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Fluxion
Traces
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Squarepusher
Ufabulum
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Vijay Iyer Trio
Accelerando
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Tord Gustavsen Qtet
The Well
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Desolate
Celestial Light Beings
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Rusko
Songs
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Sendai
Geotope
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Bryter Layter
Two Lenses
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Light Asylum
Light Asylum
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Lissy Trullie
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Magic Wands
Aloha Moon
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Titolo
Islands
A Sleep & a Forgettin
Islands
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Jack White
Blunderbuss
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Blunderbuss
James Blackshaw
Love Is the Plan...
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Love Is the Plan...
See of Bees
Orangefarben
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Animal Collective
Transverse Temp...
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Patrick Watson
Adventures in...
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Eternal Summers
The Dawn of...
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The Flaming Lips
and Heady Fwends
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Mirrorring
Foreign Body
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Guano Padano
2
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Above the Tree
From the Memory...
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WoraWoraWashington
Radical Bending
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Il Triangolo
Tutte le canzoni
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Il Pan Del Diavolo
Piombo, polvere...
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Giardini di Mirò
Good Luck
Giardini di Mirò
Good Luck
Foxhound
Concordia
Foxhound
Concordia
Werner / Oil
Tries to Be Water
Werner / Oil
Tries to Be Water
I
l Primavera Sound mi ha aiutato molto nell'ardua scelta del festival al quale avrei presenziato quest’anno. Scegliere per headliner Pavement insieme ai Pixies... scatta l’acquisto immediato del biglietto già in pieno inverno, in onore delle vecchie glorie dei ’90. La line up si è andata definendo con il passare dei mesi, e entrati in primavera (d’altronde, come poteva essere altrimenti?), ha preso forma un evento, che al pari degli anni precedenti, concentra l’attenzione di tutto il mondo della musica indipendente e alternativa.

Nonostante questo, non sono mancate le smorfie quando a completare il quadro degli headliner sono comparsi gli idoli del synth pop anni ’80, i Pet Shop Boys. Gli stessi estremisti indieabbestia che criticavano questa scelta però non hanno potuto che recitare il mea culpa quando al cartello l’organizzazione aggiungeva paladini degli stessi dissidenti della stregua di Wilco, Broken Social Scene, Yeasayer e XX, per citarne un po’ a caso nel centinaio di nomi che compongono la lineup completa. Poi, cosa da non sottovalutare, c’era la scusa per un soggiorno a Barcellona, città sempre interessante e affascinante. E allora veniamo al resoconto vero e proprio.

La prima cosa che salta all’occhio è l’organizzazione. Mi aspettavo un esercito ben oliato come quelli che mi è capitato di vedere in Belgio per gli altri due grandi festival in cui mi sono imbattuto in passato. In realtà, io e il mio compagno di ventura, un serbo più inglese che slavo che mi ha accompagnato nel viaggio al centro del mondo alternativo mondiale, abbiamo subito riscontrato alcune lacune fra i servizi offerti dal Primavera Sound. A cominciare dalla vendita di cibo e bevande - poco efficiente - per arrivare fino ai tempi di cambio palco e ai visual effect di sostegno alle performance non proprio ineccepibili. Senza parlare della disorganizzazione logistica (le navette previste erano poche e mal distribuite) riscontrata sistematicamente all’uscita dall’area festival in tarda notte. Tutto il disappunto viene però attenuato dalla bellissima aria che si respira. L’arrivo lento ma incessante dell’esercito di giovani (e meno giovani) europei (circa la metà dei presenti non era spagnola) verso l’area del Parc del Fòrum è uno spettacolo. La cornice è perfetta: l’area festival infatti è situata in una zona periferica della costa di Barcellona. Sei bei palchi con il mare come sfondo, dispersi su una superficie molto vasta. Gente di ogni tipo ed età, ognuno vestito della propria divisa ufficiale, clamorosamente colorata o rigorosamente monocromatica che accuratemente ha preparato per l’occasione, con l’inevitabile concorso della maglietta del gruppo più strano (vinta, per la cronaca, dalla tizia con la t-shirt dei Dickies). Giovialità e divertimento sono le parole d’ordine. Tutto questo nonostante il tempo atmosferico sia stato meno clemente del previsto, e le temute insolazioni abbiano lasciato spazio a qualche bagnetto veloce dovuto ai sporadici scrosci di pioggia. Ma tant’è, tutto fa atmosfera. E allora veniamo alla musica.

