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Islanda, l'hyper-island


“Ooh Heaven is a place on earth”

Se esistono posti come l’Islanda allora esiste anche il paradiso.
La bellezza di certi luoghi sulla superficie del pianeta, il sentimento di totale estraneità, la pace e il calore di una terra che vive di ghiaccio non possono che rafforzare lo spirito umano e farlo sentire sempre più parte di un disegno di bellezza e libertà.

L’Islanda è davvero un posto dove l’uomo si sbarazza di tutto quell’abito sociale che lo stringe nelle sue pratiche quotidiane, che lo fa calzare in passi mai del tutto liberi, in vista di una qualche forma di paradiso artificiale, di percorsi mai calpestati se non per un attimo, lo spazio di un gioco. Lo spazio islandese ti riconduce alla terra, ti riporta indietro attraverso i suoi fondali infantili, dove rarissimi alberi scheletrici e cespugli dai colori mai visti si stagliano su un cielo dal sapore di cartapesta, rugoso e grigio come se fosse stato appena appeso a stendere nell’universo, tutto gocciolante sulle cime dei colli e monti mozzi e tagliati, sforbiciati. Le escrescenze del suolo si inventano giochi d’acqua mai visti, spesso sognati, senza il bisogno che un cantastorie faccia nascere con le parole, riecheggiandole nelle nostre orecchie, un mondo di sogno e incanto, dove tutto appare per quello che è, ovvero diretto e moralmente onesto nella terrestrità del suo darsi.
L’arrivo a Reykjavík è un momento sempre magico, perché si arriva da una sorvolata marina che pare uno stacco dalla civiltà, dal rumore, dalla necessità impellente di una vita logora e consumata; i primi passi, passi d’aeroporto, standardizzati fra mura commerciali, apre ad un’esperienza nuova, l’esperienza del viaggio all’ennesima potenza.



L’ esperienza-Islanda: preamboli e permessi di soggiorno esistenziali


Un viaggio è sempre rottura, momento di cambio, quasi tragico, spesso drammatico, nel senso che investe sia noi stessi che i nostri comportamenti, le nostre attitudini, il nostro modo di vivere, nel momento e nella nostra storia umana.
L’esperienza-Islanda è un lavorio sul tempo, come se fossimo appena arrivati al sanatorio Beghof e ci ritrovassimo nelle parole di Thomas Mann: “Qui ti manipolano il tempo altrui come non puoi immaginare. […] Qui si mutano i propri concetti”.

I primi movimenti nella dimensione islandese si esprimono, quindi, in un approccio ad una realtà diversa, spazialmente e temporalmente altra, che si innesta su traiettorie esistenziali sempre diverse, a seconda del differente potenziale umano e sempre in relazione all’apertura personale che ci portiamo dietro, spesso più pesante di qualsiasi bagaglio a mano o da stiva.

Questa esperienza così intensa e interna, tuttavia, deve trovare terreno fertile per il suo manifestarsi, perché senza un permesso di soggiorno spirituale che ci identifichi e, quindi, ci garantisca come persone pronte per questo tipo di Erfahren, è un’impresa quasi impossibile riuscire ad apprezzare la virtuosità preziosa di uno sprazzo di vita sul suolo islandese. Si rivelerà necessario, dunque, una preparazione psicologica e dei sentimenti che ci permetta di introdurci in questo spazio remoto di mondo in modo legale, senza infrazioni al nostro essere e all’essere del luogo: insomma, senza affrontare l’inverno e la primavera, la morte e la rinascita di noi stessi, con abiti mentali (nonché termicamente pertinenti!) non all’altezza delle condizioni climatiche.
Il freddo e il gelo di un soggiorno in Islanda rischiano di fare più male che bene ad uno spirito non pronto e autorizzato all’ingresso all’isola rispetto che non ad una persona regolarizzata e pronta ad un’esperienza simile.
L’esperienza-Islanda si dà come momento finale di un rituale preparatorio che non può che essere affrontato secondo i crismi di una normatività rigida ma incredibilmente appagante.

 

 

 

Cosa mettere in valigia?

