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Polozov
Peace
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Jess & Crabbe
Bazzerk
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Bazzerk
Author
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Subwave
Subwave
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Luciano
Vagabundos
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Vagabundos
Hobo
Iron Triangle
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Iron Triangle
Drake
Take Care
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Take Care
A$AP Rocky
LiveLoveA$AP
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LiveLoveA$AP
A Place to Bury
Strangers Onwards...
A Place to Bury
Strangers Onwards...
Bright Moments
Natives
Bright Moments
Natives
Howler
America Give Up
Howler
America Give Up
Pop. 1280
The Horror
Pop. 1280
The Horror
We Have Band
Ternion
We Have Band
Ternion
Earth
Angels of Darkness...
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Angels of Darkness...
Alcest
Les Voyages De L'Âme
Alcest
Les Voyages De L'Âme
Lamb of God
Resolution
Lamb of God
Resolution
Woods of Desolation
Torn Beyond Reason
Woods of Desolation
Torn Beyond Reason
Ed Laurie
Cathedral
Ed Laurie
Cathedral
The Big Pink
Future This
The Big Pink
Future This
Abe Sada
The Motion of...
Abe Sada
The Motion of...
Low-Fi
What We Are Is Secret
Low-Fi
What We Are Is Secret
Miriam Mellerin
Miriam Mellerin
Miriam Mellerin
Miriam Mellerin
Above the Tree &
the E-Side Wild
Above the Tree &
the E-Side Wild
Farmer Sea
A Safe Place
Farmer Sea
A Safe Place
Vittorio Cane
Palazzi
Vittorio Cane
Palazzi
Maria Antonietta
Maria Antonietta
Maria Antonietta
Maria Antonietta
AcomeandromedA
Occhio comanda colori
AcomeandromedA
Occhio comanda colori
Circo Fantasma
Playing with the Ghost
Circo Fantasma
Playing with the Ghost
L
adies and gentlemen, give it up for MUUUUUUUUUSE! Sì, signore e signori, il momento è finalmente giunto! Ecco per voi la band britannica più in voga del momento, il trio di Teignmouth che ha scalato le classifiche di tutto il mondo, venduto milioni di album, vinto numerosissimi premi, eccetera, eccetera, eccetera, bla bla bla. La storia ormai la sappiamo a memoria. Se non sono diventati onnipresenti poco ci manca, perchè al giorno d’oggi, che piaccia o meno, i Muse hanno raggiunto un livello di fama mondiale che probabilmente neanche loro stessi si sognavano negli anni dei loro esordi.

Una celebrità dovuta in parte al loro genere, un assurdamente megalomane art prog space synth dance symphonic vattelapesca in salsa pop rock, ma anche ad un altro elemento, il fondamentalismo di buona parte dei loro fan, che (attenzione, attenzione) non devono essere necessariamente teenager brufolosi in calore per esprimere opinioni adoranti nei loro confronti. Schiere e schiere di ventenni e trentenni, più purtroppo che per fortuna, sono assolutamente convinti di aver trovato in loro i nuovi alfieri massimi del rock, i veri ed autentici princes of the universe, almeno quello musicale (citazione non casuale). Tutti questi ingredienti mescolati insieme portano facilmente ad una conclusione: una quasi perfettamente spaccata divisione fra sostenitori e detrattori. Quasi perché il sottoscritto propone una terza via: l’ascolto per puro divertimento. Pur nella confusione e nell’ambiguità create dai Muse, io personalmente spero che prima o poi un messaggio raggiunga tutti coloro che abbiano a che fare in qualsiasi modo con questo gruppo: non prendiamoli (e non prendiamoci) troppo sul serio. Anche senza il troppo.