 

Giovedì

Iniziamo il nostro festival con i Monotonix, band israeliana che gira l’Europa in tour con i Pavement. Il loro mix di rock selvaggio fatto di riff roboanti unito al particolarissimo approccio col pubblico era quello che serviva per scaldere gli animi: vederli suonare in mezzo alla gente, chiedendo una mano agli attoniti spettatori per spostare la batteria da una parte all’altra del parterre, con il cantante sudatissimo che si fa innalzare e che si lancia addosso a tutti, resterà uno degli highlight della tre giorni. Cominciamo quindi a girare per i diversi palchi buttando un orecchio quà e uno là, fino ad arrivare a quello principale che vede la prima delle vecchie glorie in cartello, i The Fall. Dei componenti originali della band, sul palco, rimane solo Mark E. Smith, ma nessuno pare accorgersene. Il frontman catalizza l’attenzione con i suoi deliri recitati, che dall’alto della sua avanzata età lo fanno sembrare mio zio ubriaco. Felice di averli visti, rimane però poco della loro performance. Anche perché la testa è già allo stage occupato da uno dei gruppi più attesi, gli XX. Ci piazziamo in mezzo alla folla per assistere allo show del talentuoso combo londinese. E la loro performance è quello che ci attendevamo: una wave coinvolgente e romantica (anche perché bagnata da una pioggerella costante…) e con grande presenza scenica, bassi che pompano nel profondo delle viscere e melodie malinconiche che ti fanno sentire quasi solo nonostante ti trovi in mezzo alla folla. Non tutti sembrano pensarla come noi, a giudicare da qualche commento che circola (“piatti, noiosi, poca roba”), ma non tutti sapevano cosa stavano ascoltando. Non ci aspettavamo qualcosa di diverso, e le canzoni scorrono anche troppo velocemente. Promossi, eccome! L’atmosfera è quella giusta e sta coinvolgendo tutti in un clima di festa rilassata, la musica è tanta e di qualità e con le orecchie che sono ancora accarezzate dai versi degli XX ci spostiamo verso il palco la cui direzione artistica è curata dalla redazione di Pitchfork, perché stanno salendo i Wild Beasts. E la scorpacciata di classe ed eleganza continua… Il concerto dispensa momenti di grazia colta e grande carisma ad un pubblico preparatissimo, che in risposta si lancia andare in orfiche danze… I singoli sono cantati da tutti all’unisono, a dimostrazione dell’attenzione che il gruppo si è ricavato fra questo tipo di pubblico. Lasciamo i Wild Beasts poco prima della conclusione del loro set perché avevo una grande curiosità per come avrebbero suonato i Broken Social Scene. Prendo il mio compagno di viaggio e lo trascino di corsa verso l’area del Fòrum che ospita il concerto in questione. Quando arriviamo i canadesi sono già a metà dello show. Ci troviamo di fronte a un esercito di musicisti che sta intrattenendo gli astanti con gli ottimi pezzi tratti in gran parte dall’ultimo bel disco uscito fresco fresco pochi mesi fa. Ottima la presenza scenica e il gran suono