Quando si parte per questa terra del Nord, estrema e lontana come nei sogni, la nostra sacca da viaggio non può essere sprovvista di diverse cose, seguendo coerentemente quella ritualità quasi magica di cui abbiamo appena accennato.
Gli strumenti di questa iniziazione sono diversi, appunto, ma almeno due sono fondamentali: il sentimento della natura e la musica.

Partendo dal primo, il sentimento della natura non è altro che una forma di umanesimo, ovvero una declinazione di quel rispetto per l’uomo che sta dietro ad ogni vera esperienza che si possa dire umana: l’approccio all’ambiente e allo spazio che ci circonda deve darsi come reciproco riconoscimento di distanza/vicinanza fra uomo e natura, dove solo un controllo non esclusivamente razionale della relazione io-natura sarà in grado di creare quel fiume di conoscenze e di sentimenti che l’incontro tra un paesaggio come l’Islanda e una persona pronta a mettersi in gioco in questo rapporto può creare.
Il secondo passaggio obbligato è la musica, vero e proprio motore fantastico di quella realtà spesso astratta e impalpabile che è l’Islanda. Bjork, Sigur Ros, Mùm e altri sono soltanto la faccia più commerciale del panorama musicale islandese, vera e propria fucina di talenti e songwriters originali e ipercreativi; ma non dobbiamo fermarci alla commerciabilità e alla larga fruizione della loro musica. Le melodie islandesi ci parlano della loro terra, ci introducono, ad ogni ascolto, al mistero delle loro lande, al silenzio, paradossalmente, dei loro canti popolari, delle loro tradizioni, ci addomesticano alla padronanza di un linguaggio fatto di emozioni che sarà poi fondamentale per un’esperienza-Islanda che sia veramente tale. Passando dalla voce non umana di Bjork alla musica eccelsa e unica, anzi islandese!, dei Sigur Ros, l’espressione islandese si dà come espressione musicale, come ritmo di vita scandito da un pathos energico e controllato al tempo stesso, increspato da sobbalzi dell’animo e da una geometria precisa e mai persa di vista: il paesaggio che accoglie il viandante ricorda come mai prima quello che si dipana dinanzi alla vista dell’omonimo personaggio-di-tinte-e-sfumature del celebre quadro di Friedrich, nel quale natura, persona e musica si fondono in un trittico romantico elevato alla sua più grande intensità.
L’Islanda si presenta come una sinfonia di ambienti e sentimenti, spruzzati da una lacrima dal sapore leopardiano.

 

Reykjavík, o dell’assenza di gravità

La capitale dell’Islanda, Reykjavík, non è una città qualsiasi; la stesa etimologia, “baia del fumo”, suggerisce l’idea di uno spazio assolutamente particolare e ne ridefinisce le coordinate di esistenza fin nella struttura più interna. La città, infatti, appare, anche nella sua contenutissima mole urbana, uno spazio sociale mai pesante o intrusivo, ma, al contrario, aperto, sempre in progressione e leggero. Camminando fra le vie di Reykjavík il sentimento più forte che si possa provare è la sensazione di totale impalpabilità, di decisa fugacità dal peso di un passo urbano ormai ricoperto di tutto tranne che di libertà, nelle metropoli o nei centri urbani in cui siamo ormai quasi tutti condannati a vivere: la gravità esistenziale lascia spazio (anche letteralmente) e si tramuta in una città-cattedrale, ma laica, in una tensione che vive di elementi verticali mai pesanti (pur nella costante evoluzione capitalistica…) e di elementi orizzontali. Lo sguardo che coglie il mare e i monti nel background brumoso, solo occasionalmente richiamato alla materia dal vento marino, si libra in un’aria cittadina che pare rimuovere il peso della gravità urbana e restituire alla persona una dimensione esistenziale più confortevole, non necessariamente lontana, tuttavia, da un sentimento di artificialità: ma quale opera d’arte non nasce dal lavoro manuale di un uomo?
Sia che vi gustiate una Viking al bancone di uno dei numerosi ma tipici locali del posto, sia che vi rilassiate davanti ad un’ottima zuppa di pesce o ad una meno interessante pizza made in Iceland, gli spazi di Reykjavík sapranno cullarvi con la loro serenità, a prescindere da tutto, anche dalla vostra identità stretta, sorridendovi e squadrandovi con quel distacco tutto nordico che tanto fascino ha sempre avuto su di noi popoli più caldi, e non solo a livello termico.
Una lista delle attrattive di Reykjavík non la troverete né qui né più avanti, e per scelta, perché non riteniamo interessante e sensato consigliarvi di vedere questa o quella cosa, se non altro per rispetto per una città che non fa del suo accaduto (museificato) la sua migliore vetrina espositiva, ma che, piuttosto, celebra il suo costante accadere come ragione del proprio successo. La città vi sorprenderà, magari incrociando gratuitamente (che discorsi!) Bjork alle prese con canti natalizi tipicamente islandesi in qualche palazzo pubblico; magari ritrovandosi in una piscina naturale all’aria aperta, con l’acqua calda a stridere con i gradi ghiacciati del termometro di turno; magari, non lontano, un soggiorno alla Blue Lagoon vi rimetterà in sesto corpo e spirito in un colpo solo; magari, infine, con un semplice sorriso davanti ad un caffè lungo, alla fine di una lunga giornata d’estate o all’inizio di una altrettanto lunga notte invernale.
Non poniamo limiti alla versatile composizione di questa città piccola e magica: non saremo noi a farne un pezzo da museo da rivendere a qualche asta al ribasso.


