Haydarpasa, oggi la principale stazione ferroviaria e porto della zona. Questa parte di città è molto più tranquilla di quella europea, ha anche poche attrazioni da visitare, ma è più vivibile, pulita e con un lungomare assai caratteristico. In lontananza, è possibile vedere il ponte sospeso sul Bosforo, una mastodontica costruzione in acciaio di circa 1560 metri che unisce tra loro i due continenti.

Le nostre serate ad Istanbul sono state piuttosto tranquille, pur essendo questa una città dove è possibile trovare qualsiasi tipo di divertimento. Aldilà dei soliti pub-birrerie, un'esperienza che consiglierei a chiunque è andare a fumare il narghilè in qualche locale tipico. Noi ne abbiamo trovato uno bellissimo nei pressi del Gran Bazar, lungo la principale arteria del centro storico. Il nome del posto è Corlulu Ali Pasa, è posizionato vicino ad una piccola moschea e per raggiungere il suo cortile interno bisogna attraversare una stretta stradina fiancheggiata da tombe di pietra (sic!). Lì sarà possibile scegliere tra diversi tipi di tabacco, anche aromatizzati alla frutta o al miele, e rilassarsi sorseggiando tè o altre bevande tipiche, rigorosamente analcoliche, seduti comodamente in un ambiente a dir poco caratteristico.
Altra esperienza che ho trovato assai interessante è lo spettacolo di danza e musica sacra sui Dervisci rotanti, confraternita religiosa nota in Italia soprattutto per essere stata menzionata da Franco Battiato in alcuni suoi celebri successi. L'esibizione si tiene quotidianamente all'interno di un vecchio bagno turco a due passi dal centro storico e mi è sembrata molto suggestiva e rispettosa. Certo, come mi è stato fatto notare, si tratta di un rituale religioso in origine concepito per raggiungere l'estasi e avvicinarsi a Dio, che viene ridotto a spettacolo per turisti, ma si tratta pur sempre di un modo per far conoscere un aspetto unico e affascinante della cultura e del costume locale.