conferito anche dall’elevato numero di strumenti in ballo, tra i quali spicca anche il violino di Owen Pallett degli Arcade Fire (che è qui a promuovere il suo progetto solista), di cui però non siamo riusciti a seguire le gesta. A questo punto ci sarebbero i Big Pink, anche se quasi in concomitanza con l’headliner della serata… C’è solo il tempo per una toccata e fuga per tre o quattro pezzi prima di scappare verso il main stage. Sarà la poca concentrazione, sarà che il concerto era già avviato, ma preferisco avvicinarmi anzitempo verso la performance dei (nientepopodimenoche) Pavement. È un bis, visto che il ricordo del grandioso concerto di Bologna di due giorni prima è ancora fermamente stampato nella mia mente. Gli allegri quarantenni di Stockton non si fanno attendere e cominciano a sfornare chicche tratte dal loro massiccio (più per qualità che per quantità) repertorio. Sulle note di “Conduit for Sale!” ho cacciato fuori la mia stonatissima ugola per la gioia di sentire un pezzo che mancava dalla scaletta bolognese e che era uno di quelli che avrei voluto ascoltare maggiormente. Notevole la comparsa sul palco di Kevin Drew dei Broken Social Scene per fare di “Kennel Dristict” un momento ancor più memorabile, se possibile. Da non dimenticare il curioso siparietto che ha visto il pazzo frontman dei Monotonix, Ami Shalev, trascinare Bob Nastanovich in un grottesco valzer sulle note di “We Dance”. Dopo aver iniziato con quella che è diventata una bandiera del un movimento anti-capelloni grunge, "Cut Your Hair", dopo averci fatto sentire tutti un po' meno sfigati con "Here", dopo averci fatto sgolare per un’ora e quarantacinque minuti a forza di hit come "Gold Soundz" e "Silence Kit", Malkmus e soci se ne vanno. Potrebbero scrivere il libro "Come aver passato indenni dissidi e separazioni, ritrovarsi dopo dieci anni e quasi non accorgersene". Finito il tuffo nel passato, ci buttiamo a capofitto su quello che invece è l'oggi. Vibrazioni profondissime accompagnate da bassi dance risuonano dal profondo dell'arena piazzata sul mare: sono i Fuck Buttons che stanno tentando di sfondare le orecchie degli astanti. Il loro è un delirio che su disco non ho mai apprezzato fino in fondo, ma che dal vivo ha il suo perché, eccome! Il duo smanetta sui drone, facendo ballare (sul palco arriva pure la palla da discoteca) un pubblico che beve birra col mignolo alzato. E per finire la serata (sono già le 4 di notte) ci dirigiamo a sentire quello che sarà l'ultimo set della serata, i Moderat. Purtroppo diversi problemi tecnici affliggono l'inizio del combo berlinese, che li innervosisce e condiziona quello che si prospettava essere un bell’evento. Con lo scorrere dei pezzi i meccanismi si sciolgono e l'atmosfera decolla. L'ora però è molto tarda e la stanchezza enorme. Quando nell'aria ancora vibrano le note di "Porch #2", ci dirigiamo verso l'uscita per chiudere la prima giornata, intensissima, forse la più emozionante delle tre.