Ed è con questo spirito che il fatidico giorno mi reco a San Siro, posto che al mio arrivo già pullula degli esemplari di cui ho trattato sopra. Inutile dire, tra l’altro, che il livello generale di maturità musicale è… diciamo… un po’ dubbio. Ma il sottoscritto ha la fortuna di unirsi a persone dotate di buon senso, in grado di riconoscere la buona musica da quella pessima; persone che potrei definire nostalgiche, perché hanno la speranza di sentire se non qualche, almeno un pezzo dei cosiddetti bei tempi, i primi tempi, dei Muse (aspettativa condivisa in parte anche da me). Meritano una menzione i gruppi di supporto: non tanto i Calibro 35, band strumentale del tutto fuori contesto, ma i Friendly Fires e i Kasabian, due complessi inglesi votati all’alternative dance, che ci regalano due prestazioni se non indimenticabili, comunque coinvolgenti. Sono inoltre perfettamente adatti al clima della serata che si sta prospettando, tuttavia la risposta del pubblico non è delle migliori. E dopo un’ultima mezz’ora passata a prendere in giro il resto dello stadio che si esalta per canzoni come "Holiday" dei Green Day o "Vertigo" degli U2, un forte rumore si leva, non da noi, ma dal palco, dal quale esce un folto gruppo di persone in chiaro assetto da rivolta, coperte da passamontagna e dotate di bandiere e cartelli con slogan che recitano alcuni versi dei pezzi di The Resistance, come "They Will Not Control Us" o "Injustice Is the Norm". Giusto per far capire con chi abbiamo a che fare. Ma passano pochi secondi ed entrano loro, Matt, Dom e Chris e un incredibile boato mi satura completamente l’apparato uditivo, cosicché per poco tempo non avverto altro che le urla del pubblico. L’attesa ha finalmente raggiunto il suo culmine e dopo i quattro colpi di bacchetta, i tre attaccano con la marcia militare di "Uprising", facendo saltare all’unisono l’intero settore del prato. Da ambiente vivibile, lo spazio vicino al palco si trasforma in un autentico inferno, dove l’unica opzione possibile è lasciarsi trascinare dalla massa.

La scenografia, com’era logico aspettarsi, è qualcosa di mastodontico, tale da far quasi apparire lo stadio più piccolo di quanto in realtà non sia; una costruzione costellata di schermi e luci varie, che variano di contenuto e d’intensità a seconda della canzone del momento. Ma, come ho già detto, è probabile che in pochi siano rimasti letteralmente sorpresi da quel notevole allestimento: è da qualche anno che i Muse ci abituano a contorni grafici e decorativi di dimensioni sproporzionate al loro spazio d’esibizione, inducendo alcuni a sostenere che in questo modo badino di più alla forma che alla sostanza. Tuttavia, dato il crescente delirio di onnipotenza da cui sono affetti i tre musicisti (Bellamy in particolare), sarebbe francamente più singolare un concerto da parte loro in ambienti scarni e privi di qualsiasi aggiunta a livello scenico; in poche parole, viene da pensare che le gigantesche realizzazioni estetiche a cui i Muse ormai fanno sistematicamente ricorso, siano un’estensione naturale della loro inarrestabile megalomania.

L’esibizione prosegue poi con un alternarsi di pezzi aggressivi e scatenanti, tra cui forse la traccia più controversa della loro intera discografia, "Supermassive Black Hole", e un rispolvero dal passato, "New Born", da qualche tempo presentato in versione uomo colpito da una pallonata, e di lavori meno coinvolgenti, più smielati e meno impetuosi, con somma gioia dei miei compagni di concerto (ah, l’ironia…): "Guiding Light" ne è un esempio. Fortunatamente però, ci pensa il vecchio cavallo di battaglia "Hysteria" a risvegliare le intenzioni distruttive della folla nel prato. Assistiamo poi ad una carrellata delle altre canzoni più conosciute dell’ultimo album: in particolare, "Resistance", la traccia simbolo, e "Undisclosed Desires", la hit stile Timbaland tanto odiata dai fan del primo periodo, che fa ballare di gusto me e il resto del pubblico (canzone preceduta tra l’altro da una truzzissima jam di cui però il sottoscritto si è goduto ogni singolo beat elettronico). Riguardo allo spettacolo che i tre ci offrono, bisogna dire che l’esecuzione è semplicemente perfetta: nessuno sbaglio, nessuna sbavatura, ogni cosa al suo posto. Fin troppo al suo posto, direbbero alcuni, poiché pare che il trio da qualche tempo si adagi un po’ sugli allori, ripetendo scalette fotocopia ed addirittura gli stessi gesti sul palco. Inutile dire che i Muse sono consci delle loro capacità tecniche, anche grazie all’eccessiva enfatizzazione che ricevono costantemente dai fan, e il fatto che non si sprechino in novità rivoluzionarie significa semplicemente che non ne hanno bisogno: per loro, il successo è garantito al 200% ad ogni show. Quindi, perché affaticarsi? Dopotutto, sono solo tre fortunati bastardi che fanno i milioni divertendosi e facendo divertire, ed il pensiero di mettersi a lavorare per soddisfare al meglio tutti i possibili fan non rientra certo fra le loro priorità.