Diario di un capitano naufragato sull’isola del tesoro

Nel lontano agosto del 2006, un capitano e una sua parente naufragarono su un’isola detta Islanda, incontrandovi, al posto di indigeni cannibali e di fiere affamate, ricchezze dello spirito e momenti di bellezza. Inciampando in un sasso, in compagnia di una cara amica dalla lontana terra d’Australia, nell’inverno del 2008, trovai questo diario di viaggio dettagliato fra le rocce di un piccolo colle poco fuori da Reykjavík, proprio sul golfo da cui si alzano colonne di fumo e dove la pietra è nera come la notte.
Ve lo riporto, nella convinzione che parlare per mezzo di otto occhi sia meglio rispetto alla pochezza di dieci dita su una tastiera.

Benvenuti in Islanda.

“Evitando di perdere tempo con i preparativi, con il volo e con l'arrivo (il primo giorno praticamente non si è fatto nulla perchè la prima guesthouse era troppo fuori Reykjavik), partiamo con il viaggio vero e proprio attraverso l'Islanda, dopo aver ritirato l'auto a noleggio (Toyota Yaris grigia, a benzina, tre porte, ultimo modello: all'inizio la odiavo, al momento della consegna avevo le lacrime...).

Piccola premessa: partendo da Reykjavik, abbiamo attraversato l'Islanda in senso antiorario, in modo da tornare nella capitale tralasciando la sezione nord-occidentale e parte dei fiordi orientali. Sostanzialmente c'è un'unica strada da seguire (la Strada 1).

Viaggiando lungo questa via principale è possibile percorre il perimetro dell'Islanda (salvo eventuali deviazioni per raggiungere determinate attrazioni turistiche). Per i viaggi all'interno (nelle zone chiamate Highlands) è espressamente richiesta una vettura tipo Jeep. Già la strada principale non è completamente asfaltata, non oso immaginare come siano ridotte le Highlands.

Prima fermata del nostro tour è stata il parco nazionale di Þingvellir, sede dell'antico parlamento islandese. La camminata ha inizio con uno sguardo dall'alto a quello che ci attende. Il sentiero da seguire è tracciato, ma nulla impedisce di uscire dal percorso e lanciarsi in personali esplorazioni (come praticamente tutte le attrazioni turistiche in Islanda, tutto è lasciato al buon senso del visitatore).

La tappa successiva è Geysir, e dal nome si deduce per cosa è nota questa località: getti di vapore. Ovviamente, tutti i turisti circondavano l'area dello Strokkur, il geyser in grado di emettere zampilli fino a 35 metri di altezza. Ogni 10 minuti circa esplode in un getto favoloso (prontamente filmato).
Proseguiamo con Gullfoss, la più famosa cascata islandese, che si getta da 32 metri in un canyon piuttosto scosceso e che è senza dubbio il ricordo più bello di questa vacanza (almeno per me).
Si continua con un'altra cascata, Skogafoss (62 metri di altezza).

 


Il secondo giorno in Islanda si conclude con una visita a Dyrholaey, con le spiagge di 'sabbia nera' e le scogliere popolate da uccelli rarissimi (e per raggiungere questo luogo, la Yaris ha sofferto parecchio).