Venerdì

Dopo un bel tour per la meravigliosa città, alle 19 arriva il momento di dirigersi verso l'area festival per la seconda giornata. Iniziamo il giro dei palchi trovando le ormai onnipresenti Cocorosie, che sinceramente ci hanno un po' stufato col loro dream pop fiabesco. Quelle canzoni hanno ormai esaurito l'effetto sorpresa, e il vantaggio di essere the strange thing di turno è svanito. Ci stufiamo presto delle sorelle Cassady, e ci avviciniamo a un'altro gruppo che in questo enorme 2010 musicale ha lasciato un bel ricordo: i Beach House hanno appena iniziato il loro show. A dimostrazione che l'attenzione del pubblico è enorme, la zona che li vede in azione è stracolma di gente, tutti lì per sentire la band capellona più cool del momento tirare fuori le sognanti melodie protagoniste di pezzi come "Norway" e "Zebra". L’unico limite (che poi è lo stesso che riscontro anche nell’album) è la perdita di attenzione che arriva dopo 5 o 6 pezzi. Decidiamo quindi di buttare un orecchio agli Wire, altra gloria passata. Ascoltiamo giusto un paio di canzoni, dopodichè la distrazione è troppo forte, e decidiamo di andarci a guadagnare un posto ottimale, perché stanno per iniziare… i Wilco! Ci facciamo largo a spintoni tra i rimastoni new wave quarantenni e ci prepariamo ad assistere ad un concertone. Si comincia fra il disappunto della band e del pubblico per gli enormi problemi tecnici che imperversano nella sezione ritmica. Non si sentono praticamente batteria e basso, e di conseguenza l’attacco con “Wilco (the Song)” perde d’impatto. Ma quell’enorme artista che risponde al nome di Jeff Tweedy prende in mano la situazione e spiazza tutti ammettendo candidamente “abbiamo dei problemi, che ne dite di cantare una canzone mentre li risolvono?”. E attacca “Jesus Etc.”, chitarra e voce, dando ai tecnici il tempo di aggiustare le cose. Emozionante il pubblico che canta a squarciagola, senza accorgersi di quello che sta succedendo dietro le spalle del buon Jeff. Il concerto riprende vigore e tutto torna alla normalità. Sentire suonate finalmente “Black Bull Nova” o ”I’m Trying to Break Your Heart” è stata una delle emozioni più forte dell’intero Primavera Sound; enorme l’esecuzione di “Via Chicago” con un Kotche in grande spolvero. Questo show è uno dei picchi della tre giorni, senza dubbio. Per riprenderci dalle forti sensazioni ci facciamo un giro per gli stand del merchandise e passiamo di fronte a un Marc Almond alle prese con il suo repertorio solista. Viene snobbato (abbastanza giustamente devo dire…) da quasi tutti, fino a quando non iniziano le note del riff introduttivo di “Tainted Love”, che servono da richiamo per chiunque sia nel raggio uditivo delle casse e riesce infatti a riempire un part tèrre altrimenti quasi vuoto. Miracoli delle hit parade. Ma dura poco, anche perché al main stage stanno per iniziare gli headliner della seconda serata, coloro per i quali moltissimi sono qui, i Pixies. Già da diversi anni Francis e compagni hanno ridato vita alla loro immensa creatura per portarla in tour, ma evidentemente attirano ancora molta gente, perché l’area concerti è strapiena in ogni dove. All’entrata del gruppo si alza fortissimo il boato di gioia del pubblico di ogni età! Francis smilzo non lo era mai stato, ma ora ha addirittura le tettine da sovrappeso! I segni del tempo sono tangibili sui corpi dei quattro, ma i pezzi e l’affiatamento sono tutt’altro che svaniti. Ogni singolo brano che la band infila in scaletta è un invito ad un gigantesco karaoke, con il coro sguaiato dei presenti che addirittura sovrasta la voce perfetta, nel suo genere, del cantante. Il divertimento è alle stelle e cantare “Wave of Mutilation”, “Debaser” o uno qualsiasi dei ventisette pezzi in scaletta (anche la bella cover dei Jesus and Mary Chain, “Head On”) è un’emozione per chi dischi come Doolittle e Surfer Rosa li conosce a menadito. Alla fine di tutto, però, rimane forte la sensazione di aver assistito ad un qualcosa che lascia una sorta di amaro in bocca, nonostante il grande divertimento regalato, a causa dei due decenni che ci separano da quella musica. Ancora frastornati, barcolliamo verso la sagra dell’hipster. Gli Yeasayer, infatti, in quanto a snobismo colto e a look di tendenza vincono su tutti, e lo stile trasuda da ogni poro della band (anche troppo, a giudicare dal completo damascato del chitarrista...). Diversi disertano i Pixies per assistere alla loro performance. Dalle casse esce il buon electropop che caratterizza l’ultimo disco, Odd Blood, ma il vero delirio si scatena quando i newyorchesi ritirano fuori dall’ottimo esoridio, All Your Cymbals, pezzi meno electro e più folk che provocano la gioia degli astanti: “2080” e “Sunrise” sono eseguite in maniera perfetta e coinvolgente. Un ottimo modo per finire la seconda giornata di festival, meno ricca di quantità della prima, forse, ma che ha regalato alcuni dei concerti che attendevo con più attenzione.


