E
ssersi ritrovati per un evento comporta sempre aver sviluppato un'idea di viaggio. E il tour degli Arcade Fire è un evento che può spingere ad un'odissea: può portarti oltre le Colonne d'Ercole, fuori dai confini e nelle braccia dell'avventura.
Mentre le prime indiscrezioni sensibili (singoli, copertina dell'album, comunicati) iniziano a trapelare anche abbastanza massivamente da Oltreoceano, le date di un tour che porterà la band canadese anche in Italia (il 2 settembre a Bologna, e il Pano ci sarà!) incominciano a tentare gli animi, perché a noi italiani esterofili (spesso erroneamente intransigenti) quei nomi di mete lontane/vicine possono significare un qualcosa di più di un concerto, un plus di vita, d'esperienza. E allora eccoci a scegliere la meta ideale, fra Helsinki e la Svezia, fra Berlino e Parigi, sfogliando un catalogo elettronico di location e stage che sorprendono tanto quanto ispirano, nel sottoscritto, un terrore dovuto all'idea di un volo aereo che reputerei se non impossibilitante perlomeno spinoso vista la paura reale nello stagliarsi in aria.
Ma sia comunque la Svezia, perché... Perché alcuni non ci sono mai stati, perché altri invece sono stati scottati da un biondo diverso dei raggi del sole, perché tutto è pulito, perché, alla fine, la notizia che il concerto si terrà nelle profondità di una cava di origine meteoritica in mezzo ad una foresta di una regione sperduta in piena penisola scandinava ci alletta, e ci mette le ali ai piedi, mentre la fantasia già pensa al terribile volo (altro che Icaro...). Si parte fra gli indugi e le prenotazioni di innumerevoli ostelli/treni, mente le note di "The Suburbs" vengono ascoltate per la prima volta da alcuni, per l'ennesima da altri, attraverso una cassa per iPod in qualche modo incastrata in un porta-bottiglia di vodka russa: diavolerie che lasciano il segno nella psiche agitata di un viaggiatore in balia del trambusto del non-luogo aeroportuale! E gli svedesi che ti squadrano quando poi skippi e prosegui con i Daft Punk, come per una curiosità che provano ma non mostrano, mentre il silenzio circonda piccoli hangar e quattro italiani si fanno ri-conoscere prima ancora che attraverso il capello marrone, attraverso le note pungenti di un duo d'Oltralpe e di una band alquanto variegata nella composizione che della Francia se non altro conosce la lingua.
Si parte dunque per il Far North dopo due passi a Stoccolma, città bellissima che ci sorride, noi già stanchi per un viaggio non proprio rilassante, all'italiana. Per la prima volta in vita mia ho esperienza del ritardo svedese, con un treno carico di giovani dal capo cosparso di fluenti ciocche dorate che ci fanno compagnia fino al termine della traversata con i loro sacchi a pelo carichi di speranze notturne (sia chiaro che noi Italici abbiamo tutto fuorché la speranza di un sacco a pelo da riempire; e non si pensi male: non abbiamo proprio i sacchi!).

Il treno si spacca, si spezza quasi, e noi costretti a correre, in stile milanese, fra coincidenze di bus piccoli e grandi, sempre con questi occhi azzurri che ci squadrano e, con sguardi taglienti, ci fanno la barba incolta, ad alcuni addirittura cercando di restituire quello che la calvizie ormai ha portato via. Ma non basta la freschezza che l'aria sembra regalarci senza tassa alcuna (bellezze del welfare..), perché la pioggia esplode come in un monsone tutto svedese, dove ormai alcune vacche hanno smesso di essere sacre, con buona pace dei santoni femministi. Corriamo e corriamo, su queste corriere che ci stanno finalmente portando ad un passo dal grande sogno di poter abbracciare il suono così splendente degli Arcade Fire, circondati dai diluvi; raggiungiamo un ostello gestito da una pseudo-mistress sadica e sospettosa, che pare abbia scritto sulla propria fronte qualcosa come
"Donne che odiano gli uomini", con buona pace di Stieg Larsson (che si pronuncia losscion)! La rugosa valchiria riesce in extremis a separarci in due coppie, prima di impacchettarci negli impermeabili e di spedirci su due macchine di co-ospiti rigorosamente svedesi, pronti ad aiutarci (sempre siano ringraziati!) a raggiungere, con loro, la location del concerto. Fra fronde di scrosci e rovesci, prelievi da bancomat sempre più ingenerosi e discussioni su aspettative e bellezze amene della terra svedese, nuotiamo sulla strada con l'autista (ovviamente donna, perché in Svezia il detto è girato:
"Uomo al volante...") che piazza sull'autoradio Neon Bible, compiendo un delitto quasi mortale nei confronti dello spirito di chi si appresta ad ascoltare proprio quelle note da lì a poco.
