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i manca tutto, mi manca il parco in cui andavo a correre la sera, gli autobus e la coda per il taxi, mi mancano le feste, mi mancano i corridoi del Fantoft (il mio ghetto-studentato), gli amici incontrati camminando per strada che ti salutano affettuosamente. Mi manca Bergen.
Sono corsi e ricorsi, parole già sprecate per momenti già vissuti da altri prima di me, quello che credo essere una delle più formative esperienze della mia vita, non è che il dozzinale prodotto, lo stampo, la matrice per noi forgiata da chi ha inventato il programma Erasmus, la classica esperienza che “i tuoi genitori si sognavano”, il potenzialmente rivoluzionario strumento per la creazione della prima generazione di individui veramente cittadini d’Europa o del mondo.
La liberazione fisica e sociale, la quasi autoemancipazione dal mio essere precedente, l’aver ritrovati i patterns italiani che mi ammansuivano cambiati e reimpastati, fortemente e diversamente insaporiti, le conquiste del mio ego, sono tutte novità che suonano tanto come l’autosuggestione del ragazzetto uscito di casa per la prima volta che ha imparato a memoria le brochure che ha letto nell’ufficio del suo responsabile di flusso Erasmus.
Mi rendo conto di aver inframmezzato amenità a verità, proseguendo con il racconto credo, o meglio spero, troveremo un compromesso, o meglio un criterio, per distinguere le une dalle altre.
La destinazione del mio viaggio non è stata da me propriamente scelta, sono stato infatti uno dei due assegnatari delle borse di studio residue, quelle non occupate con l’ordinaria graduatoria redatta dalla mia Università. Bergen fra le possibilità rimastemi, è però stata la mia primissima idea; seppur poco o nulla sapessi sulla città e la nazione in cui sarei andato, ho da sempre provato una forte attrazione per i paesaggi e rispetto per la cultura dei paesi del Nord Europa.
La prima amenità che svelo è quella riguardante la presunta serialità della mia storia, essendo fondamentale per tratteggiare un diario esaustivo, includere anche i motivi personali che mi hanno spinto. L’esperienza che “i miei genitori si sognavano” consiste soprattutto nel potersi permettere il lusso di in primis avvertire e, di conseguenza, agire per alleviare il famigerato peso del quotidiano. Tutto nasce dal sentire di aver scelto una strada non del tutto illuminata e completa, di avere sicurezze familiari e caratteriali tali da poter rimettere in gioco scelte che quando sono state prese parevano definitive, il che suona da un lato anche come de-responsabilizzazione, come pressapochismo adolescenziale, dall’altro come scelta coraggiosa. Insomma, per chi stesse boccheggiando di noia, sono partito per paura, per il timore paralizzante di star perdendomi qualcosa, per il terrore di continuare tutto così com’era. Ed evidentemente il “così com’era” che mi ha portato a Bergen, non mi piaceva.
Prime interazioni Raccolti i pesanti bagagli e schiaccianti preoccupazioni sono arrivato a Bergen il 14 Gennaio.
L’effettiva misurazione della rigidità del clima norvegese si può effettuare immediatamente varcata l’uscita del piccolo aereoporto di Bergen; un freddo senza tempo, secco, capace di scavare fino alle ossa e di intorpidire guance e mani fin dai primi istanti. Una sensazione che non dimenticherò mai.

Trascorsa la prima notte in un ostello, il Jakob Apartments, sono giunto al mio studentato il giorno seguente. Un vecchio palazzone diviso orizzontalmente in una decina di blocchi (dalla A alla L) e verticalmente in 18 piani. Sapevo cosa aspettarmi avendo passato buona parte della preparazione al viaggio studiando i filmati pubblicati su Youtube da studenti reduci dall’esperienza al FantoftStudentboliger, il nome della struttura. La sensazione di aver davanti un algido alveare è svanita dopo pochi istanti, una volta entrato sono stato accolto da suoni molesti e grida interpretabili nei modi più disparati, la a tratti vivace, in altri irritante, colonna sonora di ogni mia giornata da quel momento in poi.
Prima di tutto, per i satanisti alla lettura mi affretto a dire che si, il nome Fantoft è dovuto al fatto che nei pressi della struttura c’è la leggendaria chiesa bruciata da Burzum nel 1992, la Fantoft Stavkirke, oggi ricostruita e divenuta meta notturna di scorribande goliardiche per i più temerari.
Il Fantoft è collocato a venti minuti di bus dalla città, sapientemente fornita di collegamenti puntuali verso il centro, ma in ogni caso molto isolata, assolutamente inadatta a chi volesse provare quella che è veramente dalla vita dello studente norvegese medio.