Sabato

E il terzo giorno lo dedichiamo a visitare le splendide architetture moderniste con cui Gaudì ha reso celebre la città di Barcellona, senza dimenticare una piacevole passeggiata in spiaggia, con un bel sole, visto che il clima finalmente è più clemente, dopo un paio di giorni instabili. Fra un tapas bar e un mezzo litro di San Miguel, ci perdiamo in chiacchiere e cerchiamo anche di riposarci e recuperare un po’ le forze, visto che i ritmi sono stati serratissimi finora. Ce la prendiamo comoda, insomma... Arriviamo giusto in tempo per goderci quello che sarà uno dei concerti più coinvolgenti dei tre giorni, ovvero l’ottima prova dell’inglese Florence Welch, alias Florence and the Machine. La ragazza si dimostra essere un’artista notevole, che ha alle spalle un solo disco (primo nella classifica di vendite inglese…), ma nonostante questo spicca per carisma e versaltilità. Vestita come un’antica vestale romana, Florence incarna il nuovo modo di essere pop all’inglese. Le ritmiche forsennate sono sapientemente intervallate da momenti più dolci e rilassati, e il continuo saliscendi è arbitrato dalla giovane rossa che trascina tutti dove vuole lei. E il pubblico è incantato da cotanta beltà e gioia di vivere. Alzi la mano chi era lì e non ha saltato su una "Rabbit Heart (Raise It Up)" o “Drumming Song” e a chi non si è stretto il cuore su una “Cosmic Love”. Ottima, davvero ottima impressione! Dopo che l’incantesimo della maga Florence si è spezzato, cerchiamo di orientarci fra quello che ci propone il sempre densissimo cartello del Primavera Sound. Passiamo davanti ai Grizzly Bear, e buttiamo un orecchio alla proposta di uno dei gruppi più apprezzati dalla critica nella passata annata, che tuttavia non ci cattura… Proseguiamo allora verso i Built to Spill, ma forse siamo davvero in preda a una crisi di indigestione da musica indie, perché non ci colpiscono neanche loro, nonostante siano un ottimo esempio di sano rock targato USA. Decidiamo così di aspettare l’arrivo del main act della serata, accomodandoci sulla collinetta che sovrasta il palco principale, e goderci da lontano i Charlatans, mentre intorno a noi folti gruppi anglofoni di diversa età e provenienza si lasciano andare a folkloristiche danze di dubbia provenienza antropologica. Durante il cambio palco si capisce già che quello successivo sarà un concerto particolare. Infatti stanno per salire i Pet Shop Boys e la scenografia che vediamo trasportare dai roadies sembra essere spettacolare. Dopo tre giorni immersi nella musica con più hype del momento, ci troviamo tuffati nei meravigliosi anni ’80, con due dei principali protagonisti dell’electropop di tutti i tempi. Il palco è un gigantesco tetris giocato con enormi cubi bianchi che fungono ora da schermi, ora da base per le coreografie dei quattro ballerini stabilmente presenti che fanno parte integrante dello show. Divertente e follemente leggero è l’aggettivo più adatto a descrivere il concerto del duo inglese. Tentiamo di resistere alla tentazione di lasciarci andare sulle note di “New York City Boy” o “Go West”... Facile a dirsi, ma non a farsi. Anche i più indie-fighi fanno finta di niente e dopo essersi accertati di non essere visti, lasciano partire la gambetta per danzare in quello che rassomiglia a un momento catartico per chi ha avuto modo di assistere a questa rassegna di grande musica di ogni genere e senza pregiudizi qual è il Primavera Sound. A questo punto mi resta solo da togliermi uno sfizio, vedere The Field, uno dei miei musicisti elettronici preferiti alle prese con un live set in un festival. La mia scetticità è in effetti fondata, perché, forse a causa del contesto poco adatto a musica di questo tipo (sicuramente più da camera e intima) e dalla scelta di suonare dal vivo con tanto di batteria e basso, rimango deluso. Forse mi aspettavo qualcosa di molto diverso, ma sicuramente la resa effettiva è molto inferiore alle mie aspettative. Prima di lasciare il Parc del Fòrum per andarcene verso casa, ci aggiriamo guardinghi fra i palchi constatando che ormai il Primavera Sound ci ha dato quello che gli chiedevamo. Il tempo di comprare una banale maglietta dei Pavement, e si torna a casa. Musica in quantità esorbitante, umanità e contatti sociali, divertimento e curiosi siparietti. Una delle immagini che mi rimarrà in mente di questa grande tre giorni, è quella dei teenager di mezza europa in pantaloni stretti e maglie a righe che corrono da un palco all’altro per non perdersi nenache una nota dei loro gruppi preferiti, oltre ovviamente al ricordo di tutta la grande musica ascoltata e vissuta intensamente.

Live report e foto di Cristiano Marinelli
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