di Enrico Finocchiaro
Attendevo questo concerto da parecchio. Non avevo mai visto i Liars dal vivo e l’evento rappresentava per me l'occasione giusta per avere finalmente delle conferme, visto che stiamo parlando di una formazione che su disco mi aveva
sempre colpito molto, ma che sentivo di non esser ancora riuscito

ad apprezzare (e capire) appieno. Sono circa le 21 quando arrivo sul posto e il locale è ancora chiuso. Insieme a me un amico un po' scettico, che ho quasi costretto ad accompagnarmi. La serata adesso sembra tranquilla, ma sono passate solamente un paio d’ore da quando la natura ha dato dimostrazione della propria forza con un temporale come non ne capitavano da tempo.
Pian piano la gente comincia a radunarsi fuori dai cancelli, per poi essere invitata a disporsi ordinatamente in fila. La vigilanza è quella delle grandi occasioni: entrata a piccoli scaglioni, controllo borse e tasche all’ingresso; la security del Magnolia pare più attenta e nervosa del solito, e il caro collega del Panopticon Cristiano è costretto a percorrere da solo il vialetto che porta al locale.
Prendiamo subito una birra per ambientarci e, intanto, diamo un’occhiata al banchetto del merchandise: pochi dischi, un paio di magliette carine… magari ripassiamo dopo.
Sopra un piccolo palco allestito all'interno del locale, sono i R.U.N.I. ad aprire le danze. Il look è a dir poco stravagante e
clownesco, mentre la musica è una sorta di electrorock con testi demenziali in italiano, spesso urlati in modo incomprensibile. Da notare il tastierista/cantante, dotato di una struttura che gli permette di portarsi la tastiera al collo e di scendere a giocare in mezzo al pubblico, tra balletti improvvisati e un
trenino. Stancano un po’, ma rallegrano l'atmosfera. Simpatici e senza pretese.
Al termine, ci spostiamo nel tendone allestito fuori, dove per primi si esibiscono i Fol Chen. Vestiti tutti in camicia rossa come fosse una divisa, si fanno notare per un’indietronica caratterizzata dall’uso inusuale della tromba, oltre che per la bella tastierista, convincente anche nel ruolo di cantante. Sono gradevoli, interessanti a tratti, ma non fanno breccia, ed è facile prevedere che il loro show non resterà a lungo impresso nella nostra memoria. Il pubblico, d'altra parte, è perlopiù distratto e posizionato in fondo al tendone, lontano dal palco, tra chiacchiere e bicchieri. Solamente al termine dell'esibizione qualcuno comincia a portarsi più vicino, in vista dei Liars. E dopo un po’ di attesa, eccoli, finalmente! Aprono con “A Visit from Drum”, e fin dai primi battiti entriamo in un’atmosfera ipnotica, confermata dalla seguente "No Barrier Fun". Tra gli elementi che compongono la formazione allargata per il live, notiamo il chitarrista dei Fol Chen (i quali sono anche autori di una rivisitazione, presente sul disco bonus dell’edizione speciale di
Sisterworld, del brano “Drop Dead”). Lo show prende corpo e prosegue tra momenti di rapimento quasi onirico e scariche di adrenalina. Molti i brani dall'ultimo arrivato Sisterworld (praticamente metà scaletta), che reggono bene la prova dal vivo: ottime, in particolare, l’accoppiata “Scissor”/”The Overachievers” e la carichissima “Scarecrow on a Killer Slant”. Lo spettacolo è di altissimo livello, con Angus Andrew che dimostra di essere un frontman e uno showman perfetto. I Liars non si prendono mai troppo sul serio, anzi Angus si concede spesso e volentieri in balletti e mimiche ridicole, mentre dà prova delle proprie capacità passando indifferentemente dai toni vocali più profondi e caldi al falsetto più delicato, o ad un cantato energico e grezzo; un mixer sul palco gli permette di arricchire la performance con suggestivi e ben riusciti effetti di echi, loop e modulazioni.
Il sound della band rimane potente durante tutto il concerto, nonostante la collocazione nel tendone ci rubi qualcosa in termini di qualità dei suoni: protagoniste, come era ovvio attendersi, le percussioni, ma anche le chitarre rivestono un ruolo importante nel definire quel
muro che investe noi del pubblico. Lascia a bocca aperta l'incredibile eclettismo del gruppo, già evidente su disco ma ancor più apprezzabile in sede live: la naturalezza con cui i Nostri riescono ad alternare brani quasi noise, atmosfere pop, divagazioni psichedeliche e chitarre con reminiscenze punk è davvero disarmante. Tra i momenti più riusciti dello show, impossibile non segnalare “Plaster Casts of Everything”, con una resa che avrebbe risvegliato e costretto a muoversi anche i defunti, la delicata e bellissima “The Other Side of Mt. Heart Attack” sulla quale si notava fin troppo la mancanza dei cori del pubblico, e la splendida “Proud Evolution”, attesa per tutto il concerto, che sembrava un invito ad un ballo etereo, da farsi ad occhi chiusi, per tutto il pubblico presente.
Ecco, il pubblico. Con i Liars non cambia il
pattern instauratosi durante l’esibizione dei Fol Chen: persone in gran parte distratte ed assolutamente poco coinvolte. Non c’è movimento non solo sui brani più aggressivi, ma neanche su quelli più elettronici e ballabili. Soprattutto, c’è molta, troppa confusione dalle retrovie: che ci sei venuto a fare al concerto dei Liars, se poi te ne stai là dietro a chiacchierare? Ci sono stati momenti di fastidio notevole, nei quali il chiasso quasi copriva la musica, e durante i quali sospetto di non essere stato il solo a provare il risvegliarsi di istinti violenti.
Il set è chiuso dai due splendidi encore quali “Be Quiet Mt. Heart Attack!” e “Broken Witch”, che ci lasciano il ricordo di un concerto notevole, di quelli rari, e che personalmente sancisce il mio definitivo innamoramento per questa band (oltre ad avere fatto sparire ogni ombra di scetticismo del mio amico, che alla fine ha dovuto riconoscere che portarlo lì era stato un bel favore!).
Peccato per il pubblico: forse molte persone dovrebbero imparare a distinguere la serata
indie-snob-trendy al Magnolia con gli amici da un concerto, almeno per rispetto degli artisti e di coloro che vanno lì soprattutto per godersi l’esibizione, essendo meno interessati al contorno da
movida milanese.
Scaletta:

“A Visit from Drum”
“No Barrier Fun”
“Clear Island”
“I Still Can See an Outside World”
“We Fenced Other Gardens with the Bones of Our Own”
“Scissor”
“The Overachievers”
“The Other Side of Mt. Heart Attack”
“Scarecrows on a Killer Slant”
“Sailing to Byzantium”
“Here Comes All the People”
“Plaster Casts of Everything”
“Proud Evolution”
Encore:
“Be Quiet Mt. Heart Attack!”
“Broken Witch”
Qui Padova
di Ferdinando De Vita
Come due anni fa, i Liars si sono presentati nel mese di Maggio sul palco dell'Unwound con l'unico obiettivo di far riflettere i presenti sui concetti di genio, frastuono e follia. E per chi avesse voluto, anche su quelli di sudore, coinvolgimento empatico e puro divertimento spensierato. Anche questa volta, come due anni orsono, tutto si è risolto per il meglio.
I Liars dal vivo sono una delle migliori esperienze che possa capitare di fare. Parlo in termini assoluti. Angus, dal momento in cui irrompe sul palco, attrae l’attenzione con mezzi indefinibili, impalpabili, appartenenti alla specie di quegli archetipi rock fuori dal tempo. Tutto si concentra su di lui, i maestosi e sconnessi movimenti che la band crea alle sue spalle si raccolgono nelle sue mani, nei movimenti dei suoi fianchi, nei suoi occhi espressivi, nella furia del suo cantato. Nell'occasione, la formazione allargata ha reso ancora più incisiva e devastante la resa dal vivo della band.
Ad ogni concerto cui ho assistito associo un particolare episodio che è stato in qualche modo in grado di rovinare la perfezione del momento.

Ricordo, ad esempio, il pogo selvaggio unito all’irresponsabile, nonché inguardabile,
robot dance durante una performance dei tOOl, ricordo il ragazzo che sbraitava nei momenti
clou dell'esibizione dei Radiohead o il tipo che lottava fra la vita e la morte alcolica al mio primo concerto degli Oasis. Tutto questo ha creato in me un forte senso di scoramento, al punto che ogniqualvolta mi si presenta l’occasione di assistere ad un live importante sono frenato dal ricordo di quelle sgradevolezze. L’aver voluto assistere a tutti i costi a questo particolare evento testimonia il grande amore che nutro per il gruppo in questione, ma, soprattutto, è indice di una consapevolezza che ho maturato nel corso degli ultimi anni: per
imparare i Liars bisogna ascoltarli dal vivo. È questa, infatti, una dimensione essenziale per poter comprendere ed apprezzare fino in fondo la disordinata genialità del trio. La violenza espressiva, l’impatto emotivo e le strepitose doti di comunicatività dei Liars rendono obbligatorio presenziare a concerti come quello in parola.
È solamente osservando l’atteggiamento serio-faceto di Angus durante “Scissor” o il suo incedere cadenzato e sornione in “We Fenced Other Gardens With The Bones of Our Own” che si comprende quale sia il messaggio che questi ragazzi vogliono trasmettere. E se, con “Plaster Casts of Everything” o “Clear Island”, si è anche ballato e ci si è divertiti come raramente capita, la poetica e la complessità di quanto i Liars professano da quasi dieci anni è comunque emersa inesorabile. È “
L’estetica della noncuranza” come la chiamerebbero i nostri amici Uochi Toki, un manifesto di ribellione alla completezza rassicurante della musica pop. E' l’avversione verso tutto quello che risulta prevedibile, è il modo divertito e divertente di esplorare il proprio genio. È anche, anzi soprattutto, il coinvolgimenti attivo dell’ascoltatore, che qui, come raramente altrove, deve saper padroneggiare l’alfabeto musicale propostogli per scrivere i passaggi mancanti di quello che ascolta. Un vero spettacolo.
A colpirmi è stata anche l’eterogeneità del pubblico presente. Dai ragazzini vestiti a quadrettoni ai trentenni delle ultime file, si spaziava in una vastissima gamma di uditori. La conferma di come i Liars, attraverso la loro arte, siano capaci di placare la fame di stranezze del giovane alla ricerca di emozioni fluorescenti e, allo stesso tempo, di incuriosire anche l'ascoltatore meno sprovveduto, che di musica ne capisce e ne conosce forse un po’ di più.
Per chiudere, non posso non ammonirvi, ricordando che per ogni persona che non capisce i Liars e sbuffa reputandoli noiosi o, peggio ancora, ripetitivi, per ciascuno di loro, da qualche parte nel mondo, sotto una pioggia d’arcobaleni, un unicorno piange. (cit.)
foto di Cristiano Marinelli