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Polozov
Peace
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Jess & Crabbe
Bazzerk
Jess & Crabbe
Bazzerk
Author
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Subwave
Subwave
Subwave
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Luciano
Vagabundos
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Vagabundos
Hobo
Iron Triangle
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Iron Triangle
Drake
Take Care
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Take Care
A$AP Rocky
LiveLoveA$AP
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LiveLoveA$AP
A Place to Bury
Strangers Onwards...
A Place to Bury
Strangers Onwards...
Bright Moments
Natives
Bright Moments
Natives
Howler
America Give Up
Howler
America Give Up
Pop. 1280
The Horror
Pop. 1280
The Horror
We Have Band
Ternion
We Have Band
Ternion
Earth
Angels of Darkness...
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Alcest
Les Voyages De L'Âme
Alcest
Les Voyages De L'Âme
Lamb of God
Resolution
Lamb of God
Resolution
Woods of Desolation
Torn Beyond Reason
Woods of Desolation
Torn Beyond Reason
Ed Laurie
Cathedral
Ed Laurie
Cathedral
The Big Pink
Future This
The Big Pink
Future This
Abe Sada
The Motion of...
Abe Sada
The Motion of...
Male di Grace
Tutto è come sembra
Male di Grace
Tutto è come sembra
Walking the Cow
Monsters Are...
Walking the Cow
Monsters Are...
Low-Fi What
We Are Is Secret
Low-Fi What
We Are Is Secret
Miriam Mellerin
Miriam Mellerin
Miriam Mellerin
Miriam Mellerin
Above the Tree &
the E-Side Wild
Above the Tree &
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Farmer Sea
A Safe Place
Farmer Sea
A Safe Place
Vittorio Cane
Palazzi
Vittorio Cane
Palazzi
Maria Antonietta
Maria Antonietta
Maria Antonietta
Maria Antonietta
G
iunto ormai alla sua decima edizione, il Dissonanze è riuscito nell’intento di diventare uno dei migliori spettacoli a livello internazionale per quanto riguarda musica e contaminazioni elettroniche. Il festival si propone di portare a Roma i più attuali fautori della scena electro, techno, pop più sperimentale e - in particolar modo quest'anno - dubstep. Nelle precedenti edizioni sono passati da queste parti artisti divenuti poi di culto come Flying Lotus, Bat For Lashes, Timo Maas, Apparat, i Battles e moltissimi altri. È un evento basato sull’arte visiva, musicale e digitale, purché altamente contemporanea e innovativa. Anche stavolta la kermesse romana non si sottrae al suo importante compito, creando tre giorni di spettacoli nella splendida e possente cornice del Palazzo dei Congressi, come anche nel Chiostro del Bramante e nell’Ara Pacis. A chi ha preferito passare la serata di sabato 22 maggio chiuso in casa o in un bar a guardare la finale della Champions, proponiamo il resoconto della nostra serata alternativa passata all’EUR.