Il terzo giorno (in assoluto il più lungo in termini di chilometri percorsi) inizia con una fermata al parco nazionale di Skaftafell dominato dal Vatnajokull, il più grande ghiacciaio d'Europa. Per poter visitare il parco in tutta la sua interezza, è necessario campeggiare sul posto per qualche giorno. Purtroppo noi ne abbiamo visto solo una piccola parte. Incredibile come nel giro di un paio di chilometri la temperatura passi da 16-17°C a 5-6°C.
Seconda e conclusiva fermata di questa giornata è la laguna ghiacciata di Jokulsarlon. Altro paesaggio di una bellezza disarmante. E' possibile un'escursione in barca all'interno della laguna, ma il prezzo proibitivo di 22 euro a persona ci ha fatto cambiare presto idea.

Il quarto giorno è in assoluto quello con meno attrazioni turistiche, nel senso che non ci sono fermate considerate 'obbligatorie' per un visitatore, ma siamo stati liberi di scegliere dove fermarci a nostro piacimento. La parte orientale dell'Islanda è costellata di fiordi meravigliosi e, pur non avendo potuto vedere Seðysfiorður (la città dell'est con i fiordi più interessanti), non sono mancati i paesaggi da lasciare a bocca aperta per la meraviglia.
Nel raggiungere il luogo del pernottamento (Egissladir), ci siamo concessi un viaggio ad una delle poche zone boscose d'Islanda.


Quinto giorno: tutto ruota attorno al lago Myvatn, a nord-est dell'Islanda. In quest'area, infatti, sono sparse le nostre tappe: l'area vulcanica di Krafla (e qui i fan di Tolkien come il sottoscritto possono notare certe somiglianze...),la collina Namaskard, con fumarole, zolfi e fanghi bollenti, la formazione rocciosa di Dimmuborgir (metallari, fatevi avanti...) e il promontorio lavico di Hofði.
Unico neo: i moscerini. Come indica il nome (significa 'lago dei moscerini') questa zona è letteralmente invasa da due specie di moscerini, la più fastidiosa delle quali è attratta dall'anidride carbonica. Questo significa che in pratica te li ritrovi costantemente in faccia...

Il sesto giorno inizia con una visita alle cascate di Godafoss, la 'cascata degli Dei'. Non c'entra nulla, ma è stata fantastica un'anziana signora che si è sporta a proprio rischio praticamente sull'orlo della cascata per scattare un paio di foto.
Seconda fermata ad Akureyri, la seconda città per grandezza dell'Islanda e, a detta della guida, la più bella. Non abbiamo capito se effettivamente sia vera quest'affermazione (ci mancano i termini di paragone), ma è sicuramente una città meravigliosa. Ruota intorno al suo porto principale e comprende un giardino botanico e una lunga via pedonale ricca di negozi per tutti i gusti.
Ultima tappa della giornata: il museo del folklore di Glaumbaer, dove oltre ad una visita alle case dal tetto in erba, abbiamo potuto gustare la skyrcake, torta fatta con uno yogurt locale. Non fosse per il prezzo, avremmo mangiato altre due o tre fette.

Il nostro penultimo giorno prosegue in direzione di Reykjavik, con una piccola sosta al cratere di Grabrok.
Facendo il possibile per raggiungere la capitale prima dell'ora di consegna dell'auto (18:30), ci siamo lasciati alle spalle la città di Akranes.
Qui una camminata nella via pedonale Laugavergur non ce l'ha tolta nessuno, e abbiamo trovato ottimi negozi di dischi (irrinunciabili) e il Café Paris, dove abbiamo mangiato la kleina, tipica frittela islandese. Poco tempo per visitarla tutta e per avere un assaggio di vita notturna islandese, ma tutto sommato andiamo a letto più che soddisfatti.

Con la consegna dell'auto e il ritorno alla guesthouse si è conclusa la nostra vacanza in Islanda. Il giorno dopo, infatti, è costituito interamente dal rientro in Italia in aereo, e non c'è nulla di interessante da dire in merito (a meno che non vogliate che mi soffermi sulla bellezza delle hostess della Icelandair...).”



Ci fermiamo qui.
Il resto è solo lassù.

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