Poi succede l'imprevisto: arriviamo alla meta del nostro pellegrinare e ci rendiamo conto di quanto abbiamo fatto; ci accorgiamo che quello che appare nella foto era tutto tranne che un curato effetto fotografico; guardiamo all'enorme cratere che si staglia davanti ai nostri occhi, circondando il palco di un'aura magica e unica, e realizziamo la bellezza totale della location: Dalhalla è un mostruoso buco nella roccia coronato da file di alberi e sommerso da un cielo spesso, con centinaia di persone che camminano le sue pareti come in un dantesco girone infernale, ognuno sotto il proprio cappuccio zuppo di pioggia, tendendo verso il centro della terra, con le note degli Arcade Fire che già si sprigionano dalle menti. In queste situazioni è impossibile non stringersi la mano e sorridersi. E, per strane alchimie, poco dopo capita pure di poterla stringere a
Win Butler, disponibile e sorridente nei confronti dei pochi che si sono accorti della sua presenza proprio davanti al palco, inghiottito letteralmente dal jeans che lo riveste completamente. Sembra quasi un premio alla fedeltà potergli accennare:
"Hey, we came all this way long from Italy", mentre l'inglese si impappina, la pioggia smette e lui rilancia con un
"Wooow!". Ci si rifocilla con panini (pessimi) e birrette (onesta per essere in Svezia), mentre la stanchezza si mischia all'eccitazione.
Il concerto vero e proprio inizia quasi per caso, con il gruppo di spalla, i Wildbirds & Peacedrums, che attira meno gente del previsto e con noi che, ben lontani dai posti a noi riservati, ci godiamo più il panorama che la musica, anche perché poco coinvolge un suono così trascurabile rispetto a quello che sta per seguire. Rimaniamo quasi a corto di sigarette ma ancora prima di poterci lamentare ci lanciamo a prendere posto nella mitica fila 7, a due passi dal palco: è ora, finalmente. La luce del Nord è ancora alta e lontano dal diventar buio sembra il cielo, quando gli Arcade Fire entrano sullo stage accolti dal prevedibile e meritato boato d'acclamazione: pare di vivere un sogno, senza esagerare. L'indole svedese si manifesta e

la gente rimane comodamente seduta ai propri posti, fino a quando, al termine della dirompente "Ready to Start", Butler ricorda a tutti che stiamo assistendo ad un rock concert, causando un torrentizio fluire di persone dalle file più lontane giù a ridosso della lingua d'acqua che separa la platea dal palco: alcuni di noi si lanciano giù per sentire il contatto, altri rimangono più indietro. La traccia nuova allora fa un po' da apripista per quello che già si sapeva sarebbe stato un concerto d'introduzione al nuovo materiale: la scaletta è un mix di vecchi e nuovi pezzi, dove, alla curiosità e alla sorpresa, anche, per i brani di The Suburbs, risponde tutto il calore e la gioia (la vera Felicità, direbbe un romantico) di una platea in delirio per le già classiche canzoni di
Funeral e Neon Bible.