Terrazza
Appena la pioggia decide di allontanarsi dal cielo romano, i King Midas Sound salgono sul palco posizionato sulla Terrazza, in uno splendido scenario al tramonto. La loro performance ha inizio quando la gente è ancora poca, sparsa qui e là nella grande terrazza all’aperto. E mano a mano che il pubblico aumenta, i tre inglesi portano avanti un’esibizione che, con ogni probabilità, si rivelerà essere la più impressionante dell’intera serata. Il dj, The Bug, installa un densissimo muro di suono che sicuramente non ha nulla da invidiare agli acclamatissimi dj techno che arriveranno a tarda notte. Al microfono si alternano Hitomi e Roger - quest’ultimo davvero carico e in ottima forma - per presentare i brani di Waiting For You, qui quasi irriconoscibile. Tanto fumoso e dall’atmosfera ovattata nella sua versione in studio, quanto granitico e coinvolgente nella sua veste live. Una vera e propria attitudine rock si potrebbe dire, tuttavia sempre nel segno della dubstep. La sorprendente esibizione del combo metropolitano ha il merito di scaldare la sempre più numerosa platea per l’arrivo di Gonjasufi feat. The Gaslamp Killer. Chi è sopraggiunto ha ormai iniziato ad animarsi, e compaiono anche elementi che indossano la maglietta col faccione barbuto di Sumach Valentine. E a proposito di folta peluria, ecco The Gaslamp Killer che arriva ad aprire le danze, inscenando una sorta di remix improvvisato agitando la foltissima chioma riccia e destreggiandosi negli air guitar più bizzarri. Assistiamo un po’ divertiti e un po’ basiti alla sua sceneggiata, mentre vengono mescolati reggae, heavy metal e disco trash. Ma è quando entra in campo Gonjasufi che gli applausi iniziano a scrosciare. È lui uno dei personaggi di punta del festival, o almeno il più atteso, il più acclamato, e uno dei pochi a girovagare tra il pubblico una volta terminata la performance per godersi i restanti concerti e firmare qualche autografo. Non si può dire con certezza se l’improvvisa notorietà del personaggio sia dovuta esclusivamente al suo ottimo esordio, A Sufi and a Killer, o magari grazie alla benedizione di Flying Lotus. Fatto sta che i presenti lo acclamano a gran voce. In realtà l’esibizione finale risulta essere un tantino sconclusionata. I due, insieme, mettono in piedi una sorta di botta e risposta, e sembrano comunque divertirsi e divertire, pur nell’imperfezione. Già dalla seconda metà in poi le cose migliorano anche dal punto di vista più tecnico, e viene resa giustizia agli ottimi brani tratti da A Sufi and a Killer.
Quello della terrazza è un programma per intenditori – ecco spiegata la presenza del carismatico Gil Scott Heron - o semplicemente adatto a chi preferisce la musica elettronica come untrice di altri generi. È il caso, infatti, di Jamie Lidell e dei Phenomenal Handclap Band - questi ultimi già avvistati durante i recenti concerti dei Franz Ferdinand. Jamie Lidell, in particolare, propone una performance fresca e travolgente: la sua musica si distingue per una perfetta miscela tra soul ed elettronica, con qualche frivolezza che non guasta mai. Il suo ultimo lavoro – Compass, edito per la Warp – dimostra ottimi spunti da cui poter raccogliere a piene mani, ma è la sua veste live che trova tutti impreparati. Jamie si rivela un esperto animale da palcoscenico, in grado di animare la folla con ritmi coinvolgenti ed una voce superlativa. Anche i Phenomenal Handclap Band, destinati a chiudere le danze qui sulla Terrazza, ce la mettono tutta per agitare gli animi dei presenti con il loro tamburelli hippy. E ci riescono: l’intera platea se li balla sul tetto del Palazzo dei Congressi, con le braccia al cielo e i sorrisi stampati in faccia. Ma è probabile che tutta questa carica sia stata accumulata anche grazie a tutte le precedenti performance.


Foyer Aula Magna
A inizio serata questa parte del palazzo è ancora desolatamente, e incredibilmente, vuota. Il duo Darkstar sta mettendo in atto un dj set da brivido, dal ritmo sincopato e ipnotico, con qualche venatura black ad intorbidire l’amalgama creato. La cassa rimbomba tra le pareti dipinte a graffiti del foyer e rimbalza tra quei, a questo punto è il caso di dirlo, pochi fortunati che hanno deciso di assistere stoicamente al set. Di Darkstar, tra i più ambiti fiori all’occhiello dell’Hyperdub, si attende con discreta eccitazione il primo vero e proprio LP, dopo l’assaggio in rete di alcuni singoli ed EP (Aidy's Girl Is a Computer per dirne uno su tutti). E se in questo dj set c’era un qualche indizio al nuovo album, allora c’è da entusiasmarsi davvero.
A mano a mano che il set procede, il pubblico continua ad entrare e dividersi tra quelle che risulteranno in ogni caso le attrazioni principali, terrazza e salone della cultura, ma chi riesce a cogliere l’attitudine del festival riesce anche a fermarsi qui, proprio nel punto di passaggio, per assistere alle performance più innovative degli artisti più attuali.
Quando arriva il turno di Shackleton, l’interesse che mostra il pubblico è molto più tangibile. Il dj inglese, presentandosi quasi come il professore di matematica delle scuole medie, va alla carica con i pezzi del suo Three EPs, lavoro molto applaudito da critica e pubblico più raffinato. I brani vengono remixati in ordine casuale dalle sue stesse mani, amplificando di volta in volta la componente più etnica e tribale, o quella più techno. Il risultato è un garbuglio affascinante e di grande impatto, anche se talvolta risulta difficile venirne a capo.
Se i danzerecci ascoltatori non si erano stancati di esser presi a pugni sullo stomaco da Shackleton, ecco pronto al varco anche il nostro Marco Passarani, preceduto da Martyn. Quest’ultimo, in particolare, presenta a sua volta un dj set duro, impenetrabile, pur mixando apparentemente qualsiasi genere sotto il suo denominatore comune. La cosa bizzarra, qui nel Foyer, è che il pubblico trova fatica a lasciarsi andare. Chi osa ballare lo fa in modo scoordinato, sincopato, in realtà molti degli animi infiammati – sicuramente destinati al Salone – lasciano lo spazio ad una maggioranza di meri e attenti ascoltatori. Un po’ per la durezza dei suoni e dei ritmi presentati, un po’ forse per la fame di novità e la voglia di non perdersi neanche una nota di questi innovatori elettronici.



