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Fluxion
Traces
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Squarepusher
Ufabulum
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Vijay Iyer Trio
Accelerando
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Tord Gustavsen Qtet
The Well
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Desolate
Celestial Light Beings
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Rusko
Songs
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Sendai
Geotope
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Bryter Layter
Two Lenses
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Light Asylum
Light Asylum
Light Asylum
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Lissy Trullie
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Magic Wands
Aloha Moon
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Titolo
Islands
A Sleep & a Forgettin
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Jack White
Blunderbuss
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James Blackshaw
Love Is the Plan...
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See of Bees
Orangefarben
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Animal Collective
Transverse Temp...
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Patrick Watson
Adventures in...
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Eternal Summers
The Dawn of...
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The Flaming Lips
and Heady Fwends
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Mirrorring
Foreign Body
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Guano Padano
2
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Above the Tree
From the Memory...
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WoraWoraWashington
Radical Bending
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Il Triangolo
Tutte le canzoni
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Il Pan Del Diavolo
Piombo, polvere...
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Giardini di Mirò
Good Luck
Giardini di Mirò
Good Luck
Foxhound
Concordia
Foxhound
Concordia
Werner / Oil
Tries to Be Water
Werner / Oil
Tries to Be Water
P
alazzetto gremito, in attesa di quel segno che più o meno tutti riconoscono: la musica in sottofondo si abbassa fino a scomparire, rimane quell’attimo di stasi che fa salire improvvisamente la tensione. Appena le luci si spengono, ecco il boato di un pubblico pronto a ricordare una storia del secolo scorso. Arrivano sul palco seguendo la strada di scotch fosforescente verso il centro del palco, abbracciati come due amici ritrovati che vorrebbero far capire che tutto è passato, che le tensioni sono finite. Non si perde altro tempo, sta per cominciare quello che loro stessi in alcune dichiarazioni hanno detto di voler creare: un maxi club a contatto con il pubblico, niente orpelli e niente costruzioni strane a disturbare l’ambiente. Poche frasi, ma una in particolare che sembrerà davvero rappresentare l’intero concerto: “Benvenuti nello stato libero di Litfiba!”