Non a caso definito da molti “Il ghetto”, è capace di ospitare fino a duemila persone (dato basato su stime personali, cosa in cui sono pessimo). Sono nel contempo alloggiati nella struttura studenti e famiglie di immigrati, una convivenza difficile e sicuramente inopportuna in entrambi i versi data l’opposta idea di “relax” ascrivibile ai due gruppi. La mia camera era una delle otto presenti al blocco C, al quinto piano dell’edificio centrale del Fantoft. In totale convivevo e condividevo la cucina con 9 persone.
Le attività che si potevano svolgere nel solo Fantoft erano molteplici e sufficienti a riempire giornate intere; dall’organizzare partite di calcio internazionali nella palestra di fronte all’aggregarsi alle spedizioni che coraggiosamente andavano a perdersi fra i boschi circostanti. Molto in voga fra gli studenti è la classica passeggiata fra il Fløyen e l’Ulricken, il monte più alto; in sostanza una massacrante scampagnata di 5 ore che regala paesaggi suggestivi e viste irripetibili.
Ad una decina di minuti di distanza dal Fantoft c’è la residenza estiva della famiglia reale norvegese, un elegante castello bianco affacciato su un fiordo e circondato da un enorme giardino che nei week-end ospita barbecue e feste d’ogni tipo, altra importante fonte di svago per noi studenti in ogni momento del giorno e della notte.
Il Fantoft era veramente il mio ghetto, la parte di Bergen governata dagli studenti.
La cittàSbrigate le interminabili e demenziali formalità burocratiche, ho potuto finalmente godermi il primo tour disimpegnato della città nel silenzio irreale di una delle più imponenti nevicate che abbia mai visto, con i piedi zuppi e la sciarpa fino al naso.
Bergen è distinta, pacata, squadrata e ovviamente pulita, una ricca città di mare, giustamente molto fiera della sua meravigliosa parte storica e attenta a mantenere intatta l’in qualche modo magica perfezione che definisce ogni singolo dettaglio di ogni singola strada, edificio o locale. Circondanta e protetta dai suoi sette splendidi monti, è per grandezza la seconda città della Norvegia, importante porto e centro universitario internazionale. Ma per parlare di Bergen non si può omettere la terrificante statistica riguardante il clima; con circa 260 giorni di pioggia all’anno Bergen è la città più piovosa d’Europa. Non solo, nei mesi invernali il sole tramonta alle 16 per sorgere alle 10 di mattina diffondendo oltre allo spaesamento, specialmente per chi come me è addirittura terrone d’origine, anche un senso di tristezza difficile da battere.
“Bergen quando c’è il sole è la città più bella che abbia mai visto” è una frase, che condivido pienamente, ricorrente fra chi ha vissuto nella città norvegese. Sul Fløyen, la montagna con la migliore vista della città, sale una funivia presa d’assalto dai turisti nelle giornate di sole, occasione imperdibile per ammirare lo spettacolo del porto e di Bryggen.

Proprio da Bryggen deve partire il tour di Bergen; quartiere storico della città, patrimonio dell’umanità secondo l’UNESCO, questa parte di Bergen lascia letteralmente estasiati. Fatta interamente di legno, ospita piccoli negozi di souvenir o di moda, continuando per circa duecento metri lungo il porto e salendo verso il centro per circa cinquanta. Quello che colpisce più di tutto è l’odore splendido di legno che profuma Bryggen, la maestria con cui sono state create le facciate e rifiniti i dettagli di quelle casette. Continuando a camminare fra i negozi di Bryggen si possono anche facilmente scoprire delle chicche; ricorderò per sempre il giorno in cui sono entrato in un museo che ospitava la mostra fatta per me: la storia dell’audiofilia. Disposti per terra c’erano una decina di materassi cui a fianco erano lasciate delle cuffie ad altissima definizione collegate a lettori che suonavano Arvo Part, Tangerine Dream, Stars of the Lid e simili, coccolando il visitatore come poche volte nel corso della fino a quel momento vuota esistenza. Insomma, una mostra interessante quanto anticonvenzionale.
Un paio di vetrine più avanti si possono trovare negozi di vinili di ogni genere e forma come boutique di vestiti per il ragazzo forgiato e alimentato dall’indie.
Orientarsi per me non è mai stato facile, per deficienze congenite. Tutt’ora per un tour mentale della città devo partire dalla fermata dell’autobus a cui scendevo ogni mattina per frequentare i corsi all’università. Si può tracciare una croce immaginaria al centro della città; le due rette partono dal Bergen Tidende, la sede del giornale locale, per arrivare a Bryggen, la seconda parte dal Lille Lungegårdsvann, il lago artificiale circondato dai più importanti musei della città, fino alla National Scene. Più di ogni altra cosa camminando per il centro colpisce la naturale eleganza degli edifici, grandi palazzoni che partono da Bryggen fino a salire ai quartieri residenziali.