Salone della Cultura
L’immenso Salone della Cultura è stato preparato appositamente per contenere gli eventi di più ampia portata. Come la sera precedente ci aveva messo piede Richie Hawtin (Plastikman) a quanto pare radendo al suolo tutto ciò che poteva essere d’ostacolo all’estensione della sua techno, il sabato notte è dedicato tutto all’esibizione di Jeff Mills, altro idolo del popolo nottambulo. Ma prima si alternano Mass_Prod – in un dj set house godibile – e Pantha du Prince. Quest’ultimo propone un’altra performance capace di rendere davvero orgogliosi di essere lì, in quel posto, in quell’esatto momento. Il live inizia in sordina, nella totale penombra, in maniera lenta e fin troppo precisa, quasi glaciale. Bastano pochi minuti perché l’esibizione esploda in una miriade di colori, laser e neon a tempo di musica dietro le spalle di Weber. I vari brani presi alternativamente da Black Noise e The Bliss acquistano fuoco e colore, le note diventano meno minimali e perfette, mescolandosi con le luci e con la gente che balla, rapita. L’esibizione termina con "Stick to My Side" e molti sinceri applausi da parte delle persone presenti all’interno del Salone, coscienti di aver condiviso qualcosa di veramente estatico.
Ormai inizia a farsi tardi e, anche se la serata sembra aver preso a carburare già da un pezzo, molta gente sta entrando solamente ora. In realtà non ci vuole molto a capire che la stragrande maggioranza dei paganti è qui presente per Jeff Mills. All’interno del Salone, ormai gremito quasi del tutto, il dj di Detroit porta ben tre ore complete di un set creato appositamente per Dissonanze. Sicuramente una vera chicca per gli appassionati, una vera goduria per i techno-dipendenti, ma con qualche intoppo. L’americano è in buona forma, ma forse non ottima rispetto allo standard visto durante il resto della serata. L’audio è buono per essere una sala così vasta, ma forse non eccellente dati gli impianti, soprattutto ai lati estremi della sala (anche se rifugiarsi da quelle parti era un’ottima scusa per prendere un po’ di fiato). In tutto questo la gente continua ad entrare, nonostante tutto, come se il Palazzo fosse diventato il vero e proprio luogo dei nottambuli. Personalmente mi domando come sia possibile godersi appieno un evento simile arrivando verso la fine dei fuochi. Il costo del biglietto è una cifra ragionevole per la qualità di tutti gli artisti in programma, e di certo non valeva la pena perdersi esibizioni quali quella di King Midas Sound o Darkstar giusto perché si ha preso il Palazzo dei Congressi come la discoteca della cuccagna. Sotto un altro punto di vista, il Dissonanze resta forse ancora l’unico festival elettronico/digitale che possa davvero competere con quelli dei nostri cugini europei. Per la bellezza delle location scelte, la capace organizzazione e lo spessore degli artisti in gioco, vale la pena non sottostimare l’importanza e il valore di questo evento made in Italy.


www.dissonanze.it

live report e foto di Sandy Pierpaoli
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