E in effetti la dichiarazione fatta più e più volte in merito all’organizzazione di questo mini tour e del suo approccio generale sarà rispettata. Il palco che si presenta ai nostri occhi è molto semplice, con i relativi spazi per gli strumenti e varie luci analogiche. I fotografi sono autorizzati a fare foto durante una sola canzone, e attorno al palco, oltre alla security, non c’è nessun altro. Sarà lungo tutto il concerto che si riuscirà ad avere la sensazione di un’esibizione passionale, piuttosto che di un compitino fatto ad arte per racimolare qualche soldo, dubbio che molte persone si sono poste, oltre a qualche testata di settore. Prima delle cinque date infatti, vi era grande incertezza sulla scaletta che la band avrebbe poi proposto al suo pubblico, probabilmente un po’ timoroso di vedersi propinare troppe canzoni dagli ultimi lavori. Invece si può tranquillamente dire che la sequenza musicale eseguita sia stata di ottimo livello, ben calibrata ed eterogenea, fatta per lo più dei grandi classici della loro discografia. Così già all’attacco di “Resta”, eseguita dopo “Proibito” che andava a seguire il filo logico della frase d’apertura su citata, già ogni possibile timore era stato dissipato. Potente come sempre, questo brano rimanda tutti direttamente alla new wave di 17 Re, capolavoro del 1986 che per l’Italia fu un vero e proprio passo in avanti, per quanto all’estero già si fosse fatto molto e molto altro in merito al genere. Facendo in modo che il tutto viva di luce propria senza bisogno di doversi immaginare o di dover rimuginare su tempi passati, lo spettatore si ritrova splendidamente sbalzato attraverso vari scenari e atmosfere: dal passato un’esotica “Cangaceiro” fa il paio con una immensa “Paname”, passando dal presente di “Sparami”, per poi tornare dritti dritti alla versione Pirata di una malinconica “Lulù e Marlene”. È un sali e scendi di magnifica fattura, fatto di momenti dolci e amari alternati a ritmi più aggressivi e tirati. “Dio” incendia l’aria, brucia la terra sulla quale uno “Spirito“ indiano si presenta poco dopo, con una riarrangiata fusione tra “Tex” e “Ferito”. L’esperimento riesce ottimamente per quanto riguarda la prima, mentre purtroppo la seconda non riesce a rivivere completamente attraverso la diversa base melodica. Ma è così poco il tempo per pensarci su: un movimento gitano ferma il tempo e la voce calda di Pelù annuncia l’illusione nella quale si sta tutti per cadere. “Niente di ciò che appare è come sembra”, e via verso una delle canzoni più coinvolgenti dell’intero concerto e della loro intera discografia: “Fata Morgana”, da Terremoto, 1993. Prima di arrivare a descrivere brevemente il resto, c’è da dire che l’ottima riuscita dell’evento passa soprattutto attraverso alcuni dati che lasciano felicemente sorpresi. Il primo è sicuramente la totale dedizione alla scena e al proprio pubblico mostrata da tutto il gruppo. Niente gingilli e pantomime a poter distrarre o distogliere l’attenzione dalla musica: solo loro e i loro spettatori paganti, a sancire un patto libero da ogni costrizione. Il secondo è la bravura dei turnisti, in particolare di Federico Sagona alle tastiere, che si fa vedere durante tutto il concerto anche per come si lascia coinvolgere dall’atmosfera. Inutile ogni confronto con possibili rientri degli altri storici membri della formazione originale: indubbiamente la notizia farebbe felici molti seguaci della band, oltre al portare ulteriori speranze per una proficua rinascita totale della musica proposta. Ma non si parla di certezze, solo di ipotesi alquanto vaghe, soprattutto in visione di quegli anni che non ci sono più, così come non ci sono più quei suoni che tanto avevano caratterizzato il loro primo periodo. Troppo presto ancora per dare giudizi, avendo pressoché nulla in mano con il quale fare dei seri conti. Ultimo dato, ma non meno importante, è la rinascita di Piero Pelù: il frontman di Firenze si muove come non faceva ormai da molto tempo a questa parte, coinvolge il pubblico, riprende pieno possesso del palco e della parlantina che lo aveva contraddistinto in passato, ma soprattutto canta alla grande e senza quelle forzature che lo avevano fatto divenire, presso alcuni ambienti, macchiettistico e antipatico. Anche Ghigo fa notare la sua presenza attraverso i suoni tipici della sua chitarra, interagendo di tanto in tanto con il proprio cantante o con il pubblico a colpi di note, oltre che prendendosi uno spazio solistico prima della chiusura di “Tex/Ferito”. Oltretutto, si torna ai tempi quando la band provocava anche a colpi di contrasti politici, con messaggi più o meno riusciti ma che denotano comunque un ritorno a 360 gradi del gruppo. Ripartendo da dove ci si era fermati, si attraversa un momento del concerto più tranquillo, senza essere per questo meno intenso. “Animale di Zona” tiene caldo il pubblico, mentre una inattesa “Cuore di Vetro” va in totale contrasto con “Gioconda”, chiudendo questo attimo di respiro prima della tempesta. Questa arriva sotto forma di “Ritmo #2”, che dal vivo è davvero tutt’altra cosa rispetto alla versione di Mondi Sommersi. Da qui parte la coda dell’esibizione, che dopo “Ci Sei Solo Tu” vira verso il politico-sociale, con un trittico tutto fuoco: “Maudit” non perde smalto, nemmeno nei suoi contenuti, in questo momento più attuali che mai; lo stesso, in fondo, vale anche per “Dimmi il Nome”, altra canzone che riesce perfettamente nell’esecuzione e nel far sgolare i presenti, per nulla stanchi dello spettacolo in corso. Il trio si chiude con “El Diablo”, uno dei pezzi simbolo della discografia dei Litfiba, assieme a “Lacio Drom”, con cui Pelù augura una vita piena e felice a tutti i presenti. A questo punto, mi pare doverosa una considerazione: in quasi ogni epoca o momento della propria carriera, i Litfiba sono sempre riusciti a cogliere lo spirito e l’umore della generazione in corso, lasciando così in musica l’impronta delle loro sensazioni in merito, così vicine a quelle dei molti che vi si sono ritrovati comodamente dentro. La chiusura del concerto è affidata a “Lo Spettacolo”, che idealmente porta con sé un augurio riguardo il nuovo corso che la band vuole cominciare. Da segnalare come in un ultimo strascico di follia, Pelù si arrampichi su una delle colonne a lato del palco, per andare a salutare tutto il pubblico presente anche sugli anelli del palazzetto. E quando tutto finisce, quando tutto è ormai concluso, gli applausi, le voci e le grida definiscono ancora di più la sensazione di aver assistito ad un grande ritorno, senza grossi rimpianti se non per il solito gioco del Fantascaletta, nel quale ognuno ipotizza quella canzone che avrebbe voluto ascoltare e quella che invece avrebbe evitato. Siamo poi costretti ad evidenziare, ancora una volta, come il Palalottomatica sia assolutamente un luogo di terz’ordine per occasioni musicali, benché la service del gruppo sia riuscita comunque a ricavarne del buono. Quando si è oramai fuori, in molti assaltano le bancarelle per acquistare ogni sorta di maglietta o gadget in ricordo della serata. Ci si trova così tutti negli spiazzi, a scambiarsi opinioni sull’esibizione, a raccontarsi ciò che ciascuno sente dell'esperienza appena vissuta.
In conclusione, dopo anni di attesa e speranza, ecco di nuovo i Litfiba davanti a noi, con un compito però assai più difficile di quanto non si pensi: c’è ancora molto da dimostrare, partendo dal nuovo album in corso d’opera, dal nuovo concerto già annunciato per il 22 di Luglio ancora a Roma, e dal nuovo singolo uscito quasi in concomitanza con il mini tour appena svolto. Anche quest’ultimo sembra un augurio, sembra il racconto della riunione e di quello che dovrà affrontare la stessa, in una canzone facile e di mestiere che per ora nulla dice rispetto alla direzione che vorrà prendere in considerazione il gruppo. Dopo ciò a cui abbiamo assistito, speriamo quantomeno che si mantenga la parola data in alcune interviste, cioè il voler tornare alle sonorità degli esordi, discostandosi da come avevano chiuso un grande ciclo, durato venti anni e chiamato Litfiba.

 

“Que viva el bandido Litfiba”




live report e foto di Valerio Cicchinelli
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