Perfettamente coerenti, le danze iniziano con “Ready to Start”, nuova canzone che energicamente ci proietta tutti nell’atmosfera giusta, e anche se la novità della traccia è un elemento che può influenzare l’audience, l’unica cosa che accade è che la gente inizia a smuoversi, perdendosi nella bellezza ignota di un assaggio del futuro. Segue “Keep the Car Running”, e la familiarità fa esplodere tutta la Svezia in un grande sorriso che prosegue con “No Cars Go” e con la toccante “Haiti”: la schiera di volti che ti trovi accanto emana un moto di leggerezza e di passione estremamente forte, quasi inedita. E su “No Cars Go” il sottoscritto fa cadere una lacrima. Un altro pezzo da The Suburbs è “Empty Room”, prima di una serie di nuove tracce che va a creare una sorta di blocco musicale tratto dall’imminente album: parlando e guardandosi in faccia fra di noi, c’è soddisfazione per direi tutte le canzoni nuove, anche se ovviamente a livello live gli Arcade Fire riescono ad emanare una carica così grande da alterare, e non poco, un eventuale giudizio. Tuttavia, la seguente “The Suburbs”, sicuramente una grandissima canzone fin dal primo ascolto, o la successiva e sghemba “Rococo”, con il suo leitmotiv esotico (?), danno un’idea di quello che può essere l’album che fra poco avremo fra le mani, suggerendoci, senza molti dubbi, una ricerca che gli Arcade Fire hanno sicuramente svolto in questi anni per arrivare ad un disco che in qualche modo riscriverà i confini musicali del combo canadese. Anche “We Used to Wait”, “Month of May” e “Modern Man” sembrano andare nella direzione di una sperimentazione che ha portato i nostri ad un probabile alleggerimento del sound per accentuare, invece, forse più le chitarre all’interno della struttura-canzone. Ma sono parole che potrebbero anche rivelarsi false fra poco tempo, perché “Neighborhood #3 (Power Out)”, “Rebellion (Lies)” e “Neighborhood #1 (Tunnels)” rimescolano velocemente i suoni in gioco e rilanciano la carica passionale caricando i sorrisi di centinaia di persone attraverso sigarette che si accendono, teste che si agitano, ragazze che sorridono e rilanciano la bellezza nordica al cielo che nel frattempo si è leggermente ombreggiato: il mio piede non riesce a stare fermo; non riesco a non cantare, ovviamente stonando; ci abbracciamo, chi lontano o chi vicino.

Ci sentiamo bene, giusto per dare un giudizio medico. Anche i mal di testa scompaiono e quando gli Arcade Fire lasciano il palco per la prima volta, la voce che li rivuole sulla scena è così forte che non sembra di essere in Svezia, in mezzo al niente: sembra di essere dove tutti i giochi vengono decisi, in un calderone di pietra sempre più incandescente. Insomma, una situazione così bollente che Will Butler si surriscalda, esplode e si scaglia nell'acqua, dimenandosi come una baccante:
è la follia! L’encore rincara la dose: all’immortale “Intervention”, con tutta la platea a cantare a squarciagola, segue la nuova “Modern Man”, una delle canzoni più particolari e sorprendenti del nuovo album, con il suo mood un po’ '80s e allo stesso tempo alquanto inedito per gli Arcade Fire. Alla fine, a suggello di un concerto davvero incredibile, l’attesissima “Wake Up”, nella sua veste classica e non unplugged, ci regala un momento enorme di musica e non solo. Non ha nemmeno molto senso parlarne: il 2 settembre finalmente il pubblico italiano potrà esperire l’Immenso.
Il concerto termina, gli applausi si susseguono scroscianti, la gente sorride, ancora. Noi quattro gatti italiani ci ritroviamo, ci guardiamo in faccia e capiamo di aver assistito a qualcosa di così grande che ci porteremo con noi per sempre. Davvero, non ci sono parole per descrivere certe cose, e se anche il Sommo Poeta, giunto ad una certa soglia di beatitudine, seppur d’altro tipo, non aveva quasi trovato le parole per dire quello che aveva visto, non mi pare così sbagliato semplicemente augurarvi di partecipare, di prendere parte ad una delle esperienze più belle che si possano provare nel mondo variegato dell’arte. Stanchi, ma con l’idea di una bottiglia di whiskey e di una di vodka che ci aspettano nell’ostello, vogliosi di parlare, di confessarci cosa abbiamo visto in mezzo alle luci colorate del palco, ci avviamo verso l’uscita del cratere.
E quindi uscimmo a riveder le stelle.. Ma a volte anche l’inferno del rock può portarti ad una vera e propria beatitudine.