E dopo aver partecipato al battimano collettivo su quella che ormai diventerà una delle loro canzoni più gettonate in futuro, ovvero "Starlight", accade qualcosa di particolare: il batterista Dom ci presenta Nic Cester, il cantante dei Jet, che avrà il compito di fornire la voce per una cover di "Back in Black" degli AC/DC. Sì sì, avete letto bene, e non c’è bisogno di fare quelle facce: mi pareva di aver reso chiaro e limpido il fatto che una volta messo piede in quello stadio quella sera, si entrava ufficialmente nel territorio di Tamarrolandia. E come pensate abbia reagito il pubblico, di fronte ad un’esecuzione impeccabile del brano più conosciuto del gruppo australiano? Ma esplodendo, naturalmente. Infine, dopo il pogo assassino del singolo che li ha lanciati verso il successo mondiale, ovvero "Time Is Running Out", la prima parte del concerto si chiude con la cavalcata dalle sonorità metal e dall’andatura simil-progressive, "Unnatural Selection", che con un finale alla Iron Maiden spreme dalla folla del prato le ultime energie prima della pausa.

Gli encore vedono un susseguirsi di pezzi lenti ed atmosferici, e di altri che riportano il clima al suo normale livello di festosità: esempi della prima categoria sono "Unintended", unico ripescaggio dal primo album, ideale per accendini e telephouninis, e la prima parte della non certo modesta sinfonia dell’ultimo album, la "Exogenesis" (durante la quale il sottoscritto si è sinceramente commosso), accompagnata da una scenografia particolare in cui un UFO vola sopra la parte destra del prato e una ballerina ne esce letteralmente fuori per danzare virtuosamente sospesa nell’aria. Se avevate ancora qualche dubbio sull’effettivo buon gusto del gruppo inglese, ormai dovrebbe essere stato completamente dissipato. Il concerto si chiude con due singoli che ancora una volta richiedono un non indifferente sforzo fisico da parte del pubblico vicino al palco: "Plug in Baby", la più famosa di Origin of Symmetry, e "Knights of Cydonia", l’ambizioso brano più stile Bud Spencer e Terence Hill che spaghetti western sul quale la folla dà veramente tutto quello che può, scatenandosi e ballando fino all’ultima nota, allo scoccare della quale i Muse ci ringraziano e ci salutano.

Quali considerazioni da fare? I miei compagni di concerto sono delusissimi dalla scaletta e non poco risentiti per questo: rimane però il fatto che rappresentano una piccola porzione della gente presente allo stadio, la quale, nella maggior parte, è di sicuro uscita estremamente soddisfatta dall’esibizione. Ma considerando il tipo di pubblico che questo gruppo attira oggi, non saprei quanto significato abbiano le loro reazioni, visto che sono state avvistate (mi duole molto dirlo) persone con magliette dei Dream Theater. Insomma, il buon gusto ed il buon senso musicali non erano proprio di casa in quel posto. A peggiorare le cose, inoltre, l’atteggiamento fin troppo entusiasta di gran parte della folla, assolutamente convinta della veridicità e della qualità dei testi pseudo-rivoluzionari e talvolta anche zuccherosi di Bellamy. Tuttavia, bisogna riconoscere che, con la sua presenza, tutta quella gente ha contribuito ad un fattore: il verificarsi di un evento. Sì, che vi piaccia o meno, questo è ciò che è successo a San Siro l’8 giugno 2010: un grande spettacolo, che rimarrà nella memoria di tante persone come un momento il cui ricordo non potrà facilmente svanire. Per quanto mi riguarda, ho solo un augurio un po’ inverosimile da rivolgere a chi era con me allo stadio: che, anche solo per sbaglio o per caso, si ritrovino il prossimo 2 settembre in quel di Bologna, all’Arena Parco Nord, a godersi quella che è veramente una grande, grandissima realtà del rock contemporaneo.

01. Uprising
02. Supermassive Black Hole
03. New Born
04. Map of the Problematique
05. Neutron Star Collision (Love Is Forever)
06. Guiding Light
07. Hysteria
08. United States of Eurasia
09. Feeling Good
10. Undisclosed Desires
11. Resistance
12. Starlight
13. Back in Black (AC/DC cover)
14. Time Is Running Out
15. Unnatural Selection

Encore 1:
16. Unintended
17. Exogenesis: Symphony Part 1 (Overture)
18. Stockholm Syndrome

Encore 2:
19. Take a Bow
20. Plug in Baby
21. Knights of Cydonia


live report di Manuel Dal Fara, le foto sono di Roberto Natalini
You are here:   ArticoliConcertiMuse @ San Siro, Milano (08/06/2010)
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