Il centro universitario è dislocato lungo le colline che circondano il centro, mentre la zona dei locali e dei centri commerciali è tutta chiusa nel centro, a partire dalla Blue Stone, monumento nazionale collocato al centro della croce che ho tracciato.
Non è facile per me a questo punto non essere di parte, ma sono convinto che Bergen sia una città alla pari fra le migliori d’Europa, soprattutto per il suo aver conservato la sua tradizione e la sua identità, per il suo essere allo stesso tempo raccolta (conta quasi 250.000 abitanti) e funzionalissima, elegante ma dinamica. Senza dubbio una metà da considerare per una vacanza estiva alternativa, per chi cercasse un modo efficace per staccare e conoscere una cultura ancora non del tutto europeizzata e conformata. Mi manca da morire.
Vita Notturna e Locali bergensi“how much is for a beer?
“8 euro”
“How much??”
“Eight!”
“uh! Ok”
Questo è uno dei tipici dialoghi fra studenti all’ingresso dei locali della città. La Norvegia come molti paesi del Nord Europa ha da sempre dovuto affrontare il problema del demone alcool, terribile piaga sociale anni addietro. Qui si è scelto di adottare una politica paternalistico repressiva ipertassando gli alcolici e organizzando servizi di sicurezza interni ai locali ai limiti del ridicolo.
Esilarante la volta in cui, pur sobrio come durante un esame universitario, sono stato spedito fuori da una discoteca da un buttafuori intimorito dal mio essere “più attivo” di chi era con me nel locale. Inquietante quella in cui alla vista di uno spinello è stata chiamata la polizia che con cani e torce speciali per rinvenire residui di altre droghe celate dal qui malcapitato malintenzionato.
Il business derivante dalla massiccia presenza di studenti stranieri nonostante questo è molto intelligentemente sfruttato; a Bergen ci sono locali per ogni tipo di esigenza, dal locale indie alternativo (il “Garage”), alla disco ricca e snob (“Feliz”, proprio di fronte alla centralissima Blue Stone). C’è la disco rock (“Hulen”, vicino alla zona delle università) e la disco tamarra e caciara (“Tiger Tiger” o lo “Scottsman”).
Due in particolare sono i must di Bergen by night (scusatemi tanto). Ogni lunedì al Vamoose, un piccolissimo e tradizionalissimo locale del centro, c’è la serata Open Mic in cui principianti d’ogni levatura si alternano sul palco proponendo audaci cover o ancora più audaci produzioni proprie. Il clima è magnificamente rilassato con luci soffuse e birra a prezzi sotto la media. In questo locale ho avuto modo di scardinare il mio panico da palcoscenico sfoderando in diverse occasioni i grandi classici del mio repertorio,” In the Aeroplane Over The Sea” dei Neutral Milk Hotel su tutte.
Altra tappa imprescindibile per chiunque passi per Bergen è l’USF Verftet, enorme club affacciato sul mare. Costruito presumibilmente sui resti di una vecchia fabbrica, è il centro della maggior parte dei principali eventi artistici della città. Diviso in quattro sale è una discoteca che ospita anche concerti rock. In questo magnifico club ho avuto modo di assistere a The Fix.
Qualora foste in cerca di serate più rilassate, l’Hector è il posto migliore, un bar in cui bere e “raccontarsela”, uno dei locali più simili a quelli che frequento solitamente a casa. Ibrido fra le due tipologie di locali che ho descritto è il Tonga bar, locale esotico molto vicino a Bryggen.
Grosso limite è l’assenza di trasporti notturni a misura di studente, per tornare nel cuore della notte ricordo che la questione era sempre la stessa: o sfidare la sorte a piedi (6km al freddo) o arrendersi al più comodo ma meno economico taxi. Il più delle volte si sceglieva il taxi ma ricordo con piacere anche le interminabili camminate notturne sotto la pioggia, con venti gelidi e perchènnò anche un po’ di neve.
I norvegesi ubriachi sono l’anello mancante per apparentarci con la scimmia o magari all’orso; il sentimento d’ansia emanato dai piani alti verso la generazioni di miei coetanei in tema d’alcool ha aiutato la formazione di una generazione di irresponsabili malandrini, capaci di bere senza ritegno né freni fino ad arrivare a stati catatonici preoccupanti. Rissosi come avanzi di galera ma vestiti come principini, girano per la città gridando e passando da un locale all’altro, spendendo cifre impensabili. Un po’ annichiliti da questo sovrabbondare di velleità festaiole, gli studenti erasmus tendono a non legare con gli indigeni, preferendo ingaggiare a distanza gare di follia alcoolica, il che innesca spesso mini risse, comportamenti inspiegabili e interventi della polizia.
A parte ciò, la vita notturna a Bergen, azzeccata la scelta del locale, può diventare molto divertente.
Il tutto, come già sopra, mi manca da morire.